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Italia > Società

Al cuore del volontariato ospedaliero

di Silvano Gianti

- Fonte: Città Nuova

La testimonianza di Maria Teresa a fianco degli ammalati nel reparto di cardiologia del San Martino a Genova

volontariato ospedaliero

L’articolo di Oreste Paliotti: “La reciprocità come terapia” pubblicato su Città Nuova del 25 ottobre presentava il fondatore dell’Avo,  prof. Erminio Longhini  e l’impegno dei volontari ospedalieri per umanizzare la sanità. Maria Teresa Calcagno, moglie, mamma e nonna vive le sue giornate nella splendida casa a ridosso di Boccadasse meraviglioso quartiere sugli scogli del mare di Genova. Tra i tanti impegni che riesce a sbrigare quotidianamente c’è anche quella meravigliosa “storia”che svolge gratuitamente da 23 anni. Maria Teresa è una di queste persone che offrono ore del proprio tempo come volontaria  ospedaliera.  Lei, il professor Erminio Longhini lo conosce molto bene e  le è molto grata per aver inventato l’Avo, l’associazione a servizio del malato che, pur non rubando molto tempo, richiede una vera vocazione, una passione, «che ti coinvolge  ogni volta che devi trovare l’approccio con degenti quasi sempre diversi». A Maria Teresa abbiamo chiesto di raccontarci momenti di questo servizio.

 

Come vivi queste ore a fianco degli ammalati in reparto?

«Il mio volontariato lo svolgo nel reparto di Cardiologia dell’Ospedale di S. Martino, al 7° piano del monoblocco. La struttura è moderna ed efficiente. Enormi pareti in panoramiche vetrate lasciano spaziare la vista da Portofino a Monte Carmo, vetta delle  Alpi Marittime, oltre il quale l’imbrunire accende a volte il cielo di infuocati tramonti. Il reparto è per me, dopo tanti anni, un pò come la seconda casa. Entrando mi sento a mio agio, e quando a volte sono stanca e affaticata, durante le ore di servizio mi dimentico di me stessa  tanto che quando esco sono quasi rigenerata e serena.  Non è un miracolo? Certo gli incontri che si fanno in ospedale  sono a volte toccanti e di fronte a certe situazioni  è difficile non farsi coinvolgere, tanto da poter affrontare il malato seguente con volto sereno. Posso però dire che l’esperienza è veramente bella ed interessante e augurerei a chiunque di poterla fare, se salute ed età lo permettono».

 

Si dice che in Avo è più difficile entrare che uscire. È  davvero così?

«Devo constatare che è vero … sembrerà strano, ma è molto più quello che si riceve di quello che si dà, in tempo, ascolto e soprattutto amore al malato nel quale io vedo Gesù che soffre. L’associazione  non è partitica o confessionale e chiunque può aderirvi, purché senta il desiderio di accogliere l’uomo in quanto sofferente e bisognoso di ascolto. Per me le ore trascorrono veloci e il rapporto instaurato con le varie persone, spesso mi arricchisce dentro. Ascolto l’ex primario di ospedale che ben conscio di ciò che gli sta capitando affronta con angoscia il rovescio della medaglia come l’ex conduttore di autobus che, arrivando alla pensione, sognava di poter finalmente spaziare oltre i confini della città, vedere il Polo Nord,l’aurora boreale e invece…».

 

Ci racconti di qualche situazione che ti ha particolarmente coinvolta?

«Qualche tempo fa  mi colpì l’incontro con una signora dall’età indefinibile, forse quaranta o quarantacinque anni. Il suo corpo aveva l’impressionante magrezza di uno scheletro, tentai più volte un approccio, ma le sue risposte erano a monosillabi, si, no, ma, forse; impossibile sperare in un dialogo. Per alcune settimane soffrii questa difficoltà, poi un giorno scoppiò in un pianto dirotto, mi disse che aveva tanta paura perché doveva affrontare un intervento  e temeva di non superarlo lasciando solo suo figlio. La abbracciai e la incoraggiai trattenendo a stento le lacrime  sperando con lei che sarebbe andato tutto bene.  Con l’amore avevo vinto, ero arrivata al suo cuore, ma seppi poi che non superò l’intervento; da allora la ricordo nella preghiera  assieme a quel figlio che non conosco».

 

 

 

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