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Mondo > Europa

Non c’è pace su Gerusalemme

di Pasquale Ferrara

- Fonte: Città Nuova

gerusalemme

Nell’annosa questione israelo-palestinese si è aperto un nuovo fronte, per molti aspetti inedito: quello israelo-americano. Covava da tempo l’insoddisfazione dell’amministrazione Obama per l’assenza di reali progressi verso un riavvio dei negoziati su basi solide. Ma l’annuncio, avvenuto proprio durante l’importante visita del vicepresidente americano Biden in Israele, della costruzione di ulteriori 1600 alloggi a Ramat Shlomo, è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. E per giunta proprio nel momento in cui sia la Lega Araba che la leadership palestinese avevano faticosamente accettato la prospettiva di negoziati indiretti, mediati dall’inviato speciale degli Stati Uniti per il Medio Oriente, il senatore Mitchell, che ha ora sospeso ogni iniziativa in attesa di nuovi sviluppi.

 

Tel Aviv considera località di Ramat Shlomo un sobborgo di Gerusalemme, ma tutta la comunità internazionale ritiene che si tratti di uno sviluppo residenziale che si colloca oltre la “linea verde”, frutto dell’annessione di fatto israeliana a seguito della guerra dei sei giorni del 1967.

 

Le questioni che entrano in gioco sono due: da una parte la prosecuzione, in varie forme, della politica degli insediamenti israeliani in Cisgiordania, cioè in un territorio che dovrebbe costituire un futuro (ma quanto probabile?) Stato palestinese; dall’altra il grande tema dello “status” finale di Gerusalemme, che gran parte della società e della politica israeliana tende a considerare come “capitale indivisibile” dello stato di Israele, soluzione che tuttavia appare poco compatibile con una prospettiva di pace stabile tra le due comunità che vi convivono, a meno che non si adotti la prospettiva (poco praticabile) di una “internazionalizzazione” della Città Santa.

 

Insomma, ora Washington (Hillary Clinton) sembra voler dettare alcune condizioni: sospensione totale di nuove costruzioni israeliane in Cisgiordania e a Gerusalemme; gesti concreti per aumentare la fiducia reciproca (rilascio di prigionieri palestinesi, ritiro delle forze armate israeliane ancora presenti in Cisgiordania e rimozione dei blocchi, anche attorno a Gaza). Ma bisogna fare i conti anche con le travagliate e complesse vicende politiche interne israeliane e con la stessa configurazione del governo Netanyahu.

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