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Italia > In punta di penna

Il valore della testimonianza

di Michele Zanzucchi

- Fonte: Città Nuova

Michele Zanzucchi, autore di Città Nuova

In epoca di intelligenza artificiale, della prospettiva di vederci “sostituiti” dalla nostra immagine, dalle nostre parole, dalla nostra voce riprodotte artificialmente, è doveroso interrogarsi sull’importanza della testimonianza. Che non è per forza di cose “in presenza”, può essere anche “virtuale”, ma deve avere la forza della realtà

(Foto: Pixabay)

Le recenti vittorie politiche della destra hanno un significato recondito, non sottolineato a sufficienza, che credo evidenzi ulteriormente la necessità della testimonianza: sarebbe stata sanzionata dagli elettori una certa deriva elitaria e poco popolare dei leader della sinistra (i radical chic), incapaci di testimoniare con la loro esistenza complessiva la forza delle loro idee. In fondo, si predica bene e si razzola male. Le incongruenze tra quel che si predica e quel che in realtà si fa porta l’opinione pubblica a dire facilmente “sono tutti uguali”, creando una sfiducia generalizzata che non promette nulla di buono.

Ancora, le recenti inondazioni in Emilia Romagna hanno riproposto una infinita serie di testimonianze, non solo delle lacrime e delle disperazioni delle vittime dell’acqua impazzita, ma anche e soprattutto quelle dei soccorritori, di chi s’è messo a spalare fango per aiutare la propria condizione ma anche il prossimo in difficoltà.

E potremmo continuare sottolineando la metamorfosi dei grandi siti di informazione, che hanno buttato per aria la gerarchia tradizionale delle notizie: ciò viene fatto mescolando fatti gravi politicamente, culturalmente ed economicamente con fait divers, cioè fatti di cronaca se possibile integrando quegli elementi che attirano come mosche i lettori (sesso, sangue, soldi, salute…). Quando questi elementi sono riuniti in uno stesso caso, come è accaduto per il fatto di cronaca dell’assassinio di Giulia, donna incinta e tradita dal fidanzato di cui tutti parlano, i click sono garantiti.

Ma c’è di più, perché questi siti maggiori di informazione si interessano in modo quasi morboso alla “vera vita” di personaggi conosciuti, cercando di farcire le interviste con domande (e relative risposte) sulla “vera storia” di quella data persona pubblica, con confessioni se possibile incentrate di nuovo sulle solite quattro esse: sesso, soldi, sangue, salute…

Perché questa riscoperta della testimonianza? C’è bisogno, credo, di quella “profezia” che può venire solo da chi è “testimone”. Anche se non si tratta di questioni rilevanti, il valore della “profezia” viene sottolineato.

C’è poi una reazione, credo “ancestrale”, che cioè pesca nel profondo della nostra umanità, contro il trionfo del narcisismo di natura social, cioè cresciuta grazie ai social network, da parte dei cosiddetti influencer, una professione che fa dell’esposizione di sé il proprio motore primo.

Ancora, l’idea che viene ormai accettata della “post-verità” – cioè del fatto che non è importante che quel che si racconta contenga una dose di verità il più possibile elevata, ma che la gente creda in quel che viene loro raccontato – provoca uno smarrimento generalizzato, perché verità normalmente corrisponde a sicurezza. In epoca di “tutto-sicurezza”, la post-verità scardina il bisogno umano di certezze granitiche.

L’uso delle notizie false come base della certezza politica (vedi Trump, Bolsonaro e Brexit), con le delusioni che ne seguono, quando ci si accorge che quanto considerato come “verità” in realtà non era che fuffa, introduce l’esigenza di ritrovare da qualche parte la certezza che quello che si dice viene anche vissuto, ha una corrispondenza certa con la realtà.

Insomma, forse siamo alla vigilia di un “nuovo tempo della testimonianza” che attraverserà il mondo politico, religioso, economico e sociale. Il che non sarebbe male.

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