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Italia > Europa

I muri non finiscono mai

di Javier Rubio

- Fonte: Città Nuova

Tre istituti di ricerca analizzano la costruzioni di barriere contro l’immigrazione nei territori dell’Unione europea. Un “vizio” che si ripete…

 

Son passati ormai 29 anni dalla storica caduta del Muro di Berlino, era il 9 novembre 1989. Nella mente di tanti di noi ancora galleggiano immagini trasmesse dalle tv in quei giorni storici. Forse i più giovani, cioè la generazione al di sotto dei 35 o 40 anni, hanno magari studiato l’episodio nelle lezioni di storia, oppure hanno ricevuto nel cellulare qualche videoclip di quell’evento attraverso i social media, perché la tv sembra che la guardino poco, se non per fini meno informativi e più ludici. La ricorrenza comunque è ogni volta motivo di approfondimento ideologico per molti studiosi dell’argomento “muri”, perché i muri anti-immigrazione oggi sono notizia quotidiana.

Tre diversi istituti, tra gli altri, hanno pubblicato di recente le loro ricerche sulla costruzione di muri in Europa per controllare il fenomeno migratorio: il Transnational Institute, l’olandese Stop wapenhandel  e lo spagnolo Centro Delàs de estudios por la paz. Le loro conclusioni rendono evidente come, durante gli ultimi decenni, sommando le misure dissuasive fisiche, cioè muri di diversa natura, adottate da alcuni Paesi dell’Ue, si arriva alla cifra di quasi mille chilometri di barriere fisiche. E tali barriere non si trovano solo nei confini esterni dell’Unione, ma anche tra Paesi membri. Un rapporto elaborato congiuntamente dai tre istituti afferma che le politiche europee vedono nei flussi migratori una minaccia per la sicurezza: «Anziché dare priorità ai metodi umanitari per gestire i flussi migratori –dice il rapporto – e far fronte ai problemi strutturali della violenza globale e la disuguaglianza economica, l’Ue ha preferito alzare muri sociali, politici e fisici, per proteggere in tal modo il territorio europeo dall’insicurezza e il terrore».

Sorpresa? Certamente no, ciò è sempre successo, e la storia ci ha lasciato esempi clamorosi, oggi oggetto più di visite turistiche che altro, che però al tempo della loro costruzione non avevano altro fine che proteggere il territorio. Si pensi alla grande muraglia cinese, oppure ai tanti castelli alzati nella pianura centrale della Spagna per fermare l’avanzamento degli arabi. Quei castelli diedero perfino il nome a un regno, quello della Castiglia (cioè, castelli, dal nominativo plurale latino castella, secondo alcuni studiosi). Mentre non possiamo che lamentarci che l’umanità continui a comportarsi come faceva tanti secoli fa, senza riuscire a trovare altro metodo per gestire la difesa che alzare barriere. Che non ci sia un’altra possibilità?

Oggi le barriere, oltre che fisiche (il muro di Trump, il muro israeliano, il muro ungherese), sono anche e soprattutto politiche, tecnologiche, sociali… Al riguardo, il rapporto dei tre istituti citati punta sull’idea di avviare un dibattito nelle società attuali sul «modello di sicurezza che vogliamo». Suggerisce, ad esempio, di convertire l’attuale Frontex in «un’agenzia umanitaria europea non-militarizzata» e implementare campagne contro il razzismo e la xenofobia. «Un’Ue delle frontiere aperte è tutt’oggi un ideale da raggiungere, come nemmeno esiste nello spazio Schengen, dove le frontiere sembrano aperte ma in realtà i dati sui nostri movimenti vengono controllati e archiviati».

La questione di fondo sta dunque nel discernere se esista o meno un vero «diritto a muoversi», perché «ci sono persone che hanno più acceso alla mobilità globale, e ciò è determinato dalle dinamiche di potere territoriale».

Riproduzione riservata ©

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