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Cultura > Musica classica

La storia di Billy Budd

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Forse è lo spettacolo più bello dato a Roma, quest’anno, al Teatro dell’Opera. Un allestimento suggestivo con la nave sintetizzata nella fitta rete di fili, nel palco che si eleva e si abbassa a simulare l’ondeggiamento, nei costumi che riportano ad oggi la storia narrata da Herman Melville e che racconta un episodio del 1797

La vicenda del giovane candido ed entusiasta Billy Budd, vittima di una ingiustizia morbosa e della viltà del capitano Vere è storia di sempre. Il ragazzo viene accusato dal perfido Claggart di congiurare con i marinai per un ammutinamento, ma non è vero. Le cose però prendono una direzione che favorisce la morte del giovane, dopo che ha colpito il calunniatore. Il ragazzo non si difende, supplica il capitano di salvarlo, ma è inutile. Morendo, benedice  l’ignavo capitano.

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È una figura cristologica Budd che perdona, come il capitano da vecchio e in preda ai rimorsi, capirà troppo tardi. Eppure, si sente risollevato da quell’amore che lui non è stato capace di avere. Nel finale muto e lento è il silenzio la musica più alta. Momento affascinante della partitura di Benjamin Britten, anno 1951, che recupera stilemi da Grand-Opèra: la stupenda scena del tribunale, teatro nel teatro, le masse coinvolte nella narrazione ora agitate ora inerti, i soliloqui intensi. La musica è molto “giusta”, è come un mare mormorante che accompagna l’azione, talora con interventi degli ottoni, altre volte con archi striscianti o con guizzi dei legni, pesante e leggera a seconda dei momenti: una musica “cinematografica” nel senso migliore del termine. I due atti dell’opera lasciano l’ascoltatore con un sentimento di pace dopo il dolore per una ingiustizia così chiara, eppure il personaggio di Billy getta la sua luce sulle viltà umane e sulle sue tragedie.

Merito della regista Deborah Warner è di avere colto tutto questo, dirigendo i cantanti-attori e le masse con un equilibrio non invasivo, grazie pure alle scene simboliche e realistiche insieme di Michael Levine e alle luci ombrose di Jean Kalman. James Conlon si è dimostrato per quello che è: un direttore di grande esperienza e sapienza, perfetto nel dosare i tempi,i colori, e gli interventi dei solisti e del coro (ottimo), capace di entusiasmare l’orchestra estraendone sonorità scure, morbose, acri e morbide. Una direzione ispirata, cantanti di notevole spessore. Un gran spettacolo. Da rivedere.

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