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Cultura > Cinema

Il dubbio

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Esiste ancora la coscienza, quel richiamo interiore che guida alle scelte, piccole o grandi, della vita? Chissà se nel nostro mondo globalizzato, attratto da tante divinità, sarà possibile subirne ancora l’influsso. Il cinema ci prova a raccontarlo in una storia drammatica,  con uno stile molto fine, intitolata significativamente Il dubbio – Un caso di coscienza.

Presentato al festival di Venezia nel 2017  il film è stato premiato  nella sezione Orizzonti per la miglior regia e la migliore interpretazione maschile dell’attore protagonista Navid Mohammadzadeh. Il regista Vahid Jalilvand, alla sua seconda opera, è nato a Teheran nel 1976 e si distingue per un lavoro improntato ad un rigore morale deciso e asciutto, ma non noioso, anzi. Lo stimato dottor Narima investe senza volerlo un motociclista e la sua famiglia, ferendo un bambino di otto anni. Si ferma per assistere il gruppo, vorrebbe portare il piccolo alla vicina clinica, ma il padre si rifiuta decisamente. Qualche giorno  dopo, il medico si accorge che il bambino è morto proprio nel suo ospedale: la diagnosi rimanda ad una pericolosa malattia contagiosa. Tutto sembra a posto, la moglie sua collega lo tranquillizza, ma egli entra in una tempesta del dubbio.

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E se fosse stato lui la causa della morte con l’incidente e non come sostengono i medici il cibo avariato che il padre, un poveraccio, ha comprato a basso prezzo? L’uomo si dibatte, entra in contatto con i genitori del bimbo, gente povera e disprezzata, succube della ingiustizia sociale. La vita del dottore entra in crisi,  si tormenta, la moglie non lo comprende, la famiglia del ragazzino quasi si meraviglia dei suoi interventi per capire il motivo della morte del figlio. Dopo giorni di attesa, di inerzia, di notte Narima, di nascosto, riesumerà la salma per analizzarla nuovamente. Le paure però non lo lasciano, prova a reagire, ma rimane prigioniero dei dubbi. Quando lo farà, forse sarà troppo tardi per sciogliere il suo tormento derivato dalla mancanza di coraggio rapido. Recitato splendidamente, fotografato con frequenti primi piani dei personaggi sondandone l’animo, il racconto indaga anche su una diseguaglianza sociale acuta e non solo sul problema morale del medico dalla via agiata. Il film è un trhiller psicologico spiazzante, un atto d’accusa verso la vigliaccheria dell’uomo che teme di perdere la bella immagine di sè stesso e che di lui hanno gli altri, restando incapace di fare il ben subito e sino in fondo. Rimanendo così irrisolto nel dubbio. Da non perdere.

 

 

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