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Persona e famiglia > Fotogallery

Destino e riscatto sul rettangolo verde

a cura di Giustino Di Domenico

Nelle foto Ansa lo stupore e l’incredulità per una vittoria, nella notte del 10 aprile 2018, della squadra capitolina sul Barcellona, una delle migliori formazioni calcistiche del mondo, nel girone di eliminazione della Coppa dei Campioni europea. Il valore del gioco del calcio, fuori dalla mercificazione, come ogni sport è nel sovvertire il destino come esito fatalistico dell’esistenza. Non è una notizia ma un fatto di cronaca la vittoria del più forte.

Mentre il mondo sembra precipitare nella guerra attratta dalla voragine aperta in Siria, distrarsi con qusta vicenda può essere un raffinato “oppio dei popoli” in mano ai potenti per evadere dall’angoscia del momento. Ma possiede anche un significato che rimanda oltre. Dobbiamo allora cardinal Joseph Ratzinger , una delle più belle riflessioni sul gioco del calcio, scritta nel 1986. Partendo dall’uso strumentale del divertimento nell’antica Roma, il futuro papa Benedetto XVI affermava tra l’altro

La parola d’ordine della massa era: panem et circenses, pane e circo. Il pane e il gioco sarebbero dunque i contenuti vitali di una società decadente che non ha altri obiettivi più elevati. Ma se anche si accettasse questa spiegazione, essa non sarebbe assolutamente sufficiente. Ci si dovrebbe chiedere ancora: in cosa risiede il fascino di un gioco che assume la stessa importanza del pane? Si potrebbe rispondere, facendo ancora riferimento alla Roma antica, che la richiesta di pane e gioco era in realtà l’espressione del desiderio di una vita paradisiaca, di una vita di sazietà senza affanni e di una libertà appagata. Perché è questo che s’intende in ultima analisi con il gioco: un’azione completamente libera, senza scopo e senza costrizione, che al tempo stesso impegna e occupa tutte le forze dell’uomo. In questo senso il gioco sarebbe una sorta di tentato ritorno al Paradiso: l’evasione dalla serietà schiavizzante della vita quotidiana e della necessità di guadagnarsi il pane, per vivere la libera serietà di ciò che non è obbligatorio e perciò è bello.

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