di Jon M. Sweeney*
Ciò che ho trovato più intrigante del nuovo documento di papa Leone XIV, a una prima lettura, è come non si tratti di un libro cattolico in senso stretto. È concepito in realtà per persone di ogni estrazione preoccupate che l’Intelligenza Artificiale (IA) possa essere usata per sminuire l’umanità.
Leone si è assicurato che venisse pubblicato esattamente 135 anni dopo la storica enciclica del suo predecessore papa Leone XIII, la Rerum Novarum, enciclica pubblicata per affrontare quelli che all’epoca erano sentiti come i pericoli dell’era industriale per l’umanità. Leone intende far sì che Magnifica Humanitas serva da quadro di riferimento prudenziale attorno all’odierna rivoluzione digitale — non solo per i cattolici, ma come contributo a un dialogo sul tema dell’IA in corso in ogni parte del mondo.
“Enciclica” è il termine che indica un documento solenne scritto da un papa, l’equivalente di un testo dottrinale di riferimento. Molti lettori ricorderanno l’immediato predecessore di Leone, papa Francesco, per la sua enciclica più importante intitolata Laudato si’, sulla crisi climatica e la cura della nostra casa comune.
Come la maggior parte delle encicliche papali, anche questa è strutturata in capitoli (cinque, più un’Introduzione e una Conclusione) e presenta la numerazione progressiva dei paragrafi (in questo caso, dal n. 1 al n. 245). Quando si cita un’enciclica, ci si riferisce solitamente al numero del paragrafo.
Il messaggio di Leone non è prescrittivo, ma ammonitorio. A partire dal n. 7, utilizza un racconto della Bibbia — la Torre di Babele — per inquadrare ciò che sta accadendo con l’IA nell’entusiasmo con cui è stata accolta dalle strutture capitalistiche dei governi e delle imprese globali. In quella storia, che vuole essere una metafora, gli esseri umani tentano di costruire una città così alta e grandiosa da sostituire il bisogno di Dio sulla terra. “È stata un’impresa impressionante”, scrive Leone, “un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione”. Ma è fallita, dice Leone, a causa dell’arroganza dei suoi creatori.
Se non siete cattolici, potreste rimanere sorpresi da quante volte vi troverete d’accordo con questo autore, che scrive senza fare riferimento a vecchi cliché dottrinali che avrebbero maggiori probabilità di separare i cattolici da altre persone di fede o di buona volontà.
Ad esempio, quando il papa scrive sulle tendenze del nostro mondo moderno, al paragrafo n. 118, immagino la maggior parte dei lettori annuire con approvazione: “Tutto ciò che appare come un “limite” — incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità — tende a essere visto principalmente come un difetto da correggere, piuttosto che come una realtà attraverso la quale la nostra umanità matura e si apre alla relazione”. Al contrario, afferma il papa, “dobbiamo ricordare che l’umanità fiorisce non nonostante i limiti, ma spesso attraverso di essi”. Dice tutto questo nel contesto dell’elogio di ciò che definisce “il cuore e la grandezza della persona umana” e di come ciò debba essere rispettato nello sviluppo di qualsiasi nuova tecnologia.
Elogia anche quella che chiama “la civiltà dell’amore” e sostiene che dovremmo sostenere e promuovere ogni aspetto di come costruire una tale civiltà; dove e quando l’IA non sembra sostenerla, Leone sostiene che debba essere ridimensionata. Verso la fine del libro, si rivolge anche alla riflessione su Gesù Cristo Figlio di Dio, come ogni papa è solito fare, e afferma che il Figlio di Dio “che entra nella nostra condizione umana” è la fonte della grandezza dell’umanità.
Ecco, ad esempio, un assaggio di come Leone indica Cristo nello spiegare che l’IA non potrà mai amare o avere una coscienza:
“Invito tutti a contemplare, nel volto del Figlio di Dio, la grandezza dell’umanità che illumina anche l’era dell’IA. In Cristo, siamo chiamati a cooperare all’opera della creazione, piuttosto che essere osservatori disinteressati di processi tecnologici che limitano la nostra libertà e responsabilità. La dignità inscritta in ciascuno di noi dallo Spirito Santo si manifesta anche nella nostra capacità di riflettere criticamente, scegliere e amare liberamente e formare relazioni autentiche. Nessun sistema computazionale, per quanto sofisticato, può creare un cuore che dona se stesso o una coscienza che distingue il bene dal male”.
Questo definisce il papa come un umanista cristiano. Se non avete mai incontrato questo termine prima d’ora, non è nuovo, ed è una definizione che Leone usa per descrivere sia la sua passione, sia il suo progetto in questa enciclica. Uno dei titoli dei paragrafi della Magnifica Humanitas utilizza infatti proprio questa espressione; eccolo qui di seguito, insieme a ciò che dice al riguardo (i paragrafi 127 e 128, ndr):
Il vero “più che umano”: grazia e umanesimo cristiano
- L’espressione “più che umano” non appartiene soltanto al linguaggio delle promesse tecniche. Da secoli, la tradizione cristiana afferma che l’essere umano non è chiuso nei confini della propria natura, ma è chiamato a trascendere se stesso: non per disprezzo della realtà o per disprezzo del limite, bensì per essere compiuto nell’amore. La fede conosce un “oltre” che nasce dal dono di Dio. Questa trasformazione è opera dello Spirito Santo. Come insegnava San Tommaso d’Aquino, questo processo di elevazione e trasformazione “supera la capacità della natura”, perché c’è una distanza infinita tra la nostra natura finita e la vita di Dio. Tuttavia, è possibile inserirci nel sento di quella vita inesauribile, anche mentre camminiamo tra i limiti di questo mondo. E chi rende possibile questo cammino può essere solo l’Infinito che si dona: è Dio stesso che supera la sproporzione “infinita”. Così avviene la ri-creazione dell’umano. “Se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove” (2 Cor 5,17).
- Quando accettiamo questa possibilità di trascendere noi stessi con la grazia di Dio, non neghiamo noi stessi, non diventiamo meno umani. Al contrario, come spiegava papa Francesco: “giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero”. Qui si trova la differenza radicale rispetto ai sogni prometeici (i desideri dell’essere umano, ndr): ciò che salva l’umanità non è una potenziata autosufficienza, ma una relazione che libera, una comunione che trasforma. Davanti a questo, una tecnologia che classifica e ottimizza ciò che già esiste può diventare, senza volerlo, un ostacolo al cambiamento e alla crescita. Per un algoritmo, un errore è qualcosa da correggere; per una persona, può essere l’inizio di un cambiamento più profondo. Il futuro di una persona non è calcolabile, ma è affidato alla sua libertà, elevata dall’inesauribile grazia divina e ai legami che coltiva.
In altre parole, la trasformazione è sempre opera dello Spirito Santo. Le relazioni e la comunione con gli altri sono più importanti dell’efficienza. E ci sono molti modi di essere umani, tra cui commettere errori, ma anche imparare da essi; inoltre, guardare a un futuro incalcolabile e sconosciuto — con libertà e speranza. Tutto questo fa parte della grandezza dell’essere umani. In definitiva, con questa enciclica papa Leone ha offerto un insegnamento profondo su uno dei temi più importanti del nostro tempo, con la speranza che possa essere letto da ogni persona di pensiero.
*Tratto dall’ultimo numero di “Living City” (novembre-dicembre 2026), l’edizione statunitense di Città Nuova dedicata alla dottrina sociale della Chiesa
