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In profondità > 70esimo CN - Cronaca web

Igino Giordani: la corsa agli armamenti porta alle guerre

di Redazione Città Nuova

La domenica del Festival di Città Nuova si apre con un viaggio nel territorio, per mettere in luce le tante esperienze portate avanti nella costruzione di un tessuto sociale più coeso e solidale. La cronaca degli interventi. La diretta streaming sul canale cittanuovatv di YouTube

Da sinistra, Michele Zanzucchi, Fernando Muraca, Roberto Catalano, foto di Sara Fornaro

10.30 Igino Giordani scrittore, giornalista, primo direttore di Città Nuova, santo?

Michele Zanzucchi, giornalista e scrittore, a lungo direttore di Città Nuova, presenta la figura di Igino Giordani, giornalista, scrittore, parlamentare, esponente di primo piano della cultura cattolica. Giordani fu il primo direttore della rivista Città Nuova. Definito il “martello degli eretici“, dopo l’incontro con l’ideale dell’unità di Chiara Lubich, fondatrice dei Focolari, si definì il “mantello degli eretici“. Per Giordani se i cristiani non portano frutto è perché non vivono fino in fondo la loro fede. Fu fondatore de Il Quotidiano, per la formazione di una coscienza politica nei cattolici. Giordani promuoveva un “giornalismo intenzionale”, nel quale bisogna spiegare le basi del proprio giornalismo ed essere più liberi di esprimere anche il proprio punto di vista.

Il registra Fernando Muraca legge alcuni degli interventi di Giordani. Si comincia come il suo intervento in Parlamento sul Patto Atlantico, contenuto in Memorie di un cristiano ingenuo (ed. Città Nuova). Per il parlamentare, la NATO era un “male minore” dopo il fallimento di altri mezzi. Giordani, tuttavia, sollecitava la ricerca di altre soluzioni e il primo passo che prevedeva era verso l’Europa, tutta l’Europa, compresa la Russia. Spesso dimentichiamo l’uomo che soffre e che viene maciullato sui campi di battaglia. Perché, chiedeva, dobbiamo andare verso le guerre? Noi tutti dobbiamo reagire. Parole attualissime ancora oggi.

Giordani affermava che “i nuovi fucili si armano da sé”. Non era vero, per lui, che armarsi era una forma di deterrenza. Bisognava fermare la corsa agli armamenti. Solo così si potevano fermare nuove guerre.

Igino Giordani santo? Ne parla Roberto Catalano, esperto di dialogo religioso. All’epoca di Giordani solo i consacrati potevano aspirare alla santità, salvo vedove e martiri, ma lui rifiutava questa concezione delle cose. Dopo l’incontro alla Camera con Chiara Lubich, Giordani scrisse che la fondatrice dei Focolari aveva portato la santità alla portata di tutti, nella vita di tutti i giorni, ma a una condizione. L’ascesa verso Dio era accessibile, ma bisognava mettere la dottrina nella fiamma della carità. Tutti i dolori che abbiamo, sono come gocce di sangue di Gesù crocifisso, a cui Dio dà valore. C’era la possibilità di vivere per santificarsi nella società – e anche in politica – e per tutta la sua vita si chiese se un politico potesse diventare santo e se un santo potesse essere un politico.

 

Il primo tavolo della seconda mattinata del festival di Città Nuova: da sinistra Sara Fornaro, Alberto Zucchero, Beatrice Acquaviva, Candela Copparoni, Irene Lombardo e Stefano Comazzi

9.30: Il bene si fa e si dice: un viaggio nei territorio alla scoperta di progetti per le persone, per il dialogo e per i fragili

Un viaggio attraverso l’Italia, e il mondo, che non si limita a parlare di quanto sia importante “fare il bene”, ma si attiva concretamente per farlo: è quello a cui hanno condotto il pubblico Sara Fornaro, rappresentante di Città Nuova all’interno del tavolo interassociativo sulla scuola; Beatrice Acquaviva, vicedirettrice Caritas Bologna; Alberto Zucchero, portavoce del Portico della Pace; Irene Lombardo del consiglio giovani del Mediterraneo e Rete Mare Nostrum; Candela Copparoni, redattrice di Città Nuova esperta di immigrazione; e Stefano Comazzi, presidente di Amu – Azione per un Mondo Unito.

Il viaggio parte da Bologna, città al centro delle proteste per l’emergenza abitativa: Beatrice Acquaviva ha presentato Bet, progetto di cui è referente, dal significativo titolo di “Abitare è una cosa seria”. Acquaviva ha posto l’accento in particolare sulla collaborazione con la rete di parrocchie e sull’importanza dei fondi dell’8×1000, utilizzati per adeguare strutture in disuso appartenenti alla Chiesa o ordini religiosi – come canoniche vuote – così da crearne alloggi a canone calmierato. In più si è scelto un approccio che valorizza le risorse delle comunità, organizzando piccole squadre in ogni parrocchia: “Spesso siamo bravi a identificare e colmare ciò che manca, ma meno a valorizzare ciò che c’è”, ha osservato. “Chiediamo una cosa molto semplice, essere buoni vicini di casa, che però non sempre è facile. Ma là dove si riesce, si vede la costruzione di fiducia”. Acquaviva ha precisato che esperienze di condivisione di questo modello sono già attive anche in altre diocesi tramite le locali Caritas, mettendo al centro l’abitare come processo e non come semplice consegna di una casa: su questo è infatti in corso un confronto con Caritas italiana.

Sempre a Bologna opera Il Portico della Pace, snodo di una rete di varie associazioni. Alberto Zucchero è partito dal significato del portico nel contesto bolognese: uno spazio privato che però si apre alla piazza, al pubblico. “Come associazioni noi facciamo coro – ha affermato -, che non significa cantare tutti la stessa nota: c’è il cantare insieme sostenendosi l’un l’altro, e l’intelligenza del direttore che dice quando partire e quando fermarsi”. Si è soffermato sull’importanza della lettura dei segni dei tempi, dell’essere buoni cittadini ed aiutare gli altri ad esserlo “anche con la nostra presenza fisica, andando nelle piazze e nelle scuole”: ha citato ad esempio una manifestazione che ha unito i vertici delle autorità cattoliche, ebraiche e musulmane in città in seguito agli avvenimenti del 7 ottobre 2023 in Medio Oriente. Come frutto più importante ha citato il dialogo tra cittadini, associazioni e istituzioni, in uno scambio fecondo che non sempre si vede in politica; insieme alla creazione della Rete Regionale Pace e Nonviolenza, su stimolo e contributo della quale “la Regione sta per approvare una nuova legge regionale sulla cooperazione internazionale e la cultura della pace”.

Il viaggio è proseguito poi in Toscana, a Firenze, con Irene Lombardo, che ha sottolineato come, al di là del contributo della politica, la pace deve nascere prima di tutto dall’amicizia tra i popoli: punto di partenza è la visione del Mediterraneo come punto di incontro espressa da Giorgio La Pira. Lombardo ha illustrato l’esperienza del Consiglio dei Giovani del Mediterraneo, composto da una quarantina di persone di diverse nazionalità che si incontrano settimanalmente online per lavorare ad iniziative che trovano poi radicamento nei diversi territori. Una volta l’anno si incontrano poi in presenza, l’ultima volta si sono visti in Italia, tra Roma, Grosseto e Firenze. Nascono così gemellaggi tra diocesi – ad esempio tra quella di Brindisi e quella di Beirut -, iniziative per il dialogo interreligioso e molte altre ancora, che spesso partono da un territorio e si replicano poi negli altri. “Non quindi idee generiche, ma esperienze concrete nate e portate avanti dai giovani”. Il dialogo quindi “non più come eccezione ma come normalità, per costruire una pace duratura”.

Candela Copparoni ha poi raccontato di un viaggio vero e proprio a cui ha preso parte, quello sulla goletta Bel Espoir, che ha portato una ventina di giovani di diverse nazionalità da Malta alla Grecia sulla scia degli Incontri Mediterranei lanciati da papa Francesco. “Confrontarci con la vita quotidiana su una nave ci ha messi tutti sollo stesso livello – ha osservato -, ci ha portati ad aiutarci l’un l’altro, è emersa con facilità una profondità del rapporto”. Cruciale anche il rapporto con il mare e la conoscenza del territorio intorno, che i giovani sono chiamati a custodire; e il dialogo interreligioso e interculturale, “perché non saranno solo i cristiani o solo i musulmani a costruire il futuro del Mediterraneo“. Il percorso prosegue nel 2027 con un’altra barca, e l’intenzione di formare delle reti locali: la proposta per l’Italia è quella di partire da un incontro a Loppiano, in provincia di Firenze.

Il viaggio si è infine aperto al resto del mondo con Amu (Azione per un Mondo Unito), che quest’anno festeggia  40 anni di attività, con progetti di cooperazione allo sviluppo in America Latina, Africa e Asia. Stefano Comazzi è partito citando Paolo VI quando disse “Non c’è pace senza sviluppo”, per spiegare il senso dell’opera dell’Amu e della sua collaborazione con le comunità locali senza sostituirsi a loro: “sono le persone del posto, i beneficiari, che sono i protagonisti, non abbiamo personale espatriato. Non si parte dall’Europa sapendo già quali sono i problemi e le possibili soluzioni, ma ci si ascolta reciprocamente e si cammina insieme”. Comazzi ha posto l’accento soprattutto sulla formazione, in particolare dei giovani, così da garantire un cambiamento virtuoso duraturo: ha portato ad esempio l’esperienza del Sudamerica, con le iniziative volte ad impedire che questi vengano reclutati dalle reti del traffico di droga. Comazzi ha concluso ricordando l’importanza delle forme di aiuto alla cooperazione internazionale che ciascuno può dare, come il 5 e l’8×1000, a fronte dell’insufficienza dei fondi pubblici destinati a tale fine.

Sara Fornaro ha concluso raccontando l’esperienza del tavolo interassociativo della scuola, che riunisce una ventina di associazioni anche di diversi orientamenti, generando uno scambio arricchente nella ricerca dei valori comuni: “Il primo è mettere gli studenti al centro – ha affermato – ma anche il contrasto alla dispersione scolastica e alle povertà educative”. Il lavoro del tavolo prosegue, con numerosi contatti con altre realtà della politica e della società civile, e su stimolo del tavolo è nato L?’Intergrupp parlamentare contro le povertà educative e la dispersione scolastica. Ha sottolineato anche l’importanza del dialogo e della capacità di superare le ideologie, risultata sorprendente all’interno del tavolo.

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