Il sistema elettorale israeliano è un po’ diverso dal nostro: è un proporzionale puro, si vota solo la lista, c’è un unico collegio nazionale, la soglia di sbarramento è al 3,25% dei voti validi. Noi saremmo portati a pensare che il partito e la coalizione che raccolgono più consensi siano i vincitori. In Israele è praticamente impossibile che un partito da solo raggiunga la maggioranza necessaria per ottenere l’incarico di formare il governo, conta la coalizione che riesce a raggiungere la maggioranza di almeno 61 seggi (su 120). Ma le coalizioni in una certa misura non si formano soltanto prima della votazione, ma anche dopo. Questo perché i partiti che partecipano sono più di una trentina, ma quelli che superano lo sbarramento del 3,25% sono una dozzina o poco più. Per questo, dopo lo scrutinio sono necessariamente previste alcune settimane di trattative fra quei partiti e gruppi che sono effettivamente entrati in Parlamento.
A scrutinio non ancora concluso (all’80% circa), per esempio, al Likud (il partito di Netanyahu) vengono attribuiti 26-27 seggi, e 27 complessivi agli altri 4 partiti della coalizione di destra; a Yashar (il partito di Eisenkot) sono attribuiti 21-22 seggi, e 27 complessivi agli altri 4 partiti della coalizione di opposizione. Alla Lista Comune araba sono attribuiti 12 seggi e 7 all’altro partito arabo, Ra’am. Le 2 liste arabe potrebbero quindi ottenere quasi il doppio di seggi rispetto alla precedente legislatura. Ma per i dati definitivi occorre attendere qualche giorno. E per quelli ufficiali il 4 novembre.
Al di là di quale coalizione otterrà dal presidente Herzog l’incarico di formare il futuro governo, ciò che il voto e le trattative mettono in luce offre interessanti indicazioni e spunti di riflessione sul clima politico e sociale in cui si è svolta la consultazione di martedì 27 ottobre 2026, ma anche sulle prospettive di partenza, su quelle che si aprono e su quelle che si chiudono.
Senza pretese di completezza, mi sembrano importanti tre aspetti da tenere in considerazione, oltre all’elevata affluenza alle urne (più 7,1%) rispetto al 2022.
Il primo è il dato di partenza, una sorta di chiave di lettura del voto del 27 ottobre, di cui in Europa non teniamo forse abbastanza conto: per gli ebrei israeliani e della diaspora, l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 con 1.200 morti e 250 ostaggi è uno shock con molte implicazioni, anche politiche, percepito a tutt’oggi in modo molto più forte delle reazioni e delle guerre scatenate da Netanyahu e dal suo governo.
Il secondo elemento da considerare, ma forse il più importante, che emerge dalla consultazione è la novità dell’alta partecipazione degli arabi israeliani, tanto da mettere in atto una difficile alternativa: la coalizione che accettasse i 17 o 19 deputati arabi israeliani o anche solo il loro appoggio esterno otterrebbe probabilmente la maggioranza per governare. Entrambe le coalizioni attuali escludono formalmente questa eventualità, con la sola eccezione del partito di sinistra (I Democratici), che aderisce alla coalizione di Eisenkot. Accettare l’appoggio dei partiti arabi (che da parte loro sono disponibili) indurrebbe però qualche formazione a cambiare schieramento, scompaginando le carte. Naturalmente la coalizione di Netanyahu esclude categoricamente questa eventualità e punta proprio sulla “defezione” delle formazioni di centro-destra avversarie per ottenere la maggioranza.
Il terzo elemento rilevante è la possibilità, reale ma piuttosto teorica, di avviare un percorso politico in Israele che con l’apertura ai partiti arabi riveda anche le politiche di apartheid, se non razziste, messe in atto in modo esplicito e/o implicito dai governi sempre più a destra guidati negli anni scorsi dal Likud di Netanyahu. Naturalmente una tale “profezia” si scontrerà inevitabilmente con gli irriducibili sostenitori del Grande Israele (coloni in particolar modo) e con Donald Trump, espressione del fondamentalismo messianico statunitense. Una sfida probabilmente impossibile per il sionismo israeliano.
Per intanto, anch’io mi unisco al cauto ottimismo di Anna Foa, ebrea non sionista, storica dell’ebraismo e una delle voci più critiche e autorevoli della politica israeliana del governo Netanyahu dopo il 7 ottobre 2023. Anna Foa, Premio Strega 2025 con “Il suicidio di Israele”, ha così commentato, fra l’altro, le elezioni israeliane: «Il dato più interessante mi pare sia questa vittoria strepitosa dei partiti arabi e che gli arabi siano andati a votare così numerosi».
