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In profondità > Festival di Città Nuova

Karram (Focolari): in Terra Santa la guerra ha fatto crescere l’odio, ma dialogo e convivenza sono ancora possibili

di Sara Fornaro

Sara Fornaro

Margaret Karram: “La vocazione dei cristiani in Terra Santa, e ovunque ci sono divisioni, violenza e polarizzazione, sia questa: ricostruire la fiducia per riaprire il dialogo, senza rinunciare né alla verità e alla giustizia né all’altro”. Pubblichiamo parte dell’intervento della presidente del Movimento dei Focolari al Festival di Città Nuova di Bologna.

Margaret Karram, presidente del Movimento dei Focolari, al Festival di Città Nuova, 24 ottobre 2026, foto di Carlos Mana

“Oggi dobbiamo essere molto sinceri. La guerra non ha distrutto soltanto vite, famiglie e case. Ha spezzato soprattutto i rapporti; ha fatto crescere l’odio e la sfiducia; ha reso ancora più difficile ascoltare il dolore dell’altro. Per questo sono convinta che non possiamo rinunciare al dialogo, né riprenderlo come se nulla fosse accaduto. Dobbiamo ricreare gradualmente le condizioni per incontrarci, ascoltarci e tornare a guardarci negli occhi”. Lo ha detto Margaret Karram, cristiana, araba con nazionalità israeliana, presidente del Movimento dei Focolari, al Festival di Città Nuova di Bologna.

Intervenendo all’incontro “Guerre e religioni: prossimità via alla pace”, Karram ha dialogato con Giorgio Gomel (ebreo, referente europeo di Alleanza per la pace in Medio Oriente), Sumera Tariq (presidente dell’Associazione delle Donne musulmane Ahmadiyya), Yassine Lafram (presidente della comunità islamica di Bologna), con la moderazione del direttore di Città Nuova, Riccardo Barlaam.

Karram: Credo nel dialogo perché l’ho sperimentato

Proponiamo parte dell’intervento di Margaret Karram al Festival. “Sono nata e cresciuta ad Haifa, in un clima di convivenza pacifica tra ebrei, cristiani e musulmani. In casa parlavamo arabo, ma ho studiato e parlo anche ebraico. Nella mia famiglia erano molto vive anche le ferite della nostra terra: alcuni parenti erano stati costretti a lasciare il Paese, mentre mio padre aveva scelto di rimanere. Quindi ho conosciuto presto che cosa significasse vivere tra appartenenze diverse, tra storie che spesso si contrappongono, tra dolori così acuti che non trovano risposta. Poi, quando a quattordici anni, ho incontrato il Movimento dei Focolari, attraverso la sua spiritualità ho scoperto che le parole del Vangelo sono concrete e si possono vivere nel quotidiano. È così che nel tempo ho capito che l’appartenenza a un popolo o un’identità culturale sono importanti, ma prima di tutto, nel profondo io sono cristiana. Nella mia vita ho avuto la possibilità di costruire rapporti profondi con cristiani di diverse Chiese, con ebrei, con musulmani. Ho ascoltato le loro storie, le loro paure, le loro speranze. Non sempre siamo riusciti a comprenderci su tutto, ma ho imparato che si può continuare a camminare insieme anche quando restano differenze profonde. Per questo continuo a credere nel dialogo: perché l’ho sperimentato”.

Riccardo Barlaam, Giorgio Gomel, Margaret Karram, Sumera Tariq e Yassine Lafram al Festival di Città Nuova. Bologna, 24 ottobre 2026. Foto: Sara Fornaro

La guerra ha distrutto vite e spezzato le relazioni

“Recentemente ho partecipato a Gerusalemme alla nascita di “Within your gates” e sono stata chiamata a far parte del suo board. È un forum voluto dal Patriarca latino di Gerusalemme, il Card. Pierbattista Pizzaballa, nel quale cristiani, ebrei, musulmani, studiosi e persone impegnate nella società cercano insieme di riscoprire la vocazione più profonda di Gerusalemme: essere una città aperta a tutti, capace di indicare una via di riconciliazione e di pace. Il Patriarca è stato chiaro: non bastano dichiarazioni o slogan, servono gesti di vicinanza che portino un cambiamento reale nella vita delle persone. E ha auspicato che i cristiani sappiano essere, dentro il disorientamento di oggi, un elemento di chiarezza, di verità e di richiamo alla giustizia, contribuendo a ricostruire le relazioni spezzate”.

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa a Gerusalemme, 29 Marzo 2026. ANSA/PATRIARCATO LATINO DI GERUSALEMME

La vocazione dei cristiani dove c’è violenza: ricostruire fiducia e dialogo

“Credo che oggi la vocazione dei cristiani in Terra Santa, e ovunque ci sono divisioni, violenza e polarizzazione, sia questa: ricostruire la fiducia per riaprire il dialogo, senza rinunciare né alla verità e alla giustizia né all’altro. La mia esperienza mi dice che è possibile, anche se non facile. Se guardiamo l’altro soltanto come qualcuno da temere, non lo vediamo nella sua piena verità. Possiamo cominciare cambiando il nostro sguardo e mettendoci in ascolto, per provare a condividere almeno una parte del cammino. Forse nel mio Paese, per motivi politici e tensioni fra i due popoli, non ci sono ancora le condizioni per un dialogo costruttivo che fa intravedere la pace (anche se tanto si fa al livello sociale), ma possiamo preparare la strada, ricostruendo con pazienza i rapporti tra Chiese, religioni e società civile, a livello “prepolitico”. Continuo a crederci perché ho sperimentato che, anche nelle situazioni più difficili, custodire una relazione può aprire uno spazio nuovo”.

Riconoscere le ingiustizie e la reciproca dignità per una convivenza pacifica

“Dopo tutto quello che è accaduto, la convivenza non può essere costruita chiedendo alle persone di dimenticare la propria storia o di tacere il proprio dolore. Ci sono ingiustizie che devono essere riconosciute. Ma non possiamo neppure rassegnarci a pensare che l’unica possibilità sia vivere gli uni contro gli altri. In questi giorni ho voluto ascoltare alcuni amici ebrei e musulmani, persone con le quali condivido da anni un rapporto di fiducia. Ho chiesto anche a loro se credono che la convivenza sia ancora possibile. Le loro risposte partono da esperienze e sensibilità diverse, ma mi hanno aiutata a capire ancora meglio quanto sia importante continuare a parlarci e ad ascoltarci con rispetto. Un amico musulmano mi ha detto che ciò che impedisce la convivenza non sono le differenze tra le persone, ma «l’abuso di potere, l’ingiustizia e la discriminazione». Eppure, per chi crede nella dignità di ogni essere umano e nel diritto di tutti alla vita, la convivenza rimane un «un sogno e una speranza». Questo per me è un punto essenziale. Convivere non significa pensare allo stesso modo o confondere le identità. Significa riconoscere che anche l’altro ha diritto a vivere al sicuro, ad avere una casa e a immaginare un futuro per i propri figli. Un’amica ebrea mi ha offerto un’altra riflessione che mi sembra importante: la convivenza è possibile perché, nonostante tutto, esiste già. La si vede nei luoghi di lavoro, negli ospedali, nelle università, nelle città dove persone diverse continuano a vivere fianco a fianco. Forse a volte non ce ne accorgiamo, perché il rumore della violenza copre tutto il resto. Ma ci sono ancora persone capaci di ascoltarsi e di aiutarsi”.

 Ricostruire partendo dal buono che c’è

“Dobbiamo partire da ciò che è rimasto vivo e non permettere che vada perduto. Mi ha colpito anche il racconto di persone ebree che, in questo tempo così doloroso, scelgono di stare accanto ai contadini e ai pastori palestinesi minacciati, aiutandoli concretamente e offrendo loro protezione. Non risolvono il conflitto e non fanno scomparire le profonde divergenze. Ma con la loro presenza dicono che non vogliono restare indifferenti davanti all’ingiustizia e che è ancora possibile riconoscersi come esseri umani. Da uno di questi contributi mi è arrivata un’immagine che sento molto vera: ciò che è stato spezzato non può tornare semplicemente come prima e i frammenti non vanno nascosti. Ma proprio per questo siamo chiamati a riparare ciò che è nelle nostre possibilità. La convivenza non è qualcosa che possiamo aspettare passivamente dalla politica. Dipende anche da ciascuno di noi e da come ci comportiamo con la persona che abbiamo accanto. Ecco perché, nonostante tutto l’orrore che continuiamo a vedere, credo che la convivenza sia ancora possibile. Quando si continua a lavorare insieme la convivenza è già presente. Forse in modo fragile, ma reale. Penso che oggi il nostro compito sia non lasciare soli quanti fanno queste scelte. Perché sono loro a mostrarci che il dolore e la paura non devono necessariamente avere l’ultima parola”.

Condividere il dolore di chi soffre

“Non so se possiamo comprendere davvero fino in fondo il dolore di una madre che ha perso un figlio, di una famiglia che non ha più una casa, di chi aspetta una persona rapita, di chi ha visto morire davanti a sé le persone che amava. Ci sono dolori davanti ai quali le parole semplicemente non dicono nulla. E credo che la prima cosa da fare sia non pretendere di trovare subito una risposta. Il 7 ottobre 2023 ero in Vaticano; stavo partecipando al Sinodo della Chiesa cattolica. Ricordo ancora il momento in cui ci comunicarono la notizia dell’attacco in Israele. Ero incredula. Non riuscivo a trovare parole per esprimere quello che avevo dentro: un dolore infinito per entrambi i popoli, per i morti, i feriti, gli ostaggi, i dispersi, per le loro famiglie. Da quel momento quel dolore è diventato ancora più grande, giorno dopo giorno, davanti a quanto accadeva a Gaza e in tutto il Paese; sia in Israele che nei Territori Palestinesi, in Libano e in altre parti. Erano volti, persone conosciute, amici e famiglie care, israeliane e palestinesi. E quando conosci e ami persone da una parte e dall’altra, senti quasi che il cuore non riesce a contenere tutto”.

Le tragedie e la speranza

“Spesso mi sono domandata: come posso essere vicina a tutti, senza dare l’impressione di mettere sullo stesso piano storie, condizioni e responsabilità diverse? Nel Natale del 2024 ho potuto finalmente tornare nella mia terra. Sentivo un bisogno profondo di essere accanto alle persone, di far sentire loro la vicinanza di tanti. Ho ascoltato storie durissime, piene di sofferenza, ma anche gesti che mi hanno ridato speranza. Mi ha colpito, per esempio, il racconto di un arabo-cristiano. Aveva avuto un rapporto difficile con un collega ebreo. Quando seppe che il figlio di quell’uomo era stato gravemente ferito in guerra ed era in pericolo di vita, lo chiamò per dirgli che gli era vicino. Quella telefonata commosse profondamente il padre. Quando il giovane si riprese, andarono a trovarlo. Mi è sembrato un gesto quasi eroico. Quell’uomo non ha dovuto rinunciare alla propria storia, alle proprie ferite o al bisogno di giustizia. Ha semplicemente riconosciuto, nel dolore dell’altro, il dolore di un padre”.

Condividere la sofferenza con la vicinanza

“Forse condividere la sofferenza comincia proprio così: non da una risposta, ma da una presenza. E non significa neppure chiedere alle vittime di perdonare subito. Ci sono percorsi interiori che hanno bisogno di tempo e che nessuno può imporre. Io stessa a volte mi sento impotente, ma è proprio in quei momenti che ricorro alla preghiera, come il luogo in cui affido a Dio le persone, una per una, e gli chiedo di darmi un cuore grande da non escludere nessuno”.

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