20 ottobre, una data da non dimenticare. In quel giorno, quindici anni fa, l’organizzazione terroristica ETA, col suo classico stile visivo (tre volti incappucciati coronati da un berretto nero, dietro un tavolo) comunicava la cessazione definitiva dell’attività armata. Quel giorno ero a Bilbao e ricordo una discreta gioia per le strade. Poi ho saputo che c’è stato chi ha persino stappato una bottiglia di spumante. Oggi c’è un certo consenso sul fatto che quel comunicato fu il risultato della pressione della polizia e della magistratura, ma anche della mobilitazione sociale. La lotta armata non finì per un accordo tra il governo spagnolo e l’organizzazione terroristica. Fu una decisione unilaterale. ETA, accerchiata dalla polizia e sotto pressione da parte della sinistra nazionalista basca, il cui futuro dipendeva dalla fine della violenza, fu costretta a cessare le proprie attività.
Molte sono state le iniziative e le proposte di dialogo lungo questi quindici anni per cercare di sanare le ferite e avvicinare le posizioni tra le vittime del terrorismo e i loro carnefici. Molti anche i tentativi di spiegare e riassumere un fenomeno sociale, politico e “militare” che è durato ben mezzo secolo, lasciando 853 morti e più di 6.300 feriti.
Uno degli studi più autorevoli e citati è quello della politologa britannica Teresa Whitfield, una consulente indipendente che ha partecipato ai processi di pace in America Latina e ha lavorato presso il Centro per la cooperazione internazionale dell’Università di New York. Dal 2016 al 2022 è stata direttrice della divisione Politiche e Mediazione del Dipartimento per gli Affari politici e il Consolidamento della pace delle Nazioni Unite. Ha pubblicato numerosi lavori sul consolidamento della pace e sulla mediazione. Nel 2014 ha pubblicato Il libro “Endgame for ETA: elusive peace in the Basque Country”, tradotto e pubblicato poi in spagnolo nel 2023: “ETA: el desenlace. La paz esquiva en el País Vasco”. E in questa sua opera Whitfield offre una ricostruzione della storia dell’organizzazione e un’analisi unica delle complessità politiche del conflitto.
Il caso basco è stato citato come esempio dei pericoli del «dialogare con i terroristi». Basandosi su un’ampia ricerca, Whitfield sostiene che, nella decisione di deporre le armi, i negoziati tra governo e la banda terroristica non sono stati decisivi, ma bensì un’insolita forma di mediazione indiretta che ha affiancato l’azione della polizia e la condanna sociale.
Whitfield concentra la sua attenzione sull’estate del 2011 e descrive il processo come virtuale: «Invece di un accordo concreto, è emersa una sequenza di passaggi culminata in una sorta di tabella di marcia senza alcun incontro diretto». La chiave è stata la fiducia che entrambe le parti hanno riposto nel Centre for Humanitarian Dialogue (CHD), facilitatore internazionale del processo di pace. Alcune fasi di questo processo sono state pubbliche, come la firma di una dichiarazione da parte del collettivo di prigionieri dell’ETA che ripudiava la violenza, il 23 settembre 2011. Poi il 27 settembre la nuova coalizione della sinistra nazionalista basca si è presentata alle elezioni generali e il 28 settembre è stata presentata la Commissione Internazionale di Verifica (CIV), composta da personalità internazionali. Il 29 settembre, il presidente del Governo Basco, Patxi López, si è impegnato a trasferire i prigionieri dell’ETA nelle carceri basche. Il 1° ottobre l’ETA ha annunciato il suo impegno a collaborare con la CIV.
Una certa ambiguità in tutto il processo, dice Whitfield, lasciò alla sinistra indipendentista basca poche basi solide con cui difendersi dalle critiche. Non esistevano documenti scritti firmati da entrambe le parti: «Il governo Zapatero non riconobbe l’esistenza di una roadmap e insistette sul fatto che la fine dell’ETA fosse stata unilaterale», sottolinea Whitfield. Ciò che si avverò fu la convinzione che «l’ETA non avrebbe mai più ucciso in Spagna». Quindici anni dopo questa convinzione è stata confermata dai fatti.