L’Artico, tradizionalmente un’area di cooperazione pacifica e ricerca scientifica, si sta trasformando in un teatro di intensa competizione geopolitica. L’Unione europea (Ue) si trova costretta a ricalibrare la sua strategia per rispondere a una serie di minacce e sfide senza precedenti.
Infatti, i cambiamenti climatici stanno aprendo nuove rotte marittime, riducendo drasticamente i tempi di navigazione tra Asia ed Europa e permettendo, allo stesso tempo, l’accesso a vaste e precedentemente inaccessibili risorse naturali, in particolare le cosiddette terre rare, quei minerali essenziali per la transizione verde. Il numero di imbarcazioni che operano nell’area soggetta al Codice Polare, il regolamento internazionale che disciplina la navigazione nell’Artico e nell’Antartico, è aumentato del 40% tra il 2013 e il 2025, mentre la distanza totale percorsa è quasi raddoppiata.
«L’Artico è la prima linea di collisione delle placche tettoniche della geopolitica mondiale e rappresenta il nostro Vicinato Nordico: una regione vicina, connessa e fondamentale per il nostro futuro».
Con queste parole la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha presentato la nuova Strategia dell’Ue per l’Artico, segnando un cambio di passo decisivo nella politica estera e di sicurezza dell’Ue, con il fine di rafforzare la cooperazione strategica tra i gli Stati membri (con Svezia, Finlandia e Danimarca in prima fila) e i partner dell’area, come Norvegia, Islanda, Regno Unito e Canada. Infatti, l’Artico «non è la frontiera di qualcun altro, fa parte dell’Unione Europea» e, pertanto, «con la nostra nuova strategia, stiamo investendo in una maggiore sicurezza, in infrastrutture resilienti e in opportunità economiche, a beneficio delle persone che chiamano l’Artico la propria casa, e per il nostro spazio condiviso».
L’Artico è diventato un’area di competizione militare e geopolitica con Russia e Cina, ma anche con gli Stati Uniti d’America. Ecco la ragione che spinge l’Ue a rafforzare la sorveglianza marittima e la protezione delle infrastrutture critiche, come i cavi sottomarini, tramite l’istituzione di un nuovo hub di sicurezza marittima e una più stretta sinergia con la NATO.
Inoltre, considerando che il riscaldamento globale procede nell’Artico a una velocità quadrupla rispetto alla media del pianeta, l’Ue intende potenziare la ricerca polare tramite il nuovo EU Polar Research Hub per coordinare le misurazioni scientifiche e la prevenzione dei rischi ambientali. Ancora, con la progressiva apertura di nuove rotte navali, l’Ue punta a sviluppare filiere sostenibili per l’estrazione di materie prime critiche necessarie alla transizione verde e digitale, riducendo le dipendenze esterne senza ricorrere alle trivellazioni fossili. Infine, la strategia mira a tutelare gli oltre 500.000 cittadini europei nell’area e le popolazioni indigene dell’Artico, investendo su connettività digitale, competenze e sviluppo sociale sostenibile.
Non a caso, Kaja Kallas, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ha sottolineato che, per l’Europa, l’Artico non è un continente lontano, ma una parte integrante del proprio equilibrio geostrategico e ambientale. Con l’adozione del piano per il Vicinato Nordico, l’Ue intende affermarsi non solo come garante della transizione ecologica, ma come attore di sicurezza a pieno titolo nelle regioni polari, minacciate dal crescente attivismo della Russia e dall’espansione strategica della Cina.
Nello specifico, la minaccia della Russia nell’Artico non si limita più alla sola militarizzazione convenzionale, ma assume contorni ibridi e cosiddetti multi-dominio. La strategia cita esplicitamente il crescente numero di incursioni con droni, le interferenze sui segnali GPS nella regione baltico-artica e i continui sabotaggi o tentativi di tracciamento dei cavi sottomarini per le telecomunicazioni e la rete energetica.
Ecco che, per rispondere alla presenza della flotta ombra russa e al controllo militare della Northern Sea Route, la strategia prevede la nascita di un hub di sicurezza marittima e sorveglianza e un programma dedicato di sorveglianza satellitare artica entrate a regime dal 2027 per migliorare il monitoraggio in tempo reale dallo spazio ai fondali marini. Inoltre, l’Ue stimolerà l’acquisto congiunto e la produzione industriale di nuove navi rompighiaccio ad alta tecnologia, riducendo lo storico divario operativo e logistico che l’Occidente sconta nei confronti della Russia nella navigazione polare. Infine, l’Ue ha confermato il blocco totale alle trivellazioni fossili e alle importazioni di idrocarburi dall’Artico russo, minando le entrate finanziarie destinate a sostenere la macchina bellica di Mosca.
Ancora, l’Ue intende contrastare la cosiddetta via della seta polare sviluppata dalla Cina, che, nel 2018, si è definita uno Stato quasi-artico e ha investito massicciamente nelle rotte commerciali nordiche e nel settore estrattivo.
Dato che l’Artico ospita enormi giacimenti di terre rare, litio, cobalto e nichel, la strategia dell’Ue mira ad assicurare un’estrazione sostenibile e locale, specialmente in Scandinavia e Groenlandia, per evitare che l’Europa sostituisca la dipendenza dal gas russo con la dipendenza dalle catene di fornitura controllate da Pechino. Inoltre, l’UE finanzia il progetto di un cavo sottomarino trans-artico per collegare la Groenlandia e l’Europa direttamente al Canada e al Giappone, con l’obiettivo è offrire un’alternativa sicura ed europea all’infrastruttura di connettività promossa dalla Cina lungo la rotta nordica. Infine, pur non chiudendo del tutto le porte alla ricerca scientifica multinazionale sul clima, la strategia introduce controlli stringenti sui finanziamenti e sulle partnership scientifiche per evitare che istituti di ricerca cinesi utilizzino la copertura ambientale per rilievi idrografici o mappature acustiche utili a scopi militari subacquei.
È noto che il traffico internet globale, le comunicazioni finanziarie e le reti energetiche dipendono per oltre il 98% dai cavi sottomarini. L’Artico e il Nord Atlantico sono diventati snodi cruciali ma estremamente esposti a rischi di interruzione intenzionale da parte di sottomarini o navi di superficie ostili. Ecco che il nuovo Arctic Cable Hub opererà attraverso tecnologie avanzate di intelligenza artificiale e sensori acustici e vibrazionali in grado di rilevare in tempo reale anomalie, ancoraggi sospetti o stazionamenti anomali di natanti in prossimità dei tracciati dei cavi. Oltre alla prevenzione, l’hub coordinerà le risorse logistiche necessarie per velocizzare la riparazione dei cavi danneggiati, un’operazione complessa e costosa a causa delle condizioni climatiche estreme e delle avverse condizioni del mare artico. Infine, la strategia unisce la protezione dei cavi esistenti al finanziamento di nuove dorsali digitali sicure, come il progetto Pan-Arctic Cable, pensato per connettere la Groenlandia direttamente all’Europa, al Canada e al Giappone, garantendo vie di comunicazione sottratte al controllo di potenze rivali, evitando punti caldi o congestionati come lo Stretto di Malacca, il Mar Rosso o il Canale di Suez.
Bisogna riconoscere che il recente ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO e l’adozione del concetto di Vicinato Nordico comportano una sovrapposizione quasi perfetta tra sicurezza europea e atlantica, se non fosse per i capricci dell’alleato americano nell’era di Donald Trump. Viene prevista una sinergia tra Ue e NATO con la condivisione dati d’intelligence marittima, un coordinamento sulla mobilità militare in climi estremi e la difesa congiunta delle infrastrutture critiche. Inoltre, il partneriato strategico rafforzato con la Groenlandia, il Canada e il Regno Unito bilancia sia la pressione della Russia e della Cina sia le pretese degli Stati Uniti sull’area. Infine, la strategia mira al coinvolgimento delle comunità locali e dei Sami tramite il consenso preventivo per evitare che la competizione per le risorse crei instabilità sociale, forse anche in risposta alle mire espansionistiche a stelle e strisce?
D’altronde, se l’obiettivo del presidente degli Stati Uniti era quello di contrastare l’influenza di Russia e Cina, il risultato è stato, però, quello di far sorgere un nazionalismo groenlandese e danese, nonché catalizzare l’attenzione dei leader europei. Se la pretesa di Washington di acquisire la Groenlandia era considerata inaccettabile, la Danimarca, dopo una fase di opposizione totale, ha separato la questione della sovranità territoriale da quella della sicurezza militare, condividendo la preoccupazione per la crescente competizione internazionale nell’Artico, aprendo così la strada all’accordo annunciato da Trump con la Danimarca per assumere a tempo indeterminato il controllo della sicurezza dell’isola.
