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Mondo > Esteri

Serbia, vince la lista degli studenti: si chiude il decennio di Vučić

di Chiara Andreola

Il leader serbo in carica da 12 anni, contraddistinti da un governo autoritario, ha ammesso la sconfitta alle urne. Si apre ora una fase di novità, ma anche di profonda incertezza, per il Paese

Festeggiamneti a Belgrado per la vittoria della lista degli studenti. Foto EPA/ANDREJ CUKIC

Hanno forse avuto meno risonanza delle elezioni presidenziali in Brasile, il cui ballottaggio è caduto nello stesso giorno; ma hanno suscitato non meno sorpresa i risultati delle elezioni in Serbia. Se da un lato il testa a testa tra Lula e Bolsonaro ha visto il primo spuntarla per neanche due punti percentuali, qui quello che doveva essere un altro testa a testa si è tradotto in una vittoria (o in una sconfitta, a seconda dei punti di vista) più ampia delle aspettative: la Lista degli Studenti si è infatti imposta per circa il 53% (i dati non sono ancora ufficiali al momento in cui scriviamo) sul presidente uscente Aleksandar Vučić, che si è fermato poco sotto il 40%. Gli Studenti avevano presentato candidati in ogni collegio, per coprire potenzialmente tutti i 250 seggi del Parlamento: con le proiezioni attuali dovrebbero ottenerne 140, contro i 103 del partito di Vučić SNS (Partito Progressista Serbo) e i 7 di altri partiti minori.

Vučić ha riconosciuto la sconfitta già poco dopo la chiusura dei seggi, mettendo così la parola fine ad un periodo di governo durato 12 anni e contraddistinto da misure via via più autoritarie e nazionaliste: aveva suscitato particolare clamore nella comunità internazionale la sua decisione di celebrare i funerali di Stato per Ratko Mladić, “il boia di Srebrenica”, lo scorso settembre, ponendosi una volta di più come erede politico di quel nazionalismo serbo che ha incendiato i Balcani negli anni Novanta. Va ricordato che il presidente si era dimesso e aveva indetto elezioni anticipate.

Dalle proteste degli studenti al partito politico

La parabola discendente di Vučić è iniziata un paio d’anni fa con un fatto apparentemente slegato dalla politica: il crollo di una pensilina alla stazione di Novi Sad, nel quale morirono 16 persone. Un episodio divenuto il simbolo delle condizioni precarie in cui una politica percepita come corrotta aveva gettato la popolazione (si ipotizzò un difetto nella costruzione della pensilina dovuto ad un appalto assegnato in maniera “facile”), e che aveva dato il via a proteste studentesche che, in varie fasi ma sempre in forma nonviolenta, sono da allora continuate. La richiesta era quella di un profondo rinnovamento del Paese, dalla lotta alla corruzione alla libertà di stampa (di fatto non pienamente garantita), alla fine del sistema di nomine legato alla fedeltà al partito al potere.

La protesta si è poi organizzata appunto in un partito politico, nato dalle università, e senza un candidato premier ufficiale: il capolista è un cardiologo, Ilja Srdanović, che però non è detto che assumerà effettivamente l’incarico. Secondo gli analisti, a favorire la vittoria di dimensioni inaspettate è stato soprattutto il loro radicamento sul territorio, capace di portare alle urne la quota record di oltre il 70% degli elettori (all’incirca la stessa quota che nel 2000 aveva decretato la caduta di Milosević). Importante anche l’appoggio più o meno esplicito di buona parte dell’opposizione a Vučić, e il fatto che l’assenza di un leader definito e di un programma chiaro abbia fatto sì che gli attacchi delle forze di maggioranza siano stati altrettanto vaghi e poco incisivi.

Ilija Srdanovic (al centro), capolista della Lista degli Studenti, festeggia la vittoria. Foto EPA/ANDREJ CUKIC

Una vittoria “a doppio taglio”

La vittoria della Lista degli Studenti è stata accolta con toni entusiastici non solo dalla maggioranza dei sei milioni e mezzo di elettori serbi, ma anche all’estero: il tedesco Die Zeit (la Germania è uno dei Paesi con una più ampia comunità serba della diaspora, circa 400mila persone) titola “Questa vittoria appartiene alla gioventù serba”, accusa il premier uscente di aver cercato di bloccare gli oppositori anche tramite le forze di polizia, ma “ha vinto la democrazia”, con una sorta di “avviso di sfratto” anche ad altri regimi autoritari.

Questa vittoria, tuttavia, se da un lato apre grandi opportunità per il rinnovamento del Paese, dall’altro apre anche profonde incertezze. Non solo perché, come già detto, non c’è un candidato premier definito; ma anche perché lo stesso programma degli Studenti è tanto “trasversale”, e atto quindi a raccogliere vasti consensi, quanto privo di posizioni chiare su diversi nodi cruciali.

Il lungo cammino verso l’Ue

Tra tutti, quello che ci tocca più da vicino è la questione dell’adesione della Serbia all’Ue: un passo a cui il Paese è candidato dal 2012, ma il cui processo ha subìto forti rallentamenti sotto la presidenza euroscettica di Vučić. Il presidente uscente ha infatti sempre mantenuto posizioni filorusse, e gli era stato richiesto un maggiore allineamento all’Ue in termini di stato di diritto, lotta alla corruzione, libertà di stampa e politica estera. A preoccupare Bruxelles sono in particolare i rapporti con Russia e Cina: basti dire che quest’ultima è il secondo partner commerciale del Paese dopo l’Ue ed è in crescita, e che la Serbia si è opposta alle sanzioni Ue alla Russia (a cui è legata per il gas e per l’industria bellica). La Lista degli Studenti non sembra avere su questo una posizione chiara: se da un lato non si professa euroscettica, dall’altro nemmeno prende apertamente le distanze da quelle istanze nazionaliste che frenano l’adesione.

Un tema sul quale è peraltro tornato anche Romano Prodi durante il festival per i 70 anni di Città Nuova, intervistato dal direttore Riccardo Barlaam: da ex presidente della Commissione Ue, Prodi ha riconosciuto colpe anche all’Europa nel “non sapersi decidere” sull’adesione dei Balcani, penalizzata da anni di lunghe e non sempre produttive negoziazioni.

Altre questioni spinose su cui manca una posizione chiara sono quella del Kosovo, dove non sono ancora risolte le tensioni tra popolazione serba e albanese, e quello della Repubblica Serba di Bosnia, entità autonoma della Bosnia-Erzegovina abitata da serbi, “eredità” della guerra dei Balcani e tuttora attraversata da velleità secessioniste.

Per la Serbia è quindi sì, come hanno scritto in tanti, l’alba di un nuovo giorno; ma un giorno davvero tutto da costruire, con le potenzialità e le incognite che questo comporta.

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