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Italia > Economia e Lavoro

Torino e la corsa al riarmo, l’alternativa nasce da un impegno collettivo

di Maria Chiara Acciarini

- Fonte: Città Nuova

Torino 2025 Manifestazione contro piano di riarmo europeo davanti ai cancelli dello stabilimento Mirafiori di Stellantis ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Il 4 novembre 2025 l’edizione torinese del Corriere della sera ha pubblicato un articolo, firmato da Mattia Aimola, dal titolo: Università di Torino,  stop alla collaborazione con la Vishay: ”Tecnologia usata in guerra. Ma l’azienda realizza semiconduttori per le auto.

Un articolo accompagnato da un altro, in cui si riportavano allarmate dichiarazioni di dirigenti sindacali di Uilm e di Fim Cisl: «Secondo l’Università di Torino produciamo chip per il settore militare: Non è vero, così ci fate chiudere». Una posizione diversa esprimeva la Fiom: «Il lavoro non si tocca, anche se bisogna chiedere conto all’azienda che quei chip vanno davvero solo all’auto».

Borgaro, principale sede italiana dell’azienda statunitense, è a pochi chilometri da Torino e fa parte della omonima Città metropolitana.

Il destino di una città

Il caso, di cui dirò più avanti la conclusione, merita di essere esaminato perché mette in risalto alcuni aspetti importanti della discussione sulla vocazione dell’area torinese e in particolare della sua città capoluogo: essere o non essere organicamente collegata ad attività militari.

Il tema oggetto di discussione riguardava la prosecuzione di una collaborazione fra il Dipartimento di Fisica e Vishay.

Nel Consiglio di amministrazione di Unito (CdA UniTo da qui in poi) mi ero permessa di chiedere che fossero compiuti “approfondimenti” sull’uso dei semiconduttori, che l’azienda produce e che, com’è noto, possono essere utilizzati anche a fini militari.

Ma è bastata una richiesta di questo tipo per generare subito l’angoscia per la perdita di posti di lavoro, accompagnata da un intervento sanzionatorio della ministra Bernini in persona.

La vicenda permette di mettere in risalto tre aspetti importanti che riguardano la difficoltà che incontra l’affermazione degli ideali di pace considerati spesso antagonisti dello sviluppo economico e della conseguente creazione di posti di lavoro.

Il primo aspetto da sottolineare sono le reazioni eccessive e inquietanti, che rischiano di allontanare qualsiasi verifica sulle attività aziendali potenzialmente ricollegabili a usi militari.

Un semplice approfondimento sul possibile uso bellico dei risultati della ricerca viene considerato un pericolo per i posti di lavoro. Un ricatto simile anche a quello collegato alla segnalazione dell’inquinamento ambientale derivante da attività produttive. In sostanza: “se vuoi lavorare devi accettare la guerra, se vuoi lavorare devi accettare che si danneggi, spesso in modo irreversibile, l’ambiente”.

Occorre perciò contrappore all’aumento della produzione a fini bellici l’incremento di attività economiche alternative in grado di favorire il progresso civile e la tutela dell’ambiente.

Il secondo punto da sottolineare riguarda il soggetto a cui era rivolta la  domanda, formulata all’unanimità dal CdA UniTo che si era permesso  solamente di sospendere e non certo di annullare  l’ approvazione dell’accordo di collaborazione con Vishay.

Proprio in quei giorni stava muovendo i suoi primi passi l’Osservatorio sulla consapevolezza dei Rischi d’uso nelle Attività universitarie (ORA, da qui in poi), uno strumento di cui l’ateneo si è dotato per valutare l’etica e la sicurezza della ricerca.

L’Osservatorio ha attualmente concluso la sua fase sperimentale e dovrebbe diventare un organo stabile di UniTo, ma uno dei primi risultati raggiunti è stata la formulazione di una clausola da includere negli accordi e nei contratti firmati dall’ateneo.

Riporto la formulazione con cui è stata inserita nell’accordo, poi stipulato, con Vishay: «Le parti s’impegnano a utilizzare i risultati della ricerca ai soli fini civili, escludendo qualsiasi potenziale utilizzo militare».

È un tentativo di cui ovviamente dovranno essere valutati gli effetti ed è corretto ricordare che  i giudizi sulla sua efficacia non sono unanimi. Però una cosa è certa: appena si mette e in dubbio la possibilità di stipulare o rinnovare un accordo o un contratto si può prevedere un’alzata di scudi come quella appena descritta.

Per affrontarla  può essere utile che, dopo un’attenta indagine, UniTo proponga all’altro contraente di inserire, come sta avvenendo anche in altri casi, la clausola citata, introdotta in un articolo del dispositivo che riguarda il più vasto tema dell’integrità della ricerca, delle norme anticorruzione e del rispetto dei Codice etico.

Il terzo punto che emerge dallo studio di questo caso riguarda l’ampiezza dei rapporti che gli atenei torinesi hanno con le imprese, tra le quali non mancano certo quelle coinvolte con produzioni militari.

Per il Politecnico, il problema  assume un’importanza ancor più rilevante, come è bene illustrato nell’intervista di Città Nuova al professor  Juan Caros De Martin, che molto opportunamente ricorda anche l’invito rivolto da Primo Levi al tecnico che deve chiedersi se sta covando un uovo di colomba o un uovo di cobra.

 È possibile l’alternativa alla produzione bellica?

Trasformare Torino, stretta fra il declino della ex Fiat e i nuovi progetti Leonardo, in città della pace, come ha autorevolmente ed efficacemente auspicato l’arcivescovo di Torino, cardinale Repole, richiede di agire innanzitutto sugli istituti di alta formazione e favorire anche attraverso di essi la riconversione industriale verso settori civili, come è bene spiegato nell’intervista sempre di Città Nuova a  Caterina Mele, che elenca sinteticamente  gli ambiti  verso cui si devono muovere sia la formazione universitaria sia la produzione: energie rinnovabili, mobilità sostenibile, riqualificazione energetica degli edifici, produzione di batterie elettriche.

In particolare, è sulla mobilità sostenibile che l’area torinese può svolgere un ruolo veramente importante, su cui vorrei brevemente soffermarmi, condividendo la posizione di chi la considera “la naturale evoluzione del fare auto “ come Stefano Tassinari . 

Le aspettative verso la mobilità sostenibile possono essere giustamente molto alte. Per affrontare concretamente il tema del suo sviluppo non si può però prescindere da alcuni dati non decisamente incoraggianti.

Si deve rilevare che attualmente il trasporto pubblico non ha ancora raggiunto i livelli precedenti la pandemia di Covid e che la quota complessiva della mobilità sostenibile – trasporto pubblico, micromobilità, spostamenti a piedi o in bicicletta – è negli ultimi anni un po’ diminuita anche a causa delle nuove abitudini di  determinate soprattutto dallo smart working che ha ridotto gli spostamenti sistematici casa-lavoro.

Ma, accanto a questi dati, ve ne sono altri positivi, come attestano, ad esempio, le indagini PwC Voice of Consumer 2024.

Il 74% dei cittadini dichiara che utilizzerebbe soluzioni alternative rispetto all’auto privata se il trasporto pubblico servisse meglio la propria zona. Quindi, si può concludere che c’è ancora un’ampia domanda inevasa, che  deve probabilmente essere attentamente analizzata per progettare servizi più flessibili, multimodali e capaci di adattarsi ai bisogni effettivi.

Si apre così una vasta area di intervento che deve coniugare la produzione di beni , come i veicoli alternativi, con la capacità di implementare, grazie alla tecnologia, nuovi modelli di pianificazione del servizio pubblico.

Un compito che l’area torinese dovrebbe considerare prioritario, perché in grado di valorizzare le sue specificità.

Torino  può continuare a essere una città industriale, ma perché divenga  una città della pace devono essere compiute alcune scelte che richiedono impegno da parte dei soggetti istituzionali e in generale della politica locale e nazionale.

Il problema di chi decide in città è determinante, come ha affermato Stefano Tassinari nell’intervista già citata. Non possono essere poche persone. Bisogna allargare il numero di coloro che partecipano alla vita della città e coinvolgere i cittadini nelle decisioni più importanti. Occorrono idee condivise, studi approfonditi, investimenti adeguati.

 Come fermare la corsa al riarmo?

Il cambiamento necessario e possibile è attualmente  ostacolato dalla destinazione di risorse sempre più imponenti al riarmo e dalla conseguente contrazione della spesa pubblica per sanità, istruzione, industria e ambiente.

I dati che seguono sono tratti dall’Annuario 2026 che l’Osservatorio Milex  sulle spese militari ha presentato il 23 luglio alla Camera dei deputati e dipingono un quadro che non lascia dubbi sulle intenzioni di coloro che hanno il potere nel nostro paese.

Tra il 2010 e il 2026 l’Italia ha destinato oltre 429 miliardi di euro alle spese militari, cifra che corrisponde  a 503,9 miliardi a valori costanti odierni. E non si può dimenticare che le cifre potrebbero drasticamente lievitare se Meloni fosse posta nelle condizioni di mantenere l’impegno di destinare al comparto bellico il 5%% del PIL.

L’impennata delle cifre destinate al riarmo è, d’altronde, concentrata nel biennio 2025-2026 quando le spese hanno superato i 33 miliardi di euro all’anno.

Perché Torino divenga la città della pace è necessario che cambi profondamente la destinazione delle risorse in Italia e non solo nel nostro Paese.

Ma, in questo contesto, la trasformazione di Torino in una città in cui non si producono  armi ma si opera una riconversione verso settori produttivi che migliorano la qualità della vita, è indubbiamente difficile.

Eppure alcune scelte permetterebbero di superare una fase difficile come quella che stiamo vivendo , resa drammatica  dal disimpegno di Stellantis e la crisi dello stabilimento di Mirafiori.

Occorrono nuove proposte elaborate, in luoghi opportunamente creati, attraverso la discussione e il confronto anche fra soggetti con provenienze e appartenenze molto diverse.

Di particolare importanza è anche il confronto intergenerazionale, perché la prospettiva di trasformare Torino in una città della pace può veramente coinvolgere i giovani in un progetto che punti sulla speranza e non sulla disperazione, sul progresso e non sulla barbarie, sulla fratellanza e non sull’odio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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