È uno sciopero contro la guerra quello indetto per il 30 ottobre 2026 dai lavoratori di oltre 100 porti in tutto il mondo come mostra il planisfero preparato dal sindacato Usb Mare e porti di cui fa parte il Calp, Collettivo autonomo dei lavoratori portuali, balzato alla cronaca per aver impedito il 20 maggio 2019 il carico di armi sulla nave saudita diretta ad alimentare la guerra in corso in Yemen.

Un fatto eclatante collegato con l’impegno del Comitato riconversione Rwm che in Sardegna si batte contro il ricatto occupazionale della fabbrica controllata dalla multinazionale Rheinmetall, che produce missili e bombe destinati dal 2015 in Arabia Saudita, snodo nevralgico per il mercato delle armi pesanti. Il Paese che organizza ogni due anni un imponente World Defense Show dove lo scorso febbraio 2026 è stato esposto il meglio della produzione bellica mondiale, compresa quella delle aziende russe collocate assieme alle concorrenti imprese occidentali.

Blocco del varco portuale di San Benigno nel porto di Genova 10 novembre 2023.
ANSA/LUCA ZENNARO
La scelta del Calp non sfuggì di certo a Silvano Gianti, giornalista di razza, corrispondente da Genova per Città Nuova, ma anche a papa Francesco che, di ritorno da Hiroshima, indicò in quello sciopero dei portuali un esempio da seguire. Genova, tra l’altro, gli era molto cara perché legata alla sua famiglia, che passò in quel porto nel 1929 migrando dal Piemonte in Argentina.
E il motto del Calp, con tanto di manifesto creativo, è ancora quello che dice “porti chiusi alle armi e aperti alle persone” in linea con quel papa che è stato la bestia nera di ogni politica disumana contro i migranti. Francesco che si recò a Lampedusa, luogo dell’eccidio delle persone costrette ad emigrare trovando la morte in mare, come primo gesto pubblico del suo pontificato, durante il quale scrisse tra l’altro ai vescovi Usa per affermare che anche solo una lettura per sommi capi del Vangelo impone di accogliere e non di scacciare le persone migranti. E così, come sappiamo, anche il nordamericano Leone XIV ha declinato gentilmente l’invito a celebrare il 4 luglio 2026 negli Usa la festa nazionale dell’indipendenza per andare a Lampedusa, il lembo estremo del vecchio continente che crede di potersi difendere chiudendosi come una fortezza inaccessibile per i migranti.
I portuali “ribelli” si sono esposti in questi anni a sanzioni, denunce penali e ritorsioni, ma sono rimasti sul posto, continuando ad ostacolare il transito di armi, con il loro modo di manifestare che è simile a quello del tifo popolare delle squadre di calcio.
Lo spiega molto bene il docufilm Articolo 11 di Fabio Palli e Simona Tarzia, di cui abbiamo parlato su cittanuova.it. Ma neppure questa modalità non ortodossa di esporsi ha costituito un freno alla diocesi di Genova che, assieme alla pastorale sociale della Cei, è scesa in piazza il 2 aprile 2022 assieme ai lavoratori per chiedere alle autorità portuali di vigilare sul traffico di armi ed esplosivi da parte di un flusso ininterrotto di navi commerciali che fanno tappa tra i moli della “Superba”, nome dato alla città che fu un tempo una temibile repubblica marinara.
Quell’iniziativa non è rimasta una presa di posizione retorica, ma è al centro in questi giorni della costituzione, assieme all’amministrazione comunale e alla diocesi di Genova, rappresentata da don Gianni Grondona, di un Osservatorio sul transito di armi promosso da The Weapon Watch. L’associazione che sostiene, con studi e analisi, le iniziative del Calp, afferma che «i porti sono il cuore pulsante del complesso militare-industriale mondiale in cui la catena di approvvigionamento funziona come il sistema nervoso e la logistica organizza tutto come farebbe un cervello. Se è vero che tutte le merci contribuiscono allo sforzo della “terza guerra mondiale a pezzi” – dal petrolio al coltan, dai veicoli all’elettronica, dai rifiuti radioattivi ai generatori di energia – le armi sono incluse tra gli strumenti di morte disponibili sul mercato globale».
I portuali di Genova hanno scelto, quindi, di non essere una rotella insignificante di un meccanismo ben oliato che non richiede, tra l’altro, alcuna presa di coscienza e responsabilità, ma solo l’obbedienza supina agli ordini dall’alto.
Un segnale in controtendenza nel tempo dell’“Apocalisse affidata alle macchine”, cioè alla decisione letale consegnata pericolosamente all’algoritmo dell’intelligenza artificiale.
Non sarebbe tuttavia comprensibile l’azione tempestiva del Calp senza l’esistenza di una solida rete tra i lavoratori che operano in diversi porti europei e dell’intero Mediterraneo per arrivare anche che in altri continenti. L’arrivo di un carico controverso e la sua destinazione sono monitorabili grazie a persone che non restano indifferenti, ma mettono la loro stessa vita a repentaglio per non fare parte di una catena di iniquità.
Lo si è visto di recente con un caso che ha interessato il porto di Ravenna per l’arrivo via terra di container, contenenti armi ed esplosivi di fabbricazione ceca e ungherese, pronti ad essere imbarcati su una nave di una compagnia israeliana diretta nel porto della città di Haifa. La contestazione da parte dei lavoratori ha indotto il sindaco a chiedere informazioni alla società che gestisce lo scalo, di cui il Comune stesso è azionista, giungendo a impedire la spedizione in forza della legge 185 del ’90 che vieta di inviare armi in Paesi in guerra e che violano i diritti umani.
Ad una successiva richiesta di informazione avanzata dalla giornalista Linda Maggiori sul tipo di merce transitata nel porto ravennate si era opposta, facendo valere ragioni di sicurezza nazionale, l’Agenzia delle dogane con riferimento alla “guerra mondiale a pezzi nella quale l’Italia è coinvolta”.
Ma una puntuale decisione del Consiglio di Stato dell’ottobre 2026 ha rimosso tale ostacolo, facendo emergere il dato complessivo di 225 tonnellate di armi transitate a Ravenna nel 2025.
Ravenna, Genova, Napoli, Bari e Trieste sono i porti dove è transitata in questi anni la carovana Fari di Pace promossa dalla pastorale sociale assieme a Pax Christi e altre realtà, tra cui il Movimento dei Focolari, per sostenere l’obiezione di coscienza dei portuali nei confronti della logistica della guerra.
Da quel molo di Genova è quindi emerso dal 2019 un movimento che sta attraversando l’attuale scenario mondiale sempre più oscuro che impone, senza troppi scrupoli, la necessità del riarmo e quindi l’assunzione di quella mentalità di guerra richiesta dal segretario generale della Nato Mark Rutte e la conseguente trasformazione dell’economia in assetto di guerra, promossa programmaticamente dai vertici dell’Unione europea.
La coerenza dei portuali ha portato quindi ad un loro riconoscimento che si è imposto con la promozione della Global Sumud Flottila che ha visto accorrere decine di migliaia di persone nel porto di Genova per consegnare beni di prima necessità da far arrivare alla popolazione palestinese di Gaza, stremata dai bombardamenti israeliani. Un’iniziativa che era collegata alla protesta generale che poi si è avuta in molte piazze al momento prevedibile dell’arresto delle flotte, compiuto illegalmente in acque internazionali.

Presidio sotto la Prefettura per protestare contro gli attacchi alle barche della Global Sumud Flotilla in navigazione verso Gaza. Genova, 24 settembre 2025. ANSA/LUCA ZENNARO
Dopo tante mobilitazioni, manifestazioni, prese di posizione, che contrastano con l’assuefazione generale indotta dalla globalizzazione dell’impotenza denunciata da papa Leone, ci si può chiedere a cosa serva esporsi in tal modo, mettendo in pericolo la propria sicurezza, a partire da quella del posto di lavoro.
Ma evidentemente alla radice di questa decisione non facile, si ritrova sempre la pretesa di poter cambiare la rotta della storia così come coltivato da intere generazioni nel Novecento.
«Scioperiamo contro la guerra e contro la militarizzazione dei porti – afferma il comunicato che annuncia il 30 ottobre -. Chi non ha ancora capito la portata di queste giornate farebbe bene a ripensarci, perché i portuali italiani e di gran parte del mondo saranno lo scoglio su cui si infrangeranno l’economia di guerra, il capitalismo assassino e la prepotenza dei grandi della terra».
Una pretesa così alta che sembra appartenere al secolo passato e invece si pone come premessa di un futuro possibile.
«Da Genova parte un appello a tutta l’Italia – afferma Josè Nivoi, portavoce riconosciuto del Calp, – abbiamo lanciato lo sciopero internazionale a cui parteciperanno più di cento porti in tutto il mondo. Questo perché i lavoratori portuali non vogliono lavorare per la guerra. Il 30 ottobre non faremo una passeggiata, ma cercheremo di bloccare tutto».
Lo sciopero è indetto in contemporanea da 25 sindacati presenti in 113 scali di 22 Paesi in tutti i continenti, tra cui Amburgo, Pireo, Bilbao, Barcellona, Copenhagen, Göteborg, Marsiglia, Dublino, Pireo, San Francisco, Veracruz, Tangeri e Mumbai.
