Vent’anni fa Alou Traoré arrivava a Milano dal Mali, dopo aver attraversato il deserto e il Mediterraneo. Non aveva una casa, non conosceva l’italiano, cercava un lavoro. Il suo percorso sarebbe stato lungo e difficile, ma avrebbe cambiato profondamente la sua vita.
Oggi Alou è un operaio specializzato in un’industria del vetro, lavora su macchinari complessi e insegna il mestiere ai nuovi assunti, molti dei quali italiani. Nel frattempo ha conseguito il diploma di perito meccanico, ottenuto la cittadinanza italiana e costruito qui la propria famiglia.
È uno dei quattro relatori presenti il 10 ottobre alla Casa della Cultura di Milano, nel primo incontro del ciclo In prima persona. La Milano che non ti aspetti, promosso insieme a Rete Scuole Senza Permesso.
Due realtà milanesi, un progetto comune
La Casa della Cultura è un’istituzione storica della vita intellettuale milanese. Fondata nel 1946, è da ottant’anni un luogo di incontro e confronto tra studiosi, intellettuali, esponenti della politica e della società civile. Un laboratorio di discussione sui grandi cambiamenti della società, con una particolare attenzione alla cultura democratica e progressista.
Rete Scuole Senza Permesso nasce invece nel 2005 dall’iniziativa di cinque associazioni impegnate nell’insegnamento gratuito dell’italiano alle persone immigrate. Oggi riunisce 38 scuole, con circa 700 volontari e 7.700 iscritti all’anno. Nel 2025 ha ricevuto dal Comune di Milano l’Attestato di Civica Benemerenza, il cosiddetto Ambrogino d’Oro.
Nel corso degli anni la Rete ha ampliato il proprio sguardo dall’insegnamento dell’italiano alla realtà migratoria milanese nel suo complesso, ben più ampia delle situazioni di emergenza che dominano il dibattito pubblico. Su questa consapevolezza è nata l’intesa con la Casa della Cultura.
«Una parte di Milano che incontriamo dappertutto, ma di cui sentiamo raramente la voce», ha osservato Ferruccio Capelli aprendo l’incontro. Il ciclo In prima persona vuole contribuire a colmare questa distanza. Quattro incontri dedicati all’economia e al lavoro, alla cultura e alla creatività, alle donne e ai giovani, nei quali le relazioni sono affidate a protagonisti con background migratorio, chiamati non soltanto a raccontare la propria esperienza, ma a proporre analisi e riflessioni sul futuro della città.
Una presenza strutturale
Milano è la grande città italiana nella quale la trasformazione prodotta dalle migrazioni è più avanzata. I cittadini stranieri rappresentano il 21% dei residenti, ma considerando anche i naturalizzati e le persone prive di regolare permesso di soggiorno, la popolazione con background migratorio si avvicina al 30%: oltre 400.000 persone.
Questa presenza attraversa tutti i settori della vita cittadina. Secondo i dati 2025 di Confcommercio, le imprese a titolarità straniera rappresentano il 18% di quelle attive nel Comune, con punte del 39% nell’edilizia, del 33% nella ristorazione e del 28% nel commercio. Si stima poi che nel lavoro di cura circa sette assistenti familiari su dieci siano stranieri.
Una presenza ormai strutturale, dunque, e tuttavia ancora poco riconosciuta nella sua vitalità. Nell’immaginario collettivo, l’immigrato continua ad essere quello che cerca lavoro, svolge mansioni poco qualificate, ha bisogno di assistenza. Le quattro relazioni presentate alla Casa della Cultura raccontano una realtà assai più articolata.
Gli imprenditori hanno origine straniera, ma le imprese?
Francesco Wu è arrivato dalla Cina nel 1989, quando aveva otto anni. Si è laureato in ingegneria elettronica al Politecnico di Milano, ma ha scelto la strada dell’imprenditoria, sviluppando attività
soprattutto nel settore della ristorazione. Oggi è membro del Consiglio Direttivo di Confcommercio.
La sua relazione tratta il cambiamento dell’imprenditoria di origine straniera. Da ragazzo aiutava il padre, che conosceva poco l’italiano, a districarsi tra documenti, fatture e adempimenti burocratici. Oggi, oltre a dirigere le proprie attività, rappresenta gli interessi di una componente importante dell’economia milanese.
Wu invita a riflettere sull’espressione «imprese straniere». Sono aziende che operano in Italia, danno lavoro e pagano le tasse in Italia. Perché continuare a definirle straniere sulla base della cittadinanza del titolare? È una distinzione utile alle statistiche, ma che rischia di nascondere quanto queste attività siano ormai parte integrante dell’economia del Paese.
Wu ha richiamato anche un elemento spesso trascurato: la popolazione immigrata è mediamente più giovane di quella italiana, e chi sceglie di emigrare mostra spesso una particolare disponibilità ad assumersi rischi. Per illustrare questa intraprendenza ha proposto un confronto curioso: nella Brianza degli anni d’oro, ha ricordato, c’era un’impresa ogni sette abitanti; nella comunità cinese il rapporto sarebbe oggi di una ogni quattro o cinque. «Abbiamo battuto anche i brianzoli», ha commentato sorridendo. La storia di Ahmed offre un altro esempio di questa capacità di iniziativa.
Dall’edilizia all’impresa
Ahmed Awar è arrivato dall’Egitto nel 2013, a ventitré anni. Aveva una formazione nel settore turistico, ma ha trovato nell’edilizia la possibilità di costruire il proprio futuro professionale. Dopo anni di lavoro e di apprendimento, ha avviato un’impresa individuale che oggi impiega una decina di persone, egiziane e italiane.
In pochi anni ha meritato la fiducia di grandi enti e amministrazioni: lavora per scuole, ospedali, università: edifici pubblici nei quali la presenza di imprenditori di origine migratoria è ancora limitata.
Ahmed insiste sull’importanza di conoscere la lingua, acquisire competenze tecniche e assumersi la responsabilità dei propri collaboratori. Nella sua esperienza, si cresce come imprenditore grazie a due fattori: la reputazione guadagnata presso i clienti e la formazione dei collaboratori, affinché possano lavorare al meglio e sviluppare i propri talenti.
L’operaio che forma gli italiani
Alou Traoré lavora dal 2008 in un’industria del vetro situata alle porte di Milano. Ha imparato a utilizzare macchinari complessi, acquisendo una specializzazione che oggi gli permette di formare i nuovi assunti, molti dei quali italiani. Un rovesciamento di ruoli rispetto all’immagine consueta del lavoratore immigrato, destinato alle mansioni meno qualificate e bisognoso di essere istruito.
Il suo percorso, però, non è stato semplice. Ha studiato mentre lavorava, conseguendo in Italia il diploma di perito meccanico. Ha incontrato persone che lo hanno aiutato, anche in momenti decisivi della sua vita, come il ricongiungimento con la famiglia. Ma ha conosciuto anche le difficoltà burocratiche e le condizioni di lavoro precarie che segnano il cammino di molti immigrati.
Nella sua testimonianza colpisce soprattutto il rapporto con i colleghi. La competenza professionale diventa un terreno sul quale le distanze si riducono: chi era arrivato senza conoscere la lingua è oggi un punto di riferimento per giovani lavoratori italiani.
La sua storia mostra quanto sia limitante rappresentare gli immigrati soltanto come manodopera di cui l’economia ha bisogno. Alou non si limita a occupare un posto di lavoro: trasmette conoscenze, forma altre persone, contribuisce a mantenere e sviluppare competenze industriali.
Un medico italiano non sempre riconosciuto come tale Ali Ijaz Rana è arrivato dal Pakistan quando aveva cinque anni. È cresciuto in Italia, ha acquisito la cittadinanza italiana da adolescente e oggi è medico al Pio Albergo Trivulzio, storica istituzione milanese dedicata soprattutto all’assistenza e alla riabilitazione delle persone anziane.
La sua esperienza mette in luce una forma di pregiudizio meno evidente, che può manifestarsi persino attraverso un complimento. «Tu sei uno di quelli bravi», si sente talvolta dire. Un apprezzamento apparentemente benevolo, che tuttavia lascia intendere un pregiudizio che riguarda tutti gli altri.
Il camice bianco, osserva, offre una protezione che molti altri lavoratori di origine straniera non hanno. Il riconoscimento della competenza professionale può attenuare le distanze, senza necessariamente cancellarle.
Ma Ali propone anche una riflessione più ampia sul lavoro sanitario. Prendersi cura di una persona non significa soltanto curarne la malattia. Significa comprenderne la storia, le abitudini, le convinzioni e il modo di vivere la sofferenza. In una società sempre più plurale, questa capacità di ascolto diventa parte della qualità dell’assistenza.
Da qui l’importanza della mediazione linguistica, che non può essere affidata occasionalmente ai familiari o alla buona volontà degli operatori. È una competenza professionale necessaria, tanto più quando si devono comunicare diagnosi difficili o prendere decisioni delicate.
La testimonianza di Ali sposta così il discorso dall’inserimento delle persone con background migratorio alla trasformazione dei servizi destinati a tutti. Non si tratta soltanto di riconoscere il posto che queste persone occupano nella società, ma anche il contributo che possono dare a migliorarla.
Le contraddizioni che restano
Il confronto con il pubblico, moderato da Piero Martello, già magistrato del lavoro, ha riportato l’attenzione sugli ostacoli che ancora segnano la vita di molte persone con background migratorio. È emerso subito il tema del caporalato e del lavoro nero, piaghe che riguardano non pochi studenti delle scuole della Rete e che vedono coinvolti persino imprenditori di origine straniera, in passato sottoposti alle stesse forme di sfruttamento.
Un’insegnante della Rete ha riportato le parole di alcuni studenti: «Maestra, io devo lavorare». Se il contratto prevede quattro ore, ma quelle effettivamente lavorate sono otto, chi si trova in una condizione di necessità spesso non può permettersi di rifiutare.
Alou Traoré ha sottolineato una conseguenza meno evidente: se la busta paga non documenta il reddito effettivo, diventa difficile affittare una casa o ottenere un mutuo. Il lavoro irregolare non compromette soltanto le tutele, ma anche la possibilità di costruirsi una vita stabile.
Dal lavoro alla cittadinanza
Piero Martello ha proposto di parlare di «nuovi cittadini», indipendentemente dal possesso formale della cittadinanza italiana. Il lavoro, ha osservato, è uno strumento che consente di partecipare allo sviluppo economico, produttivo e sociale della comunità.
Le quattro relazioni hanno mostrato quanto questa partecipazione sia già una realtà: imprenditori che creano occupazione, lavoratori che trasmettono competenze, professionisti che contribuiscono a ripensare i servizi. Persone che concorrono a trasformare la società nella quale vivono. Eppure, a questa presenza nell’economia e nella vita quotidiana non corrisponde ancora
un’equivalente partecipazione al dibattito pubblico e alle decisioni che riguardano il futuro della città.
È qui che il progetto In prima persona assume il suo significato più ampio. Non basta parlare delle persone di origini migratorie, né soltanto riconoscere il loro contributo. Occorre creare le condizioni perché possano partecipare, con le proprie esperienze e idee, alla costruzione della società di cui sono già parte.
qui il video dell’incontro del 10 ottobre 2026