«L’olio d’oliva era il petrolio dell’antichità». Quest’affermazione compare nell’ultimo libro dello scrittore spagnolo Emilio Lara, Un mar de oro verde. Lara, nato nel 1968 a Jaén (Andalusia), ritenuta la capitale mondiale dell’olio extravergine d’oliva, è dottore in antropologia e laureato in scienze umanistiche, insegnante e autore di libri e numerosi articoli su riviste specializzate; ha inoltre contribuito al Dizionario biografico della Real Academia de la Historia. In questo libro sull’olio, Lara cerca di contestualizzare l’importanza dell’olio nel mondo antico: «Così come il petrolio è nel XX secolo il combustibile che muove il mondo, allo stesso modo lo era l’olio d’oliva un tempo». Ci tiene molto a precisare questo dato, perché secondo Lara «gli storici anglosassoni, inglesi e americani non sono riusciti a comprenderlo». Lo spiega in una recente intervista condotta dal giornalista Miguel Ángel Santamarina. «A mio avviso – aggiunge Lara – l’olio è stato uno dei fattori di romanizzazione, allo stesso livello del latino, del diritto, delle legioni romane o delle infrastrutture». Ancora: «un romano, che fosse un soldato, un funzionario, un mercante o un popolano, che si trovasse in Italia, in Hispania, in Inghilterra, in Germania o ad Alessandria [Egitto], non si sentiva romano se non aveva olio d’oliva per radersi, per cucinare, per uso medicinale e, naturalmente, per illuminare».
Oggi l’olio d’oliva è patrimonio quasi esclusivo dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo. Infatti, il Consiglio oleicolo internazionale (Coi) presenta le sue statistiche di produzione distinguendo tra Paesi europei membri del Coi grandi produttori (Grecia, Italia, Spagna e Portogallo) da altri Paesi meno produttori. Anche se le cifre possono oscillare in funzione del clima, la produzione di questi quattro Paesi supera il 60% della produzione mondiale. In testa la Spagna con oltre il 40% del totale mondiale, l’Italia è seconda nonostante le difficoltà dell’ultima stagione, seguono Grecia e Portogallo. Ma la produzione è in crescita in Turchia e Tunisia. Secondo le stime del Coi, la produzione mondiale di olio d’oliva nella stagione 2025/26 si aggirerebbe intorno a 3.440.000 tonnellate.
Questo importante panorama produttivo ed economico genera però alcune disuguaglianze, non solo tra i consumatori ma anche tra i produttori di olio, in particolare le piccole aziende. Spagna e Portogallo contano insieme 2.219 fattorie (almazaras in spagnolo), ma c’è il rischio che il 27% di esse dovrà chiudere i battenti entro qualche anno perché non sono competitive. O almeno così dicono gli studiosi Juan Vilar e Sergio Caño, dell’Università Internazionale di Andalusia: «Sopravviveranno solo le almazaras che capteranno i maggiori volumi e saranno più efficienti». Delle attuali 2.219 almazaras nella penisola iberica, 1.047 sono gestite come cooperative, mentre le restanti 1.172 sono industriali. Le prime lavorano il 40% della produzione, le seconde il 60%. «Se le almazaras focalizzate su una strategia di scala continueranno a crescere nel prossimo decennio, nella penisola iberica saranno 603 quelle che scompariranno, saranno integrate o chiuderanno per mancanza di competitività», conclude lo studio. Per Vilar e Caño le cause di tale prospettiva sono chiare: l’aumento della competitività, i cicli di scarsi raccolti, l’incremento dei costi dei fattori produttivi e la carenza di personale. Naturalmente questo in relazione alla grande distribuzione.
Ciò non esclude che i piccoli produttori che sapranno puntare sulla qualità e sull’eccellenza riescano a mantenere la loro diffusione in ambito locale.