La guerra scatenata da Netanyahu e Trump contro l’Iran continua ad allargare le sue spire. Sono numerosi i Paesi del Golfo che hanno subito gli attacchi iraniani che puntano alle basi Usa presenti nei loro territori, ma con conseguenze che inevitabilmente colpiscono pesantemente anche le infrastrutture, l’economia e la vita stessa dei civili, arrivando a mettere in crisi modelli economici e di sicurezza.
È quanto sta succedendo in questi giorni in particolare all’Arabia Saudita, dopo l’attacco degli Houthi yemeniti filoiraniani, che hanno conquistato a spese dello Yemen meridionale (alleato dei Sauditi) tutta la costa meridionale arabica del Mar Rosso, con i porti di Mokha e Dhubab, e alcune isole, fino a controllare completamente lo Stretto di Bab el Mandeb, la porta di accesso (e uscita) al Mar Rosso. Nelle stesse ore, droni provenienti probabilmente dall’Iraq (lanciati da milizie filoiraniane) hanno messo fuori uso l’oleodotto saudita Est-Ovest, che trasferiva parte del greggio saudita (7 milioni di barili al giorno) dal Golfo Persico al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, aggirando il blocco dello Stretto di Hormuz, per poi trasferirlo via mare verso Bab el Mandeb e l’Asia, oppure verso Suez e l’Europa.

Miliziani Houthi pattugliano Sana’a, nello Yemen, il 12 settembre 2026. Foto: EPA/YAHYA ARHAB via Ansa
Per comprendere la portata del problema, non è superfluo dire che prima degli attacchi israeliani contro l’Iran, che Trump ha trasformato da febbraio nella guerra in corso, dallo Stretto di Hormuz passava il 27-30% del traffico petrolifero marittimo globale: 80% del quale diretto in Asia e 20% in Europa. Da Bab el Mandeb e Suez, prima della recente conquista Houthi, passava il 12% del traffico petrolifero marittimo mondiale, quasi tutto diretto in Europa. E adesso? Gli Houthi sembrano determinati a non bloccare del tutto lo stretto di Bab el Mandeb che controllano, ma sono determinati a bloccare e attaccare tutte le navi saudite e quelle dirette in Israele. Il danno maggiore, per ora, è quello che subisce l’Arabia Saudita, che non ha più vie di esportazione o quasi. Ma è evidente che i riflessi sul flusso di petrolio e gas verso l’Europa, per quanto ci riguarda, si faranno sentire, incrementando la crisi e facendo salire i prezzi dei carburanti ben oltre i già elevati livelli attuali.
Ma non è tutto qui, anzi, da questo quadro sommario derivano diverse altre inquietanti questioni. La prima, parte dall’atteggiamento del presidente Usa nei confronti degli Houthi e dei Sauditi. Alle due richieste del principe e leader saudita Mohammad Bin Salman di scatenare attacchi aerei statunitensi contro gli Houthi, Trump ha risposto: «Gli Houthi ci hanno chiamato e non vogliono combattere contro di noi […]. Non vogliono che li prendiamo di mira». La probabile motivazione potrebbe essere l’accordo Usa-Houthi dello scorso anno, nel quale i miliziani yemeniti si impegnarono a non attaccare o comunque non bloccare le navi americane se non fossero stati bombardati. Anzi, Trump avrebbe aggiunto che gli Houthi stanno lasciando passare «la maggior parte delle navi», e quindi non ci sarebbe da preoccuparsi. Un’affermazione che suona offensiva e destabilizzante nei confronti dei sauditi, che da anni blandiscono Trump a suon di miliardi di dollari di commesse militari e non. Comunque, gli Houthi si sono affrettati a rispondere senza mezzi termini: Hazem al-Assad, membro dell’ufficio politico di Ansarullah (Partigiani di Dio), l’organizzazione armata degli Houthi, ha definito l’affermazione di Trump «infondata e falsa», aggiungendo: «Come al solito, con la sua abitudine di parlare a vanvera e raccontare bugie ridicole, il criminale Trump tesse narrazioni prive di fondamento. Ma la realtà lo descrive bene con il vecchio proverbio: “La mano che non puoi spezzare, baciala e prega affinché si spezzi”», come riportato da Ansa.

Immagine tratta da un video diffuso il 13 settembre 2026 dal centro stampa militare degli Houthi mostra dei pick-up danneggiati che bloccano una strada durante un’offensiva dei combattenti Houthi nei pressi della città portuale di Mokha, sulla costa occidentale dello Yemen. Foto: EPA/CENTRO STAMPA MILITARE HOUTHI via Ansa
Un’altra durissima questione, di cui si parla molto poco, sono i profughi yemeniti. Gli Houthi controllano circa un terzo dell’intero territorio dello Yemen, ma dei circa 42 milioni di yemeniti, quasi 30 vivono nel territorio Houthi. Secondo i dati aggiornati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), il totale degli sfollati interni di tutto lo Yemen ha superato la quota di 5,2 milioni di individui. I combattimenti di questi giorni lungo la costa occidentale e meridionale, secondo l’Oim, hanno spinto oltre 46 mila persone a lasciare le proprie case. Molte sono famiglie che erano già state sfollate una, due, perfino quattro volte nel corso dell’infinito conflitto yemenita. «Scappano con nulla», denuncia l’Oim: senza riparo, senza cibo e senza la possibilità di sapere quando, o se, potranno tornare a casa. Una nota sconcertante è che quando da noi in Europa si parla di Houthi, è scontato che gli abitanti del nordovest yemenita siano tutti miliziani o membri di Ansarullah, cioè Houthi. Invece, i miliziani sarebbero al massimo 100 mila, a fronte di una popolazione di quasi 30 milioni di abitanti.
Un altro grave problema che il blocco Houthi alle esportazioni dell’Arabia Saudita evidenzia è la crisi del progetto di Bin Salman noto come Vision 2030, per creare alternative economico-finanziarie alla dipendenza saudita quasi totale dagli idrocarburi. Un esempio: Abha, città saudita di 800 mila abitanti, a meno di 40 km dal Mar Rosso, è uno degli hub turistici sauditi già operativo, tanto che era arrivato lo scorso anno a registrare quasi 3 milioni di visitatori. Missili balistici e droni Houthi hanno colpito, nei giorni scorsi, anche Abha, Khamis Mushait e Taif. Ovviamente, i turisti sono scomparsi e non torneranno tanto presto.
In un orizzonte molto prossimo, inoltre, ci sono le scadenze dell’Expo 2030 e i piani di Vision 2030, oltre ai Mondiali di calcio del 2034. Un Paese bloccato nell’esportazione delle sue principali risorse (petrolio e gas), che si scopre vulnerabile e in certo modo scaricato dal principale alleato che riteneva di avere, gli Usa, non appare in grado di permettersi i grandi investimenti turistici programmati per i prossimi anni, e la fiducia degli investitori internazionali rischia fortemente di venire meno.
Anche il Patto difensivo della Mecca, appena stipulato a inizio agosto dall’Arabia con Turchia e Pakistan, per ora è poco più che una dichiarazione di intenti, mentre la guerra è già arrivata.
