M’hanno scritto da Porto Azzurro nell’isola d’Elba: sono amici carissimi, fratelli che vivono nello stabilimento penale di quel luogo. Non sembri strano se io li chiamo amici, e di più fratelli. Lo so: nella mentalità comune questa categoria di persone non può meritare più tali nomi di fratello o di amico. La società, che è spesso pronta ad aiutare gli affamati e i profughi, risponde meno quando si tratta di carcerati.
In ogni città il locale carcere, sia Regina Coeli a Roma, sia San Vittore a Milano, siano le Murate a Firenze, i Domenicani a Livorno, è riguardato con un senso di paura e di disprezzo. In particolare per i penitenziari, laddove si scontano le colpe più gravi per i delitti più violenti, si pensa comunemente che le persone là rinchiuse siano solo delle canaglie, degli esseri ormai irrecuperabili: la loro vita è vista in quei confini murati senza possibilità di redenzione.
È questo un atteggiamento anticristiano. Gesù, nel discorso sul giudizio universale, che riferisce Matteo, ha collocato i carcerati nella scala dei poveri: «Ero carcerato e mi veniste a visitare». Il carcerato è un povero, il quale ha bisogno di essere aiutato a riprendersi moralmente e spiritualmente e con ciò riconoscere il male che ha fatto. E una volta che questo che questo ha capito, ritrovi il suo posto in una società di fratelli, dove sia trattato da pari a pari, e non dall’alto in basso; dove gli si stia accanto, e non sopra per giudicarlo.
Il carcerato ha bisogno di sentirsi in una società che non lo rifiuta; e questa opera di reinserimento deve cominciare fin dal carcere, altrimenti, uscito fuori, il detenuto non sa più ambientarsi e vede nemica tutta una società, che lo mette da parte come un “avanzo di galera”.
Una civiltà, che non può non dirsi cristiana, tiene tuttora, anche ufficialmente, un atteggiamento negativo nei confronti dei carcerati. In pratica la società non perdona: non è soltanto la società giuridica, la quale riconosce alla pena un carattere repressivo oltre che preventivo, Ma è anche la stessa società di convivenza che mette al margine delle relazioni sociali il carcerato, sia nella fase in cui egli si trova in carcere, sia quando egli ne esce.
Come giustamente diceva un giurista cristiano, il professor Francesco Carnelutti, la società assume l’atteggiamento del fariseo, che proclama i propri meriti e disprezza il pubblicano. «La società continua a far soffrire la pena oltre ai limiti nei quali è stata inflitta dallo Stato. Per essa il lebbroso resta lebbroso anche dopo che i medici lo dichiarano guarito».
Insomma, il carcere dovrebbe essere visto con un altro occhio: potrebbe essere considerato anche come un ospedale dove i malati dello spirito (e penitenziari sono dei veri e propri lebbrosari dello spirito) vanno per curarsi. È il miglior modo forse per curarli e di far sentire loro che per noi sono sempre fratelli.
Nella vita di molti santi occupa un posto di primo piano l’opera di misericordia della visita ai carcerati. San Giuseppe Cafasso, san Giovanni Bosco, quante consolazioni e conversioni hanno operato nelle carceri! Certo, per raggiungere lo scopo, l’ideale sarebbe il potere entrare nei penitenziari, nelle carceri, e fare, in certo modo, vita con i carcerati per un po’ di tempo, per poterli meglio capire.
Chi si rifiutasse di essere amico di questi infelici si vergognerebbe con ciò di essere cristiano. Non c’è soltanto la giustizia degli uomini, la quale è doverosa e va fatta rispettare; c’è la doverosa carità. Ci deve essere in noi il riflesso del padre del figlio il prodigo, che accoglie chi è pentito e, tornato, lo festeggia col banchetto e l’anello e con l’abbraccio del perdono.
Quanti sepolcri imbiancati nel mondo nascondono sotto una falsa vernice di rettitudine la loro lebbra morale! Circolano per le strade questi lebbrosi dello spirito, che disprezzano quelli chiusi nei penitenziari.
Bisogna avere il coraggio di ridare un senso cristiano alle carceri, di rompere spiritualmente con l’amore le sbarre che la giustizia umana doverosamente pone.
Spartaco Lucarini
