L’11/9 è un’esperienza devastante per coloro che l’hanno vissuta, tipo l’assassinio di J.F. Kennedy o il crollo del Muro di Berlino. Uno di quegli avvenimenti che ciascuno ricorda insieme a dove si trovava in quel momento e a cosa stava facendo. Impossibile dimenticare: c’è un prima e un dopo. È un segnastoria, un po’ come un segnalibro: marca le pagine già vissute o lette distinguendole da quelle ancora da vivere o da leggere.
L’11 settembre mi trovavo a Mumbai (India) dove vivevo da 21 anni. Ero appena arrivato da Coimbatore nel sud India, dove con vari amici seguaci di Gandhi avevamo inaugurato quelle che avremo chiamato Sarvo-Foco Pariwar, incontri fra seguaci dello spirito gandhiano (sarvodaya) e membri dei Focolari. Ad oggi, dopo 25 anni se ne sono realizzati una trentina. Ma in quei giorni avevamo avuto il coraggio di dar vita a questa esperienza per costruire un mondo più unito secondo l’ispirazione del Mahatma Gandhi e di Chiara Lubich che aveva visitato l’India pochi mesi prima. Arrivare a Mumbai e vedere quanto stava succedendo a New York aveva il sapore di un film-fiction: impossibile pensare che fosse una storia vera. Il sentimento successivo, penso per tutti, è stato lo sgomento. Siamo entrati tutti in un tunnel, senza sapere come ne saremmo venuti fuori. Il giorno successivo guardavo cose, persone, la metropoli e tutto mi sembrava fatto di cartapesta.
Quella sera avevo da tempo un volo prenotato per Roma via Francoforte e, ovviamente, amici e colleghi cercarono di dissuadermi dal prenderlo. Invece io, a fronte della disperazione interna per quanto accaduto, ero assolutamente sicuro riguardo al volo. Non c’era momento migliore per salire su un aereo. I controlli erano capillari. Solo i viaggiatori potevano entrare nell’aeroporto di Mumbai e, fra l’altro, si contavano sulla punta delle dita. Scene di aeroporti deserti come avremmo visto solo durante il Covid. Il volo Lufthansa era vuoto: non arrivavamo a 20 passeggeri. Settembre è, normalmente, il periodo in cui molti – soprattutto studenti – partono dall’India per gli Stati Uniti e il Canada. I voli sono tutti strapieni, overbooked. Ma quella sera, diffusasi la notizia che gli Usa avevano chiuso lo spazio aereo, nessuno partiva. Ricordo un amico gesuita che era sullo stesso mio volo, ma diretto a Washington, che avrebbe atteso a Milano, dai confratelli a San Fedele. Non ho mai volato così bene. Eppure, all’arrivo a Francoforte, controlli con polizia armata al portello dell’aereo, poi esercito in tutte le sale di transito.
Mi sono diretto all’imbarco del mio volo per Roma: eravamo forse 150 persone in attesa della partenza. Tutti europei ovviamente. Un silenzio quasi assurdo. Improvvisamente arriva – ovviamente per imbarcarsi – un uomo sulla cinquantina, di chiara provenienza araba. Un sussulto ha attraversato la sala di attesa: 300 occhi si sono mossi per seguirlo nei minimi movimenti. Impossibile per tutti controllare i riflessi condizionati scattati dopo aver visto e rivisto la scena delle Torri Gemelle, la sera precedente. L’uomo si è seduto. Era ben cosciente degli sguardi. Alla chiamata per l’imbarco tutti si sono mossi in ordine e, come mi è solito, mi sono affrettato per essere fra i primi a imbarcarmi. Poco dopo, una volta sistemato, ho visto arrivare l’uomo di prima. E la scena si è ripetuta: tutti lo fissavano e, anzi, una volta passato nel corridoio. si giravano, probabilmente per vedere dove sarebbe andato a sedersi. Mi sono scoperto a pensare: «Speriamo che non sia vicino a me!». Nessuno è immune da questi riflessi condizionati. Me ne sono vergognato, pensando a ciò in cui credo. Il sedile di quell’uomo era esattamente quello davanti al mio. Terrore. Eppure, se fosse stato un terrorista non avrebbe fatto una grande differenza che fosse vicino o lontano. Saremmo finiti tutti nello stesso modo. Guardandolo, mentre si sistemava, mi sono reso conto che la sua mascella era contratta. Segno evidente di grande tensione. Ho intuito cosa stava vivendo. Non ci voleva molto a intuire cosa ci fosse nella mente delle altre 150 persone. Ho capito che era un’occasione per uscire dalla devastazione che aveva provocato anche in me quanto era successo il giorno prima. Ma come?
Ad un certo punto, i nostri sguardi si sono incrociati e gli ho sorriso. La sua risposta è stata la mascella che si è visibilmente rilassata. Nessuna parola. Quell’atto, che mi è costato e non era per nulla scontato, mi ha ridato speranza. Perché se l’11/9 è stata una tragedia dell’umanità intera, ciascuno doveva trovare il modo di uscirne, prima di tutto personalmente. Per questo, il mio 11/9 è profondamente legato a quel 12/9 su un volo Lufthansa, Francoforte-Roma. Oggi, 12 settembre sono 25 anni dal momento in cui ho capito che si può ancora credere ad una umanità migliore, anche se oggi ci sarebbe molto da dire al riguardo. Ma quella mattina è cambiato qualcosa nel mio cuore e nella mia testa. Oggi, l’immagine di quell’uomo – ne ricordo vagamente i lineamenti – mi è spesso tornata alla mente. Chissà se è ancora vivo e dove si trova. Ma vorrei che anche lui possa ricordare quel momento in cui i nostri sguardi si sono incrociati e in cui, forse, anche lui ha preso coraggio per credere che un futuro è sempre possibile.
