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Cultura > Teatro e danza

L’energia delle mani di Manifestus accende l’immaginazione

di Giuseppe Distefano

- Fonte: Città Nuova

Attraverso i codici della street dance, la performance Manifestus di Jacopo Jenna trasforma lo spazio in qualcosa di vivo, in continuo movimento

Nello spettacolo Manifestus del coreografo toscano Jacopo Jenna, troviamo un rimando immaginario ad Appendice per una supplica, opera video del 1972 dell’artista italiana Ketty La Rocca. Lì le mani in bianco e nero riprese a camera fissa dentro una sorta di boccascena teatrale sul fondo scuro, rappresentavano quasi dei fantasmi, portatori di segni arcaici. In Manifestus (alla NID Platform 2026 di Torino, e a Farout opening BASE di Milano), quelle “appendici” comunicative del corpo sono pienamente carnali, foriere di una dinamica luminosa, di un linguaggio del presente. Lì erano isolate dal corpo che li muoveva; qui invece, nell’ampio spazio architettonico che le accoglie, sono in pieno focus insieme a tutta la fisicità dei tre giovanissimi performer Phex, Simone De Giovanni e Petra Audrey Mangoua Youaleu, due b-boy e una b-girl in perfetta simbiosi. Autonome dal resto del corpo e articolate sulle braccia, sono mani aperte, serrate, roteanti, fluide, prolungate, con le dita mimiche, concatenate, intrecciate sui volti, indicanti direzioni, linee da seguire, a comporre forme e segni inediti, parole astratte da interpretare.

Sostenuta dal loop ritmico e dalle sonorità elettroniche di Alberto Ricca / Bienoise, quella rigorosa, meccanica fantasia espressiva che le 6 mani palpitano come un unico respiro, si espande sempre più per contagio e trasmissione cinetica al resto degli arti, sì da alludere ad una coreografia in versi di stampo futurista. Ed è un’encomiabile, vibratile, energico, disegno ritmato, un unico corpo pulsante, quello che modella il magnifico terzetto di street dancers, quasi a scrivere una nuova calligrafia nell’aria ma ben radicata nelle gambe e nei piedi, generativa di un vocabolario di gesti che Jenna – con la collaborazione di Mattia Quintavalle SLY – struttura in libertà. Decostruiti e ricomposti nel loro stesso linguaggio – break dance, krumping, voguing, powermove –, i movimenti acquistano una propria musicalità nella danza all’unisono che fluidamente si allarga, anche con stacchi solistici dal gruppo, e ritorna a compattarsi, ora luminosa nei volti dei performer.

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