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Cultura > mostra del Cinema

Tempi di guerra a Venezia

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

L’edizione numero 83 della mostra premia il cinema che richiama i nostri tempi duri, dal danese “Woman Unknown” a “Naza”, a “Dau”. Italia fragile

La presidente della giuria di “Venezia 83”, Maggie Gyllenhaal, Pietrangelo Buttafuoco e la regista danese May el-Toukhy mostrano il Leone d’Oro assegnato al film “Kvinde Ukendt (Woman Unknown)” durante la cerimonia di chiusura dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, a Venezia, il 12 settembre 2026. L’83ª edizione del festival si è svolta dal 2 al 12 settembre 2026. ANSA/ETTORE FERRARI

Qualcuno ha detto che alla Mostra c’era troppa politica, lamentandosi. Ma il cinema è racconto, indagine sulla vita della polis, di tutta la vita e delle vicende umane del passato e del presente, quindi deve far questo. Il buon cinema, il vero cinema lo fa.

Così il Leone d’oro è andato alla regista danese-egiziana el-Toukhy per il suo La donna sconosciuta (Woman Unkown), ora sconosciuta non più raccontando la storia di una donna (di donne) ex collaborazionista dei nazisti come molti in Danimarca e l’interprete, bravissima, Mathilde Arcel, è stata premiata come Miglior attrice. La guerra, certo del passato. Ma anche quella del presente. È così che il Premio speciale della giuria è andato al documentario dei registi ebrei Rachel Szor e Yuval Abraham per il durissimo Naza che racconta l’orrore – visibile attraverso interviste e riprese nascoste – dei massacri israeliani dei palestinesi, una carneficina che ha suscitato un applauso interminabile e commosso davanti a questa follia che ci interroga e che si deve far vedere in tutta l’Italia. Naturalmente il governo israeliano ha “scomunicato” i due autori “traditori”. Ma il cinema è libero e i politici dovrebbero accettarlo perché il cinema guarda, pensa, mostra.

La Miglior regia è andata a Dau del russo dissidente Ilya Khrzhanovsky, che racconta la guerra tra Ucraina e Russia, un lavoro durato anni e mostrato perché ci svegliamo senza paura davanti alle assurdità che ci circondano.

La guerra è anche all’interno delle aziende occidentali quando una donna è costretta a scegliere tra l’azienda e la famiglia, come racconta il film Un bon petit soldat (titolo ironico)della francese Stéphane Brizé (Miglior sceneggiatura) ed è alle spalle dei due agenti Cia nel film Wild Horse Nine, dove veleggia un grande John Malkovich, premiato come Miglior attore. Leone d’argento al coreano Lee Chang-dong per Possible Love.

Bisogna ammettere che la qualità dei film è stata notevole e i premi, per quanto sorprendenti in qualche caso, sono meritati. Così Venezia, nonostante l’assenza di Hollywood ma non di tante star, mantiene il suo fascino di luogo d’arte e, diciamolo pure, di eccellenza italiana ‒ senza essere nazionalisti –, capace di attirare sempre più appassionati, di anno in anno.

Magari contenendo i prezzi. Ma si sa, i veneziani, nuovi e vecchi, nascono “mercanti”!

L’attore italiano Riccardo Scamarcio mostra il premio Orizzonti per il miglior attore per il film “I figli della scimmia” durante la cerimonia di chiusura dell’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, a Venezia, il 12 settembre 2026. L’83ª edizione del festival si svolge dal 2 al 12 settembre 2026. ANSA/ETTORE FERRARI

L’Italia fragile

C’erano ben 5 film in concorso, nessuno ha vinto. Fatti tecnicamente bene, interpreti di valore, ma la giuria internazionale non è stata convinta. Nemmeno da Moretti. Un motivo certo ci sarà. Se si guarda, ad esempio, il film del trentino Andrea Pallaoro The Eco Chamber, ora in sala, con un cameo della grande Susan Sarandon, si intravede certo la sceneggiatura incompiuta di Bertolucci, da cui parte, ma il risultato non convince. Il film, teatrale e claustrofobico, dai dialoghi esistenziali e letterari, per quanto Luca Marinelli e Alicia Vikander si sforzino, anche nei momenti erotici, risultano freddi e con echi da anni Ottanta del ‘900 o giù di lì, per quanto la fotografia sia raffinata. L’eccesso di intellettualismo post- romantico ‒ il musicista dolorante, la droga, l’amore difficile ‒ rende il film, dispiace dirlo, pesante. È la fragilità del nostro cinema, ripetitivo, ripiegato su crisi personali e familiari, su un neo-neorealismo recitato da una squadra di interpreti validi (ma quasi sempre gli stessi: Golino, Favino, Servillo, Borghi, Rorhwacher, Trinca…) ma non basta, e su temi anche grotteschi e divertenti come l’acido Serpenti, sceneggiato dai fratelli d’Innocenzo su un uomo che si autoaccusa di femminicidio, ma nessuno gli crede, e così via.

Per fortuna, nella sezione Orizzonti Riccardo Scamarcio ha vinto come Miglior attore per il delicato e commovente I figli della scimmia.

E ci ha salvato. Ma la debolezza rimane. Forse mancano anime grandi, universali, aperte. Si deve maturare, non adorare il passato, per quanto glorioso. Ma è passato. Largo agli sperimentatori che hanno qualcosa da dire che non sia superficiale, come nella sezione Autori, da riscoprire.

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