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In profondità > Scenari

Genocidio a Gaza, il silenzio è complice: preti, vescovi e cardinali per la pace

di Flavia Cecchini

Il 22 settembre 2026 a Roma la rete Preti contro il genocidio di Gaza organizza una marcia di preghiera a sostegno del popolo palestinese. A un anno dalla sua fondazione, la rete di sacerdoti torna a chiedere la fine di ogni genocidio e la costruzione della pace.

Un momento della marcia religiosa per Gaza organizzata da ‘’Preti contro il genocidio’’, Roma, 22 Settembre 2025. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Un anno fa, il 22 settembre 2025, poco più di duecento sacerdoti si sono riuniti a Roma con la convinzione che «davanti a un genocidio non esiste la neutralità». Nacque allora la rete Preti contro il genocidio – perpetrato a Gaza da Israele secondo quanto affermato da una specifica commissione dell’Onu e su cui sta indagando la Corte penale internazionale -, che oggi conta oltre 2.500 aderenti tra sacerdoti, vescovi e cardinali, in 67 Paesi di cinque continenti.

Nel corso di quest’anno la rete si è espansa, guidata da documenti fondativi, come il Kairos Palestine 2. La fede in tempo di genocidio, ed ha portato avanti azioni concrete di sensibilizzazione e protesta, nelle singole comunità parrocchiali e nel dialogo con la politica, con la società civile e la gerarchia della Chiesa Cattolica.

La giornata del 22 settembre 2026 a Roma si aprirà con una mattinata di confronto e preghiera tra i sacerdoti aderenti, in cui verrà anche raccontato quanto visto e sperimentato durante il Pellegrinaggio di Giustizia organizzato con Pax Christi che si terrà nei prossimi giorni in Terra Santa. I membri discuteranno dell’anno passato e, dopo un pranzo conviviale, si recheranno alla chiesa di Santo Spirito dove pregheranno la coroncina alla Divina Misericordia. Da lì si terrà una marcia di preghiera verso via della Conciliazione e altri luoghi significativi dal punto di vista spirituale e politico di Roma. Tra gli altri saranno presenti don Nandino Capovilla, già trattenuto a Tel Aviv dal governo israeliano nell’agosto 2025, la giornalista Nicoletta Dentico, che ha contribuito ai commenti del Kairos 2, monsignor Jamal Daibes, vescovo palestinese della Diocesi di Gibuti, e i rappresentanti dei nodi nazionali della rete.

L’oggetto simbolo della giornata sarà il sudario che verrà portato in processione. Su di esso verranno scritti a mano dai sacerdoti della rete i nomi dei 309 bambini uccisi da quando è stato emesso formalmente il “cessate il fuoco” a Gaza. La scelta di scrivere i nomi e non i numeri è motivata così: «Un numero si dimentica, un nome no. Quei bambini avevano un nome prima di diventare una statistica, e noi vogliamo restituirglielo».

In questo primo anniversario la rete si dà un obiettivo preciso: arrivare a 4.000 adesioni, numero che corrisponde a circa l’1% del clero cattolico mondiale. Nello statement (dichiarazione) di apertura della conferenza stampa del 2 settembre 2026, padre Pietro Rossini, missionario saveriano e portavoce della rete, ha usato l’immagine evangelica del lievito, in minore quantità rispetto alla pasta ma capace di farla cambiare, per descrivere l’ambizione della rete.

Lo statement è netto nel giudicare gli ultimi dodici mesi, in cui non c’è mai stato un cessate il fuoco reale, e bombardamenti e fame non si sono fermati. Una «tregua che non ferma le uccisioni non è una tregua», ma «una parola usata per far girare lo sguardo dell’opinione pubblica da un’altra parte».

Ritracciando brevemente la storia di Preti contro il genocidio, tutto è cominciato con un gesto liturgico. Nel giugno 2025, don Rito Maresca, a Piano di Sorrento, ha celebrato la messa del Corpus Domini indossando paramenti dei colori della bandiera palestinese e nell’omelia ha collegato il sacramento del “pane spezzato” ai corpi spezzati sotto le bombe a Gaza.

A un anno di distanza, tra gli aderenti della rete figurano tre cardinali — Stephen Brislin (Sudafrica), Cristóbal López Romero (Marocco) e Álvaro Leonel Ramazzini Imeri (Guatemala) — nove arcivescovi e diciannove vescovi.

Un momento della marcia religiosa per Gaza organizzata da ‘’Preti contro il genocidio’’, Roma, 22 Settembre 2025. ANSA/GIUSEPPE LAMI

Negli ultimi mesi la rete ha partecipato alle manifestazioni della società civile e ha scritto lettere aperte ai governi. Le sezioni nazionali hanno scritto ai vescovi spagnoli e italiani chiedendo un pronunciamento evangelico più netto su Gaza; hanno sollecitato la Segreteria di Stato vaticana e la presidenza della Banca Mondiale a prendere posizione contro il Board of Peace promosso dagli Stati Uniti. Hanno indirizzato lettere aperte alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, alla Conferenza episcopale statunitense e a quella italiana. In Irlanda, la sezione locale ha chiesto al governo di Dublino di bloccare il trasferimento del prospetto 2026 degli Israel Bonds, mentre nel Regno Unito ha scritto al primo ministro britannico Andy Burnham e prossimamente incontrerà alcuni membri parlamentari simpatizzanti verso la rete. «Il silenzio prudente non protegge nessuno, se non chi sta commettendo le atrocità».

Come emerso dalla conferenza stampa del 2 settembre, i sacerdoti della rete riconoscono che nel corso dell’anno sono maturati la sensibilità e il supporto delle comunità, ma permane l’ostacolo dell’islamofobia e dell’errata sovrapposizione tra la Palestina e l’islam, che caratterizzano i commenti negativi e l’hatespeech sui social. A questo punto padre Pietro Rossini risponde così: «Non stiamo qui a dare voce a una religione piuttosto che a un’altra, come preti non possiamo essere indifferenti davanti al male perpetrato a danno degli innocenti. Per noi Cristo si identifica con chi muore ingiustamente e chi viene ucciso ingiustamente».

Tra gli impegni per il futuro, mettere più forze ed energie nelle campagne di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (BDS), per «tagliare alla radice qualsiasi conflitto». Dal 18 al 20 novembre Preti contro il genocidio parteciperà infatti al convegno europeo BDS, mentre sul piano pastorale si impegna a portare avanti un dialogo con i fedeli che tratti anche la morale economica.

Lo spirito della rete rimane fortemente sinodale e, pur richiedendo prese di posizione più nette, si riconosce la delicatezza e la lentezza necessarie alla diplomazia ufficiale. In particolare, è forte l’urgenza avvertita dai membri statunitensi della rete, per i quali la complicità economica e politica è inconciliabile con il compito morale di predicare la verità e la giustizia. «Il silenzio è complice», afferma don Jacek Orzechowski da Albany, sottolineando nuovamente la necessità di una presa di posizione da parte dei vescovi statunitensi. In attesa di un pronunciamento sinodale ufficiale, la rete vuole essere testimone del fatto che già la Chiesa inizia ad affermare con chiarezza questi principi: «Siamo voce di Chiesa anche noi».

Chiude la conferenza don Rito Maresca con un invito: «Ciascuno di noi ha una sfera di influenza, che sia quella di un pastore o di un giornalista, e qualcuno grazie alle nostre parole può cambiare idea».

 

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