La pace deve essere portata lì dove la guerra l’ha infranta, dove si sono consumati gli abusi del diritto internazionale e di quello umanitario. In quest’ottica, ha senso, quindi, candidare al Nobel per la pace i bambini di Gaza. Un gesto simbolico? Forse, poiché candidabili al Nobel sono persone fisiche e associazioni, ma in passato, con un escamotage, si è riusciti anche ad assegnarlo al popolo venezuelano. L’appello di Eugenio Mazzarella, docente di Filosofia all’università Federico di Napoli, si pone sulla stessa lunghezza d’onda di un’analoga iniziativa avviata lo scorso anno dall’associazione L’isola che non c’è di Latiano, in provincia Brindisi.
Questa volta, però, è diverso. Intanto perché un docente può avanzare direttamente la proposta al comitato svedese. Poi perché è il portato di un atto simbolico che nasce da una indignazione necessaria. «Basta – ha detto Mazzarella –. Se avete carità, basta voi che uccidete. Basta voi che mentite. Basta voi che non fate niente. Basta se ancora siete qualcosa che somiglia a un uomo». In ognuno di quei ‘basta’ bisogna leggere lo stillicidio di oltre trecento bambini morti dall’inizio della tregua nell’ottobre 2025. Uno al giorno.
È l’immagine della condizione morale in cui sono sprofondate le forze armate israeliane. «La colonizzazione – ha scritto lo storico ebraico Omer Bartov nel volume Nell’abisso. Dal sionismo al genocidio, la sconfitta morale di Israele, pubblicato da Laterza, riportando il pensiero di Aime Cesaire – ha l’effetto di rendere incivile il colonizzatore, di brutalizzarlo nel vero senso della parola, di degradarlo, di risvegliare in lui istinti sepolti, l’avidità, la violenza, l’odio razziale e il relativismo morale, un processo attraverso il quale si verifica una regressione, si avvia una cancrena, e un focolaio d’infezione inizia a diffondersi sicché alla fine di tutte queste spedizioni punitive che sono state tollerate, tutti questi prigionieri che sono stati legati e interrogati, tutti questi patrioti che sono stati torturati, alla fine di tutto l’orgoglio razziale che è stato fomentato, di tutta la vanagloria che è stata esibita, un veleno è stato instillato nelle vene del paese e, lentamente, ma inesorabilmente, esso “procede verso la barbarie”. Questo è il processo a cui abbiamo insistito in Israele».
In queste condizioni riconoscere ai bambini di Gaza il premio Nobel per la pace significa, quindi, dice il francescano Ibrahim Faltas, direttore delle scuole della Custodia di Terra Santa «dare ancora valore alla parola pace, significa fermare nella storia il diritto alla memoria per i bambini che non potranno diventare adulti e il diritto a un futuro di pace per chi è sopravvissuto all’orrore e all’odio».
E Francesco Garofalo, presidente del Centro Studi Giorgio La Pira di Cassano allo Ionio, sottolinea che si tratta di «un simbolo rivolto alle istituzioni internazionali, ai governi e alla società civile. Un simbolo che dica una cosa elementare e insieme rivoluzionaria: la pace deve cominciare dalla protezione dei bambini. Non dalle strategie militari. Non dai confini. Non dalle vendette. Non dalla logica secondo cui una sofferenza può giustificarne un’altra».
L’iniziativa ha avuto subito un coro di adesioni. Nomi pesanti, ma anche gente comune. Tuttavia, perplessità si sono levate dal mondo ebraico. Il presidente della comunità ebraica di Milano, Walker Meghnagi teme che «un’iniziativa come questa cancelli i bambini ebrei, anch’essi travolti da una guerra non certo voluta da Israele», e sostiene che si tratti di «un’apartheid morale».
In realtà di fronte al dolore della guerra non si può fare una graduatoria. «Il dolore – ha scritto il patriarca di Gerusalemme dei latini, Pierbattista Pizzaballa nella lettera pastorale alla diocesi dal significativo titolo Tornarono a Gerusalemme con grande gioia – rimane sempre dolore, e non è nostra intenzione stilare una graduatoria della sofferenza. Pur nel rispetto delle varie situazioni e riconoscendone la complessità, tuttavia, non le possiamo considerare tutte identiche: esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato. Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità».
Sebbene, dunque, le perplessità di Meghnagi possano apparire legittime, oltre 20 mila bambini palestinesi uccisi a Gaza raccontano una realtà drammatica di cui la responsabilità è chiaramente in capo a Israele, tanto che la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati parla di genocidio nella Striscia. Si può non essere d’accordo, ma chi tocca un bambino mette in discussione il futuro di una nazione. Ventimila bambini uccisi non possono essere derubricati a effetti collaterali. Sono qualcosa di più. Che lo si ammetta o meno. Il premio Nobel ai bambini di Gaza aiuterebbe a capirlo.
