Qualche minuto fa, ho ricevuto l’inattesa notizia di una scomparsa importante dalla scena della mia vita: la prof.ssa Kala Acharya di Mumbai. L’attuale proprietario dell’Università dove ha lavorato per decenni ha risposto alle mie condoglianze, commentando: «È stata lei stessa una istituzione!». Niente di più vero. Era una donna che aveva sofferto molto. La incontrai per la prima volta, nel dicembre del 2000, qualche giorno prima dell’arrivo di Chiara Lubich a Mumbai. Era stato mons. Felix Machado, allora segretario di quello che oggi è il Dicastero per il dialogo interreligioso in Vaticano, a chiedere a me e Marina, una collega del Movimento dei Focolari in India, di incontrare questa accademica e di far sì che potesse partecipare a qualche evento in programma durante la visita di Chiara Lubich. Il primo incontro a Vidhyavihar, nel grande campus della Somayia University, fu subito molto caloroso. Kala era da anni impegnata nel dialogo indù-cristiano insieme al Dr. Somayia, il proprietario di questa università, uomo d’affari molto attento – come spesso è accaduto in India – alla formazione educativa delle nuove generazioni.

Kala Acharya con Chiara Lubich
Così, nei primi giorni di gennaio, in occasione della consegna alla Lubich del Premio Gandhi, Difensore della Pace, invitammo la professoressa a essere presente nella città di Coimbatore (sud India). Poco prima di ripartire per Mumbai, la Lubich incontrò personalmente l’accademica indiana: si capirono al volo. La fondatrice dei Focolari scrisse sul suo diario, il giorno successivo.: «Ieri, giorno dell’Epifania, ho avuto un incontro un po’ speciale, forse con una creatura non senza un disegno di Dio, Kala Acharya, direttrice di un Istituto universitario di cultura e ricerca a Bombay. Colta, ha approfondito il dialogo indù-cristiano, conosce bene il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso ed è stata ricevuta due volte personalmente da Giovanni Paolo II. Entrando nel salottino ha subito detto che si sente benedetta…: “È l’amore di Dio che viene a me. Lavorerò su qualsiasi linea mi darai. È una promessa!”. Poi, su richiesta mia, ha indicato due proposte: quella di affiancare la nostra Parola di Vita con “qualcosa di simile dei miei libri sacri”, per renderla più comprensibile dal punto di vista indù; poi, desidera che io incontri un gruppo di persone molto qualificate di varie religioni a Bombay: “la tua parola deve andare direttamente a tutte le religioni – ha detto – è importantissimo il significato che tu dai all’amore”. Ci saranno professori, studenti, “vogliamo tutti diventare i veicoli di questa tua parola”».
In effetti, qualche giorno dopo a Mumbai presso la Somayia University, sotto una shamiana(un tendone decorato) nella spianata al centro del grande campus universitario, c’erano 600 persone ad attendere la parola della Lubich che raccontò la sua esperienza cristiana e il suo anelito e impegno per il dialogo. Un ascolto impressionante di studenti, professori e invitati vari. Poco prima dell’incontro c’era stato un momento con il proprietario dell’Università il Dr. Shantilal Somayia, che aveva assicurato Chiara che voleva trasformarsi in un soldato ai suoi ordini, per portare lo spirito dell’unità e del dialogo dovunque. Fu l’inizio di una stagione unica nell’esperienza dei Focolari – e non solo perché tutto fu sempre organizzato con il Dicastero vaticano per il dialogo interreligioso e con la diocesi di Mumbai. Il Movimento, per la prima volta, nella sua storia si aprì ad un dialogo interreligioso anche a livello accademico.
L’anno successivo, infatti, si tenne il primo Simposio indù-cristiano presso il Centro Mariapoli di Castelgandolfo, esperienza che si ripetè nel 2004, dopo che Chiara, tornata in India nel gennaio del 2003, volle trascorrere una mattinata intera con questo gruppo di indù per condividere con loro esperienze spirituali molto profonde. Ne seguì un dialogo difficile da descrivere. Momenti indimenticabili: difficili da raccontare a chi non era presente.

Kala Acharya con papa Francesco
Ma l’amicizia personale con Kala è continuata negli anni. Nel 2004, infatti, accompagnai lei e il Dr. Somayia negli USA dove quest’ultimo era stato insignito del Premio Luminosa. Giorni solenni, ma anche ricchi di momenti di condivisione umana e spirituale profonda e sincera e… in quel clima anche molte risate. Indimenticabili.
Qualche anno dopo, durante una mia visita in India – avevo lasciato il sub-continente nel 2008 – proprio Kala volle organizzare nell’Università Somayia un incontro di felicitazione per l’ottenimento del mio dottorato e lo fece, invitando anche un grande amico, il cardinale Oswald Gracias di Mumbai. Quando tornavo in India, e le era possibile, organizzava sempre momenti di condivisione, workshop o anche conferenze per rinsaldare i nostri rapporti. L’avevo anche accolta più volte in Italia, sia al Centro dei Focolari quando ero incaricato dell’ufficio per il dialogo interreligioso che presso la Pontificia Università Urbaniana, dove avevo ottenuto il dottorato e, successivamente, insegnato per alcuni anni. Sempre momenti molto fraterni, caratterizzati da grande confidenza e apertura. Abbiamo vissuto insieme momenti in occasione di simposi co-organizzati dalle nostre istituzioni, ma anche da altri in diverse parti del mondo.
Una volta, a Torino presso la Fondazione Agnelli condividemmo anche un’esperienza molto dolorosa. Erano due giornate di approfondimento sull’Induismo assai poco conosciuto in Italia, a quel tempo, e lei parlò il secondo giorno. Al termine, nel corso del dialogo con il relatore, un gruppo di giovani candidati al sacerdozio di una congregazione che attingeva fra i ‘dalit’, fuori casta, del sud India, l’attaccarono violentemente. Dal suo cognome, infatti, risultava chiaro a chi conosce quel mondo che lei era una ‘brahmina’. Kala rimase in silenzio, incapace di reagire. Pochi dei presenti capirono il dramma di quel momento. Al termine della sessione, mi avvicinai, solo per farle sentire che condividevo quella mortificazione terribile che aveva subito – e per di più in pubblico. Mi ricordo che abbozzò un sorriso e sussurrò qualcosa come: «Non preoccuparti. Va bene così!». Forse è stato il momento più vero del nostro rapporto durato 26 anni.
