Vorrei mettere in evidenza stralci di alcune mail giunte in redazione a seguito delle riflessioni di Francesco e Antonella. Penso sia importante che vengano conosciute. Il concetto che esprimono mi sembra si possa riassumere così: noi siamo usciti ma ci siamo ancora, continuiamo a vivere la spiritualità dell’unità, abbiamo una esperienza e una “conoscenza” da condividere con voi per evitare che si ripetano traumi e abusi, possiamo fare un pezzo di strada insieme se «scendete in platea, dove siedono quelli che non sono più tornati». Infine, al di là del giudizio che la Storia darà sulla figura della fondatrice, sulle strutture del Movimento dei Focolari e sul comportamento dei suoi singoli membri, il carisma dell’unità rimarrà.
Su questi temi, all’interno dell’Opera di Maria è in corso un processo di riflessione critica e rinnovamento, sotto la guida della Chiesa cattolica (Dicastero per i laici, la famiglia e la vita). Per approfondire, si possono leggere, tra l’altro, l’intervista a Catherine Belzung (Città Nuova n. 10/2026) e alcuni libri in uscita nelle prossime settimane: “La salita a Tonadico” e “La sofferenza e la grazia” di Michele Zanzucchi , “Dovevamo maturare Chiesa” di Lucia Abignente e Carmelo Mezzasalma, “Rendere luminosa la notte” di Fernando Muraca e “Come su una navicella” di Fabio Ciardi.
Per comprendere meglio la posizione di chi resta nel Movimento, può essere utile anche ripercorrere la vicenda – completamente diversa ed estrema, ma istruttiva – dei Legionari.
Qualche giorno fa papa Leone XIV, parlando all’Assemblea diocesana a Roma, ha chiesto di «fermarsi, rileggere ciò che è accaduto, riconoscere ciò che ha portato frutto, comprendere ciò che non ha funzionato e cercarne insieme le ragioni. Significa, in una parola, fare verità. Vi invito a operare questa verifica coinvolgendo l’intera comunità e, per quanto possibile, ascoltando anche persone che non la frequentano e vedono le cose, per così dire, “dall’esterno”».
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Carissimo Giulio (o chi legga queste righe)
Un cordiale saluto da vicino a Guadalajara, Messico, (da un ex-collaboratore di Citta Nuova nel decennio 1990-2000). Sono un po’ argentino, un po’ sloveno (rifugiato in Argentina all’epoca del comunismo) un po’ italiano, e 30 anni da prof negli Stati Uniti. Ho 79 anni
Ho letto con molto interesse l’articolo Ascoltiamo chi se ne va. Il tema mi tocca personalmente, perché anch’io, dopo più di venticinque anni vissuti intensamente all’interno del Movimento dei Focolari (focolarino con tante responsabilità, vissuto anche nell’Unione Sovietica degli anni 70, e nella Polonia degli 80-83, “fondatore” del Mov. nei Caraibi), a un certo punto ho lasciato fisicamente le sue strutture. Ma non ho lasciato il carisma. Anzi, a distanza di molti anni, continuo a sentirlo profondamente mio e a cercare di viverlo e sostenerlo concretamente. Forse proprio per questo ho letto l’articolo con una sensibilità particolare.
Credo sia molto importante che il Movimento abbia il coraggio di ascoltare chi se ne è andato. Alcune persone sono uscite portando con sé ferite profonde, incomprensioni, esperienze di autoritarismo o di scarsa libertà personale. Queste voci non dovrebbero essere temute né considerate automaticamente ostili. Possono aiutarci a vedere aspetti della nostra storia che, quando si è all’interno, non sempre è facile riconoscere. Altri (molti) se ne sono andati per problemi personali, in seguito proiettati sul Movimento. […]
Eppure, proprio la mia esperienza mi porta anche a fare una distinzione che considero fondamentale: una cosa è il carisma, un’altra sono le nostre interpretazioni e realizzazioni storiche del carisma, da parte di certe persone o in certi posti o momenti storici.
Un ideale evangelico può essere grandissimo e, nello stesso tempo, essere vissuto male da noi esseri umani. Per me riconoscere gli errori commessi nel nome dell’unità non significa mettere in discussione l’unità. Significa, al contrario, cercare di ritrovarla nella sua autenticità.
È qui che l’articolo mi lascia qualche perplessità. Alcune affermazioni mi sembrano troppo generali. Avrei desiderato qualche esempio concreto: dove sono avvenuti determinati fatti? In quale periodo? Si trattava di situazioni locali, di atteggiamenti di alcuni responsabili o di una cultura realmente diffusa in tutto il Movimento?
Un’esperienza personale può essere completamente autentica senza diventare automaticamente una descrizione dell’esperienza di tutti.
Per questo avrei trovato utile anche una breve nota editoriale di Città Nuova: non per prendere le distanze dall’autore, ma semplicemente per ricordare che si tratta della sua esperienza e della sua interpretazione, che non necessariamente rappresentano la totalità delle esperienze vissute nel Movimento.
Forse dovremmo fare persino un passo ulteriore. Non soltanto «ascoltiamo chi se ne va», ma ascoltiamoci reciprocamente: chi è uscito ferito, chi è rimasto, chi ha sofferto ed è rimasto, chi è uscito ma continua a riconoscersi nel carisma, e anche chi ha vissuto esperienze profondamente positive pur uscendo.
Io appartengo, in qualche modo, a questa categoria difficile da definire: sono uscito, ma sono rimasto. Sono uscito da una struttura; non da un ideale che continua a dare senso a una parte fondamentale della mia vita.
Forse proprio qui si trova la sfida più profonda: riuscire a guardare insieme luci e ombre senza negare né le une né le altre. Perché l’unità autentica non nasce dal silenzio delle differenze, ma dalla capacità di attraversarle nella verità.
E forse ascoltare davvero chi se ne va significa anche scoprire che qualcuno, pur essendosene andato, non se n’è mai andato spiritualmente. […] In ultima analisi, dopo questi vent’anni vissuti fuori dalle strutture del focolare, posso confermare che «Dio scrive diritto sulle righe storte» e che «tutto concorre al bene di chi cerca di amare Dio», con tutti i limiti e i «peccati» propri della condizione umana.
Miguel Novak
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Buongiorno a tutti, ciao Giulio.
Seguo da abbonata ma ancor più da osservatrice, non solo attraverso i vari canali cattolici ma anche consultando testi ed articoli di altra provenienza, i contributi e le testimonianze di coloro che affermano di essersi allontanati dalla comunità dei focolari.
Premetto: non ho conosciuto Chiara Lubich in vita. Il mio interesse all’Ideale dell’Unità scaturisce da un incontro, seguito dalla curiosità di approfondire la conoscenza, avvenuto all’incirca una quindicina di anni fa.
Conosco le varie realtà di supporto alla fragilità e all’indigenza, grata alla Caritas, al PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere), all’Azione Cattolica per avermi offerto la possibilità di portare il mio contributo nei vari ambiti. La scelta di pubblicare la riflessione di Francesco Murru, così come l’aver aperto un confronto leale e auspico, bipartisan sul tema degli abusi, sono certa possa indurre non solo ad un’approfondita riflessione sul passato ma soprattutto al presente costituire una esortazione a considerare le diverse realtà non opponibili ma intrinsecamente armonizzabili.
«L’unità non è uniformità, non chiede di cancellare le differenze, ma di metterle in comunione, perché ciascuno possa esprimere ciò che è e contribuire alla ricchezza di tutti» (Catherine Belzung – ricercatrice di neuroscienze – per Città Nuova). Ritengo che in qualsiasi contesto esista la possibilità di abusi, diretti e indiretti, e che a prescindere dal riconoscimento degli autori e delle cause, vadano tutelate e difese le ragioni di malessere e sofferenza delle vittime. L’Unità non deve essere un concetto astratto, ma un percorso tortuoso e aspro in cui ognuno di noi possa offrire all’altro la pienezza del proprio orizzonte. Grazie per tutti i momenti di riflessione che offrite.
Donatella Vicentini
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Spett.le Città nuova,
ho molto apprezzato l’articolo datato 13 settembre dal titolo Ascoltiamo chi se ne va. Essendo anche io in questa categoria, mi sento interpellato in prima persona e mi permetto di esprimere le mie considerazioni.
Non ce ne siamo andati. In primo luogo – pur comprendendo il titolo – lo ritengo poco appropriato. ‘Chi se ne va’ può far pensare a dei fuoriusciti. Noi invece ci siamo. Se ce ne fossimo andati non saremmo qui. Non sarei io ora a scrivere. Nè altri ex-focolarini come me sarebbero ora qui a perdere tempo con qualcosa che appartiene al nostro passato lontano anni o anche decenni. E invece no. Noi siamo e ci sentiamo ancora adesso parte dell’Opera come quando eravamo nelle fila degli ‘interni’.
Cosa è cambiato da allora? Semplicemente il fatto che siamo cresciuti. E crescendo abbiamo aperto gli occhi. E abbiamo visto quello che, da innamorati dell’Ideale che ci aveva affascinati, non riuscivamo a vedere. Semplicemente il fatto che abbiamo ritenuto utile e doveroso dire ad alta voce quello che per decenni si diceva nei corridoi, dietro le quinte, facendo attenzione a non far venire a galla le problematiche esistenti. Ma ora che invece abbiamo aperto gli occhi, ci siamo. Ora come allora. Non più nelle fila dei focolarini, ma come esperti e testimoni delle dinamiche del Movimento nel quale siamo cresciuti e ci siamo formati.
E siccome ci siamo, potremmo ancora essere considerati ‘interni’ ovvero parte non di una categoria esterna al Movimento, un corpo ormai estraneo, ma di una sua specifica branca, o sezione. Come esperti, appunto. Come testimoni. Alla pari di quelli che invece non sono ‘andati via’, ma coi quali possiamo condividere quel ‘discernimento’ che il papa ha chiesto ‘a tutti’. Quindi anche a noi ‘ex’. Se non lo facessimo sarebbe per noi un peccato d’omissione.
E senza nulla togliere a quanto di buono abbiamo ricevuto dal Movimento e da Chiara, non possiamo esimerci da questo discernimento a partire da quanto il papa ha detto a proposito dell’UNITA’. «L’unità – ha detto il papa nel suo discorso ai Focolari lo scorso 21 marzo – non va intesa come uniformità di pensiero, di opinione e di stile di vita, che anzi potrebbe portare a svalutare le proprie convinzioni, a detrimento della libertà personale». La domanda che emerge dalle parole del papa è la seguente: l’Unità è stata ed è intesa in questo modo nel Movimento?
A me, come a tutti, è stato insegnato che per costruire l’unità occorre: morire a se stessi, perdere la propria personalità, tagliarsi la testa (ovvero rinunciare a pensare e ragionare), fare la volontà di Dio espressa dai superiori. Mettendo in pratica questi insegnamenti, senza che me ne rendessi pienamente conto, progressivamente altri sono diventati padroni della mia vita. In pratica, pensata in questo modo, l’unità comporta la perdita della propria libertà.
Era questo il pensiero di Chiara Lubich. L’esatto contrario di quello che il papa ha detto. Bisogna avere il coraggio allora di rivedere la dottrina dell’unità su cui il Movimento si è costruito nel corso della sua storia. Occorre confrontarlo con il pensiero del papa, della Chiesa, e del Vangelo stesso. Non è difficile considerare che tale dottrina sull’unità è la prima forma di abuso che va riconosciuta e corretta. Ne seguono altre. Non è questa la sede per continuare il lungo elenco. […]
Antonio Di Palma
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Carissimo direttore,
ho letto questa lettera di Antonella che conosco personalmente e stimo.
Mi dispiace tuttavia che nella lettera Antonella parli specificatamente di membri consacrati (che escono o rimangono) mentre tutta la situazione riguarda anche membri non consacrati, che possono anch’essi decidere di uscire o rimanere.
Non si vede, e mi dispiace, come anche i non consacrati possano effettivamente aver dato tutto nella loro scelta dell’Ideale di Chiara anche se in una vocazione diversa da quella del focolare; oltretutto sembra che la problematica degli abusi riguardi unicamente i consacrati mentre il problema può aver toccato e toccare ancora oggi tutti indistintamente.
Mi dispiace anche per il titolo che è stato dato alla lettera di Antonella ‘Quelli che continuano a volare’, che stimola un ‘giudizio’ nei confronti di chi è andato via scegliendo quindi di non volare più e non coglie la realtà di chi ha fatto la scelta dolorosa di uscire proprio per poter continuare a volare nella fedeltà ad un Ideale che in alcuni casi non si rispecchia nella organizzazione e credo che la fedeltà sia da rapportare alla chiamata personale di Dio nei cuori e non alla organizzazione.
Con l’occasione ringrazio lei e tutta la redazione per l’attenzione che state dando ad una situazione che richiede necessariamente il coinvolgimento di tutti.
Alessandra Gay
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I bocciati non hanno sbagliato scuola
Ho letto l’articolo di Francesco Murru e mi sono riconosciuta riga per riga. Ho letto la risposta di Antonella Stella e sono rimasta ferita. Provo a dire perché, sapendo che entrambi hanno scritto in buona fede, e sapendo anche che la buona fede non è mai stata una garanzia contro il danno.
Sono entrata in congregazione a diciassette anni. Ci sono rimasta ventidue. Oggi insegno in una scuola statale di periferia, e proprio da lì, dal mio mestiere, viene la metafora che voglio proporre.
Quando un bambino viene bocciato, la pedagogia degli ultimi sessant’anni ci ha insegnato una cosa sola, e l’ha imparata da un prete: don Lorenzo Milani. Una scuola che perde i ragazzi che ne avrebbero più bisogno è un ospedale che cura i sani e respinge i malati. Da Barbiana in poi, davanti a un fallimento scolastico il primo esame non si fa sull’alunno: si fa sulla scuola. Non perché il bambino non abbia limiti — li ha, tutti li abbiamo —, ma perché mettere per primi i suoi limiti sul tavolo è il modo più elegante che l’istituzione conosce per non guardarsi allo specchio.
Ecco: nell’articolo di Antonella S. io ho letto una bocciatura. Non nelle intenzioni. Nella struttura. Il testo si apre concedendo, ruota su un «vorrei però sottolineare», e da lì in poi il soggetto non sono più le ferite: sono la dignità, il coraggio, il prezzo pagato da chi è rimasto. È il movimento del ma. Chi ha subìto compare all’inizio e poi diventa lo sfondo su cui si riabilita chi è dentro. Tre giorni dopo l’articolo di Murru, il bilanciamento ha funzionato come contenimento del danno.
E poi c’è la frase. Stella scrive che può esistere una storia individuale che porta una persona a sottomettersi all’autorità oltre ciò che sarebbe sano. Detta in un’aula di formazione, è vera. Detta in risposta a chi denuncia, è il registro del maestro che scrive «non è portato». Perché riconsegna alla vittima una quota del peso che portava già per intero, e lo fa con la parola più difficile da contestare: anche.
Ma il punto che mi ha fatto più male è la metafora rovesciata. A. Stella scrive che gli aerei caduti non sono caduti per stupidità, ma che vi hanno contribuito condizioni, errori, fragilità e responsabilità. Nella dimostrazione di Abraham Wald gli aerei non cadono per le loro fragilità. Cadono perché nessuno ha rinforzato i motori. L’intera scoperta di Wald sta qui: il difetto non era nei velivoli perduti, era nella lettura che di essi faceva il comando. Restituire ai caduti la causa della caduta significa rifare, nella risposta, l’errore che l’articolo denunciava.
Non chiedo a nessuno di dichiarare ingenuo chi è rimasto. Non lo penso e non l’ho mai pensato: fra quelle persone ci sono sorelle che amo e a cui devo molto di ciò che sono. Chiedo una cosa più semplice e più scomoda. Quando una ferita prende parola, quella parola va lasciata sola per il tempo necessario a essere ascoltata. Il contrappeso può arrivare, ma non subito, perché un contrappeso immediato non bilancia: neutralizza.
C’è un’ultima cosa, e la dico da insegnante.
Io non ho bisogno di misericordia. Ne ho ricevuta, a volte perfino troppa, sempre dall’alto verso il basso, sempre con la mano che si china. Murru ha usato un’altra parola: conoscenza. Non «ti offro cura», ma «ho bisogno di ciò che sai». Nelle mie classi funziona così: il bambino che non impara è la fonte più preziosa che ho, perché è l’unico che può dirmi dove il mio insegnamento non arriva. Se lo boccio, perdo lui e perdo l’informazione.
La Chiesa e le sue famiglie religiose hanno oggi qualche migliaio di ex: donne e uomini che hanno attraversato la zona grigia in cui il linguaggio buono viene usato male, dove obbedienza può diventare annullamento, dove discernimento può diventare controllo, dove carità può diventare silenzio. Nessuno ci ha convocati. Nessun capitolo ha mai chiesto: cosa avete visto?
Non chiedo di risalire sul palco. Chiedo che qualcuno venga in platea, dove siedono quelli che non sono più tornati.
E che porti un quaderno.
Fabiana Ceravolo
