La sua ultima impresa è stata, un paio d’anni fa, una versione di Bella ciao cantata in italiano e in farsi insieme a Tosca. Un epilogo emblematico per una delle voci imprescindibili del Novecento e non solo in ambito cantautorale.
Il prossimo anno avrebbe celebrato i 60 anni di una carriera discografica iniziata alla fine dei ’50 come giornalista in quel di Modena e maturata nella decade seguente, accompagnando i fermenti, i sogni e le ingenuità collettiviste del ’68, facendosene interprete spesso irregolare, lucido e visionario insieme, romantico e politico.
I primi passi in ambito musicale li aveva fatti col rock’n’roll, ma nutrendosi anche delle lezioni dei vecchi cantastorie, dei poeti della beat generation e del folk impegnato di Bob Dylan. Ad aprirgli la strada, i Nomadi, che nel ’65 portarono al successo la sua Dio è morto, brano celeberrimo che fece da preludio al suo vero debutto, un paio d’anni dopo, con un album emblematico fin dal titolo, Folk Beat n.1: una manciata di ballate tracimanti di tematiche impegnative, dall’Olocausto al disagio giovanile fino alle critiche al consumismo. Melodie essenziali, suoni scarni e testi dalla forte connotazione letteraria: una formula che l’avrebbe accompagnato fino all’ultimo: «Eravamo stufi di canzoni d’amore − mi disse una volta −. Volevamo canzoni che dicessero davvero di cos’è fatto l’amore».
E in effetti i dualismi fra melodici e urlatori andavano sfumando per far spazio a una nuova generazione d’artisti che già l’aveva eletto, insieme a De Andrè e Gino Paoli, tra gli indiscussi modelli di riferimento. Una voce inconfondibile, con quella sua erre rotolosa e la cadenza emiliana; ma gli bastava una chitarra acustica per riempire i palasport in un’epoca in cui l’approccio cantautorale stava diventando il riferimento imprescindibile per una generazione giovanile più che mai bisognosa di maestri capaci di catalizzarne i sogni, le speranze e le inquietudini. Il buon Francesco degli anni Settanta era veramente una popstar – quello del capolavoro Radici, ma anche quello abrasivo de L’avvelenata, il tenerone di Vedi cara e l’anarchico de La locomotiva, il “beautiful loser” di Cirano, il disilluso di Eskimo, il giullare esilarante de I fichi e potremmo proseguire ancora con altre sembianze indossate con suprema nonscialanza da questo cantore del quotidiano e dell’epico, del prosaico e degli amarcord.
Ricordo d’averlo intervistato nei suoi anni ruggenti, più che mai insofferente verso gli opportunisti che provavano ad appropriarsene per sfruttarne la popolarità: giorni e problematiche che oggi appaiono infinitamente lontani da questo presente. A Guccini del resto non erano mai piaciute le catalogazioni: lui, l’ultimo dei cantastorie per certi versi, aveva accettato di far da chitarrista a Nunzio Gallo e di comporre per la Cinquetti, Bobby Solo e la Caselli, di scrivere per Carosello e diventare amico di Baglioni. Uno capace di destreggiarsi fra Plotino e Leopardi, tra Borges e Salinger, ma anche di far capolino in un disco del Gen Rosso!
Un intellettuale di sinistra ma capace di fustigarla come pochi altri, e anche perfettamente conscio d’essere parte di una razza in estinzione. Questo e mille altri è stato il Nostro, uno che, come i tutti i grandi, non lascia eredi.
Esequie in forma strettamente privata. Anche nel cuore dei tanti che infinitamente l’hanno amato.
