Da alcuni giorni, Ceuta è tornata sotto gli occhi del mondo. Tra il 30 e il 31 luglio, circa 50.000 persone provenienti dal Marocco vi sono giunte in modo irregolare: si tratta del più massiccio afflusso registrato dalla crisi del 2021, secondo i dati diffusi dal ministero dell’Interno. Le immagini circolate in tutto il mondo mostravano migliaia di persone, per lo più giovani, avanzare verso la diga foranea di Tarajal o gettarsi in mare, spinte nient’altro che dalla speranza di trovare un futuro diverso dall’altra parte del confine. Diversi organi di stampa, citando fonti su entrambi i lati della frontiera, stimano che il bilancio delle vittime si aggiri intorno al centinaio.
Il dibattito pubblico si è immediatamente spostato sul controllo delle frontiere, sulla sicurezza e sulla capacità dello Stato di rispondere a questo arrivo di massa. Eppure, colpisce che nessuno si chieda cosa spinga decine di migliaia di persone a rischiare la morte in mare nel tentativo di raggiungere una città dove non è nemmeno loro garantito il diritto di restare.
Sebbene Ceuta faccia parte del territorio spagnolo, la libera circolazione delle persone non è consentita, in quanto l’attuale regime di frontiera la trasforma in una zona di contenimento. Raggiungere la città non equivale a ottenere libero accesso al resto dell’Europa. Per la maggior parte dei migranti, infatti, la città segna l’inizio di nuovi controlli, procedure amministrative e, in molti casi, rimpatri.
Come riportato dalla stampa spagnola, un evento tanto straordinario ha travolto uno dei valichi di frontiera più sorvegliati d’Europa. Il governo ha mobilitato l’esercito e rafforzato i reparti della Guardia Civil e della Polizia Nazionale nel tentativo di riprendere il controllo del confine. Già nella giornata di venerdì, secondo il ministero dell’Interno, oltre 48.000 persone avevano fatto ritorno in Marocco, mentre le altre attendevano la definizione della propria posizione legale. La tragedia non ha inizio nel momento in cui intervengono le autorità – sebbene le immagini di agenti che ricorrono alla forza bruta riaccendano puntualmente il dibattito –, bensì quando migliaia di giovani percepiscono che restare nel proprio luogo d’origine significhi rinunciare al proprio futuro.
Vale la pena sottolineare che la risposta da parte di Ceuta non è stata puramente istituzionale: di fronte a una retorica che parlava di “invasione”, molti residenti hanno offerto acqua, cibo o altre forme di assistenza ai nuovi arrivati, giunti allo stremo delle forze. Tra loro c’era Narjisse, che ha accolto in casa Abselam – un giovane di 25 anni – e si è poi recata al confine per assicurarsi che avesse fatto ritorno in Marocco in sicurezza. La sua storia, raccontata da eldiario.es, è diventata un simbolo della solidarietà dei cittadini.
Vi è stata anche una risposta pubblica ai tentativi di strumentalizzazione politica degli eventi. Decine di residenti si sono riuniti per respingere i discorsi d’odio promossi da agitatori di estrema destra e per ribadire che nessuna situazione di confine può giustificare la disumanizzazione dei migranti. In una città abituata alla diversità, la difesa della dignità umana è scesa in piazza, come riportato da eldiario.es e Cadena SER.
Da decenni l’Europa convive con flussi migratori costanti attraverso il Mediterraneo e le sue frontiere terrestri; di conseguenza, parlare di “crisi migratoria” ha poco senso, dato che l’espressione sottintende un fenomeno eccezionale. Ciò che dovrebbe colpire non è tanto il fatto che migliaia di persone tentino di arrivare, quanto piuttosto che solo alcune immagini riescano a scalfire, seppur brevemente, l’indifferenza del dibattito pubblico.
Quanto accaduto mette in luce una contraddizione fondamentale nella politica migratoria europea. Se da un lato l’Unione Europea proclama pubblicamente il proprio impegno a favore dei diritti umani, dall’altro ha consolidato nei fatti un modello basato su una sorveglianza rafforzata e sull’esternalizzazione del controllo delle frontiere verso Paesi terzi – come il Marocco, la cui collaborazione è cruciale per arginare i flussi migratori verso l’Europa.
Tali eventi, inoltre, non possono essere compresi prescindendo dal contesto geopolitico: la politica estera spagnola attraversa infatti attualmente una fase delicata, segnata da un riavvicinamento all’Algeria – storica rivale del Marocco – e dal deterioramento delle relazioni con Israele in seguito alla posizione assunta dal governo spagnolo sul genocidio a Gaza. Parallelamente, Marocco e Israele continuano invece a rafforzare la loro cooperazione strategica, anche in ambito militare, in virtù di un accordo siglato proprio quest’anno.
Diversi attori politici internazionali hanno prontamente sfruttato le immagini provenienti da Ceuta per alimentare il senso di caos e rafforzare le proprie narrazioni sull’immigrazione: narrazioni basate su paura, scontro e rifiuto. Le persone che attraversano il mare hanno smesso di essere individui con storie personali, trasformandosi ancora una volta in strumenti politici.
Ridurre questi eventi a una mera questione di sicurezza significa, ancora una volta, ignorare le cause profonde del fenomeno migratorio. Tra queste figurano la disoccupazione giovanile, l’aumento del costo della vita, le disuguaglianze, la mancanza di opportunità e un modello economico globale che concentra ricchezza e risorse in pochi territori. Da anni, organizzazioni come Oxfam Intermón sottolineano che le migrazioni nascono da profonde disuguaglianze economiche, sociali e politiche. Ciononostante, le risposte istituzionali continuano a privilegiare la militarizzazione rispetto alla creazione di percorsi migratori sicuri e legali.
In questo contesto, vale la pena ricordare la recente sentenza della Corte Suprema spagnola, la quale stabilisce che i cosiddetti “respingimenti a caldo” (espulsioni immediate) non possono essere applicati a individui intercettati in mare mentre tentano di raggiungere Ceuta o Melilla a nuoto. Le organizzazioni specializzate avvertono che le procedure accelerate ostacolano l’identificazione di minori, vittime di tratta e aventi diritto alla protezione internazionale, ed esortano il governo spagnolo a rispettare la norma denominata “legge sugli stranieri”.
Quanto accaduto a Ceuta, più che una crisi di frontiera, è il riflesso di un modello migratorio che affronta le conseguenze senza intervenire sulle cause profonde. Miliardi di euro vengono investiti nel rafforzamento dei confini, mentre a stento vengono destinate risorse a combattere le disuguaglianze che alimentano la migrazione. La mobilità umana continua a essere trattata come una minaccia da contenere, anziché come una realtà intrinseca a un mondo profondamente diseguale. Finché l’unica risposta rimarrà il rafforzamento delle frontiere, migliaia di persone continueranno a credere che il mare offra maggiori opportunità rispetto ai loro luoghi d’origine, e nessun muro sarà abbastanza alto da fermarle.
