Triste vicenda quella occorsa solo qualche giorno fa nel capoluogo emiliano, ampiamente pubblicizzata dai mass media e dai giornali, dinanzi alla quale si fa una gran difficoltà ad alzare “spallucce” e a restarne indenni. Abderrahim Fakir, 43enne di origini marocchine, durante un intervento delle forze dell’ordine, esala l’ultimo respiro in manette nel quartiere Pilastro dopo essere stato immobilizzato a terra a seguito di una segnalazione per alterazione psicofisica. Da qui, l’inizio e lo svolgimento, quasi ormai rituali per fatti similari, di azioni e reazioni a catena per invocare “verità e giustizia”, per stigmatizzare la liceità o meno di comportamenti tenuti dalla forze dell’ordine, e per non farsi cadere “addosso” avvenimenti incresciosi come questo, nei quali, prima ancora di aver appurato fatti ed elementi costitutivi della effettiva articolazione dell’accaduto, si vorrebbe con certezza univoca addivenire all’addebito e all’imputazione di colpe e responsabilità, oggettive e soggettive.
Ancor più annichilente è il corredo di atteggiamenti di violenza gratuita nei confronti di chi rappresenta le “istituzioni”, violenza assolutamente deprecabile in quanto svincolata da ogni causalità ragionevole e giustificazione logica. Viene da chiedersi se invece possa esistere una dimensione a tutto ciò mediana dove possano coesistere e anzi convergere da un lato la richiesta legittima e condivisibile di fare chiarezza su quanto accaduto attraverso ogni strumento, diretto e indiretto, di accertamento del reale svolgimento dei fatti (senza scantonare in atteggiamenti esagitati e violenti) e dall’altro il diritto/dovere di riferire e dare debita prova senza infingimenti o coperture di “ruolo” di quanto realmente accaduto e delle modalità di svolgimento dell’azione di contenimento esercitata dai tutori dell’ordine.
In una parola, non parrebbe un risultato irraggiungibile (se solo si decidesse di assumerlo senza schieramenti di parte e spirito fazioso) invocare quella fatidica e solenne facoltà dell’animo umano che risponde al nome di “discernimento”, e quindi di una facoltà che consentirebbe di astenersi, per quanto possibile, dall’inasprire gli animi dei sostenitori dell’una o dell’altra visione in ordine ai fatti accaduti e di puntare − non già ad una “sonora” sconfitta dell’altrui pensiero solo perché diverso o altro dal nostro ma − ad una valutazione delle eventuali responsabilità solo dopo che siano stati adeguatamente espletati tutti gli opportuni accertamenti demandati alla magistratura e a chi è deputato per legge ad effettuarli con competenza istituzionale.
E se proprio si volesse intendere in cosa consista questa costruttiva facoltà di poter distinguere tra bene e male, una grande lezione verrebbe a noi da un personaggio del Primo libro biblico dei Re, il re Salomone, che, al capitolo 3, rivolge al suo Dio l’invocazione di avere un cuore che ascolti, «perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male». E, come è noto, la risposta di Dio fu ben superiore a quanto chiesto: «Non mi hai chiesto di vivere a lungo, di diventare ricco o di far morire i tuoi nemici. Mi hai chiesto invece di saper amministrare la giustizia. Farò come hai detto, anzi ti darò tanta sapienza e intelligenza, come nessuno ne ha mai avute e mai potrà averne. Inoltre, anche se non me l’hai chiesto, ti darò tanta ricchezza e tanta gloria da superare quella degli altri re…»(3, 11-14).
Se solo si facesse tesoro della preziosa ricchezza di questa richiesta del re Salomone, se solo avessimo la “mansuetudine” per reinserire nei nostri circuiti di vita sociale e relazionale il beneficio e nel contempo la lungimiranza che ne deriva, si arriverebbe forse più prontamente alla soluzione di intricate questioni, diversamente appesantite dai toni bruschi e da atteggiamenti di violenza gratuita, con cui vengono poste e affrontate. Ciò forse condurrebbe anche alla coltivazione di quel “sano realismo” di cui scrive il pontefice nella recente enciclica Magnifica humanitas (al n. 218), dove invita a dissociarsi sia da un modo di vedere e di intendere le cose selezionando i fatti, piegandoli, rinominandoli, per configurare una realtà costruita a misura (solo) delle proprie convinzioni, sia da un modo di intendere la realtà che scambi la constatazione con la rassegnazione: poiché la forza domina, si conclude che deve dominare.
«Il realismo autentico – precisa papa Leone XIV − non rinuncia a cambiare il mondo: comincia dal vedere con chiarezza interessi, paure, vincoli e rapporti di forza, proprio per calcolare che cosa sia possibile ottenere e con quali passaggi. Non riduce la politica alla moralità, ma neppure la consegna alla violenza: cerca vie praticabili perché la pace sia più di una parola, cioè istituzioni credibili, garanzie verificabili, negoziati pazienti, prevenzione dei conflitti e tutela dei civili».
Anche i fatti di Bologna potrebbero essere un’occasione propizia perché, volendolo, se ne faccia opportuna esperienza.
Adriano Pischetola
