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Cultura > Cultura e spiritualità

L’uomo che divenne Nessuno

di Stanislao Esposito

L’Odissea, il Vangelo e il bisogno umano di essere visti per ciò che siamo diventati. «Non mi hanno riconosciuto. E nemmeno io riconoscevo loro.»

Testa di Ulisse in marmo, museo Archeologico Nazionale di Sperlonga. ANSA/i50

Forse non è un caso che proprio in questi mesi tanti, soprattutto giovani, stiano riscoprendo l’Odissea. Il film di Christopher Nolan ha riportato Omero nelle conversazioni di chi, probabilmente, non lo avrebbe cercato. Ma ciò che sembra affascinare non sono i mostri, le tempeste, gli dèi. È un uomo che attraversa il caos senza smettere di cercare dove tornare.

Non è difficile capire perché. Viviamo in un tempo in cui ci si reinventa continuamente – si cambia città, lavoro, lingua, a volte perfino se stessi. Odisseo appare sorprendentemente vicino: non perché abbia le risposte, ma perché continua a porsi la domanda giusta. I grandi classici non ci parlano perché sono antichi. Ci parlano perché sanno dare un nome alle domande che ogni generazione crede di essere la prima a vivere.

Nel 2021 sono tornato in Italia temporaneamente dopo trent’anni vissuti negli Stati Uniti. Non nella città da cui ero partito, ma in una nuova, dove nessuno mi conosceva. Ero presente, riconoscibile in superficie, eppure invisibile nel senso che contava di più. Trent’anni cambiano il ritmo interiore, il modo di leggere i gesti, di percepire le distanze. Quando si torna, tutto questo resta addosso: invisibile agli altri, ma reale e pesante dentro.

Avevo bisogno di riposo ma ho scoperto invece che desideravo uno spazio in cui essere visto per quello che ero diventato, non per quello che gli altri ricordavano di me. Per ritrovarmi, per potermi ridonare.

Non leggevo l’Odissea dal liceo. Poi è arrivato Nolan a rimettermela in mano. Rileggendola, ho avuto l’impressione che il poema non parlasse soltanto di avventura o nostalgia. Parlava della fatica di restare se stessi mentre la vita ci cambia.

Nessuno

Il poema descrive Odisseo fin dal primo verso con una parola sola: polytropon. La tradizione la rende ora come «l’uomo ingegnoso», ora come «colui che molto errò», ora come «l’uomo dai molti volti». Le traduzioni cambiano, ma l’immagine resta: non un eroe di pietra, ma un uomo capace di piegarsi senza spezzarsi, reinventarsi quando la situazione lo richiede.

Eppure c’è un momento in cui perfino questa capacità tocca un limite estremo: quando deve rinunciare al nome. Davanti a Polifemo, Odisseo risponde alla domanda «come ti chiami?» con una parola sola: «Nessuno». La scena ha una sua ironia feroce – i compagni del ciclope, sentendolo urlare, si allontanano perché lui risponde che «Nessuno» lo sta accecando.

Lo stratagemma funziona perché Odisseo non perde davvero se stesso. Lo nasconde. Sa benissimo chi è. Il problema è che nessuno, intorno a lui, è in grado di vederlo.

Ed è qui che la scena diventa uno specchio. Anche noi impariamo a rendere invisibile la nostra identità: abitiamo ruoli che funzionano ma non ci esprimono più completamente, mostriamo la versione di noi che rende più facile essere accettati. Non è necessariamente falsità. Spesso è sopravvivenza. Il problema non è diventare Nessuno. Il problema è quando quel nascondimento diventa una residenza permanente.

Il viaggio di Odisseo non finisce quando arriva a Itaca. Finisce quando viene riconosciuto. Penelope riconosce un uomo cambiato, ferito, complesso – attraverso la cicatrice, attraverso il segreto del letto intagliato nel tronco d’ulivo. Il riconoscimento non cancella il tempo trascorso: lo attraversa.

Anch’io, negli anni americani, avevo imparato a vivere tra lingue e culture diverse. Ma tutto questo rimaneva invisibile al ritorno. Come Odisseo, avevo nascosto il mio nome sotto la cenere dell’adattamento. E mi chiedevo: chi può riconoscere la tua voce dopo che il viaggio l’ha cambiata?

Il riconoscimento che precede le parole

C’è una differenza decisiva tra il riconoscimento omerico e quello evangelico. In Omero il riconoscimento si guadagna attraverso dei segni. Nel Vangelo, sorprendentemente, lo sguardo viene prima dei segni.

Nella parabola del figlio prodigo, il padre non aspetta che il figlio arrivi a casa per valutarlo. Lo vede da lontano e gli corre incontro. Il riconoscimento precede il resoconto del viaggio: viene prima della confessione, prima di qualsiasi rendiconto. Non è una risposta ai suoi meriti. È una risposta alla relazione che non si è mai spezzata.

Forse è proprio in questo scarto che sta il cuore del cristianesimo: non l’obbligo di presentarsi già risolti, ma la possibilità di essere riconosciuti mentre si è ancora fragili, incompleti, perfino confusi. Il padre corre incontro al figlio non per lasciarlo dove si trova. L’accoglienza non sostituisce la conversione. La rende possibile.

Anche nel mio caso il riconoscimento non è arrivato subito. È nato lentamente. Ricordo una conversazione durata ore, con qualcuno che non aveva fretta di catalogare quello che stavo raccontando – trent’anni di vita, di cambiamenti, di domande. Si è limitato ad ascoltare, fino in fondo. Non ha cercato di ridurre ciò che portavo a categorie già pronte. Ha semplicemente lasciato che stesse lì, nella sua complessità. Quel gesto, apparentemente semplice, è stato il primo momento in cui mi sono sentito davvero a casa.

Tornare a casa non significa ritrovare il passato. Significa trovare un luogo in cui il presente può finalmente essere abitato.

Tornare riconoscibili

Quella conversazione mi ha fatto pensare a cosa rende una comunità cristiana diversa da un gruppo qualsiasi. Prima ancora delle parole che annuncia, una comunità rivela il Vangelo dal modo in cui guarda le persone.

Eppure anche la Chiesa, così come tante sue comunità, può smarrire questa vocazione. Può diventare un luogo dove la storia di ciascuno deve entrare in forma già digerita per essere accolta. Si può essere riconosciuti come «membro» senza essere visti come persona. La differenza non è di struttura. È di sguardo.

Non siamo trasformati perché ci adattiamo a un modello. Siamo trasformati perché veniamo visti. E chi è stato riconosciuto impara lentamente a riconoscere. Chi ha trovato una casa scopre di essere chiamato a diventarne una per altri.

Il bisogno di essere visti per quello che siamo diventati è uno dei bisogni più profondi che esistano. Per questo l’Odissea ci parla ancora. La sua domanda è ancora la nostra: esiste un luogo in cui posso finalmente tornare per restare?

Il Vangelo aggiunge una domanda ancora più esigente: per chi sto diventando casa? Per chi sto imparando ad avere quello sguardo paziente che un giorno ha permesso anche a me di alzare gli occhi?

Forse è qui che il viaggio di Odisseo incontra quello del discepolo. Il primo cerca una casa. Il secondo scopre che la casa non è soltanto un luogo da trovare, ma una presenza da diventare.

Casa non è Itaca. Non è l’America. Non è l’Italia. È il luogo dove il «Nessuno» attraversato lungo il viaggio può finalmente, senza paura, tornare a dire il proprio nome. Sono io. E basta così. Casa. Per accogliere altri Nessuno.

Riproduzione riservata ©

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