Dopo lo scioglimento della Knesset, il 17 luglio, e la convocazione delle prossime elezioni politiche in Israele, fissate al 27 ottobre 2026, si sta muovendo qualcosa nell’ambito dei partiti israeliani. L’attuale governo Netanyahu (il 37esimo della Repubblica) ha completato il suo mandato sostenuto da 5 formazioni politiche di destra-ultra destra.
Nell’opposizione di centro-destra sono in corso diverse manovre, tra le quali la nascita di un nuovo partito (Together), sorto dalla ricostituita alleanza fra Naftali Bennett e Yair Lapid, e la fondazione da parte di Gadi Eisenkot di un nuovo partito di destra (Yashar) contrario a Netanyahu.
Ma qualcosa è in cammino anche a sinistra. Dalla fusione tra il Partito Laburista e Meretz è nato a luglio 2024 un nuovo soggetto politico: i Democratici. A guidare la nuova formazione, che sostiene i due Stati come soluzione al conflitto israelo-palestinese e si oppone all’occupazione israeliana della Cisgiordania, è stato eletto Yair Golan. I sondaggi degli ultimi mesi danno la formazione dei Democratici in netta crescita.
Un Paese sano non fa la guerra ai civili
Yair Golan, 64 anni, è ampiamente conosciuto in patria come l’“Eroe del 7 ottobre”, ma poco conosciuto dai media internazionali. Quel giorno, il 7 ottobre 2023, l’ex generale si è arruolato come volontario e si è diretto di propria iniziativa verso le zone degli scontri, riuscendo a trarre in salvo sei civili dalle mani di Hamas.
Oggi, alla guida dei “Democratici”, Golan rappresenta una possibile alternativa radicale alle politiche di violenza, all’erosione democratica e al sistema di apartheid portati avanti dal governo Netanyahu.
L’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre ha rappresentato uno shock enorme per Israele. La risposta del governo Netanyahu è stata durissima. Ma Golan ritiene che l’attuale politica della forza non sia soltanto sproporzionata ma anche priva di una direzione precisa.
In un’intervista rilasciata all’emittente radiotelevisiva israeliana Kan, Golan ha espresso chiaramente il suo pensiero: «Un Paese sano non fa la guerra ai civili, non uccide i neonati per hobby e non si pone l’obiettivo di espellere intere popolazioni. Non è accettabile che noi, come popolo ebraico – che nel corso della storia ha subito persecuzioni e genocidi –, compiamo oggi azioni che sono semplicemente inaudite e intollerabili».
Israël, uno Stato di diritto?
L’opinione dei Democratici, secondo cui l’attuale governo starebbe smantellando il sistema giudiziario, trova conferma nella ferma presa di posizione delle due massime cariche della giustizia israeliana: Isaac Amit, presidente della Corte Suprema, e Gali Baharav-Miara, la procuratrice generale, da molti considerata una vera e propria “eroina” della resistenza civile. Entrambi hanno lanciato duri avvertimenti, denunciando come l’esecutivo, in vista delle prossime elezioni, abbia avviato una corsa per «neutralizzare le istituzioni democratiche».
Lo sguardo si sposta poi su quanto sta accadendo in Cisgiordania. Le terre dei palestinesi vengono espropriate, le loro case rase al suolo, e si registrano costantemente morti e feriti. Il governo sta normalizzando l’illegalità, arrivando persino a premiarla. Le stesse forze dell’ordine non intervengono e si girano dall’altra parte, lasciando questi crimini impuniti. «È forse questo uno Stato di diritto?», chiede Yair Golan.
Una gravissima crisi morale
Il rabbino Ron Kronish, fondatore dell’Interreligious Coordinating Council in Israel (Icci), ha spiegato i motivi che lo hanno spinto a firmare una lettera aperta di protesta contro Netanyahu – sottoscritta da oltre mille rabbini e intellettuali ebrei – con queste parole: «Il popolo ebraico si trova ad affrontare una gravissima crisi morale, che mette a rischio le fondamenta stesse del giudaismo».
Dal canto loro, i Democratici sostengono che l’attuale politica del governo stia sostituendo il diritto con uno spirito di vendetta e una totale mancanza di etica. Secondo Golan, non esiste più alcun legame con il vero giudaismo e questa deriva mette in pericolo la sopravvivenza stessa dello Stato di Israele.
«Bibi continua a fare la guerra solo per restare in sella. Così pensa più della metà della popolazione, compresa una parte dell’ala moderata della destra»: questo mi confidava tempo fa una cittadina israeliana. Anche Golan sostiene pubblicamente questa tesi: Netanyahu starebbe prolungando deliberatamente i conflitti militari con l’unico vero obiettivo di blindare la propria sopravvivenza politica.
Anche il presidente statunitense Donald Trump ha recentemente espresso una delle sue caratteristiche e spiazzanti dichiarazioni. Nel corso di un acceso colloquio telefonico, Trump ha rinfacciato a Netanyahu che, senza il sostegno degli Stati Uniti, a quest’ora si troverebbe già in prigione.
Di fatto questa aggressività sembra non avere confini. Esattamente come è accaduto a Gaza, interi quartieri residenziali in Cisgiordania e in Libano vengono sistematicamente distrutti, apparentemente con il preciso scopo di rendere impossibile il ritorno degli abitanti. Una strategia che il leader dei Democratici definisce non solo distruttiva, ma anche estremamente grave dal punto di vista morale e profondamente dolorosa.
La crescita dell’antisemitismo
Il primo ministro israeliano continua ad accumulare violenza su violenza: questa è l’immagine che molte persone all’estero hanno ormai di Israele. Purtroppo, spesso non viene fatta la distinzione tra le azioni del governo e i comuni cittadini israeliani. Si tende così a fare di tutte le erbe un fascio, considerando tutti gli ebrei come sostenitori di Netanyahu. Oltre alla violenza, a provocare il forte risentimento dell’opinione pubblica mondiale è anche la costante spinta all’annessione di territori.
I Democratici sottolineano inoltre che la continua espansione degli avamposti militari e degli insediamenti illegali richiede uno sforzo enorme alle forze di difesa israeliane (Idf). L’esercito si ritrova così sovraccarico, mentre i soldati e le loro famiglie sono ormai esausti.
Per questo motivo, il leader dei Democratici vede una sola vera via d’uscita per Israele e i palestinesi: la soluzione dei due Stati. Israele deve cedere il controllo sulla vita di milioni di palestinesi a un’amministrazione palestinese moderata.
Speranza per Israele?
Golan può contare sul sostegno esplicito degli ex primi ministri Ehud Olmert ed Ehud Barak. Per quanto riguarda la minoranza araba interna – gli arabi israeliani rappresentano il venti per cento della popolazione di Israele –, i Democratici vogliono impegnarsi per un Israele che rimanga fedele ai valori della Dichiarazione d’Indipendenza del 1948. In quel documento storico vengono garantite libertà e uguaglianza per ogni cittadino. Il partito punta a pari diritti, doveri e opportunità per tutti, indipendentemente dalla religione, dall’etnia o dalle origini.
“Speranza” è, non a caso, la parola d’ordine della campagna elettorale di Yair Golan: speranza per Israele, speranza per tutti i cittadini, speranza per le minoranze, speranza per i palestinesi e speranza per i Paesi vicini.