«Non si fanno ricerche di natura esplicitamente militare». È questa la regola molto chiara ed esplicita che oltre 110 tra professori, ricercatori e personale del Politecnico di Torino vogliono far adottare all’interno del prestigioso istituto universitario profondamente intrecciato con la storia e l’identità della città.
Una prima lettera aperta è stata lanciata da un gruppo di 34 firmatari il 7 maggio 2026, a poca distanza dall’invito pubblico promosso dal cardinale di Torino, Roberto Repole, a ragionare sul destino della città e del territorio piemontese investito ormai dalla lunga crisi dell’ex Fiat, ora Stellantis, e dalle strategie di Leonardo che punta anche sul Politecnico per far crescere su Torino il comparto della Difesa: «Eravamo città delle auto, vogliamo diventare città delle armi?» è la domanda del cardinale Repole. “Non col contributo del Politecnico” è la risposta dell’associazione Politecnico futuro da cui è nata la proposta di messa al bando della ricerca militare.
Abbiamo perciò intervistato Juan Carlos De Martin, candidato alla carica di Rettore nel 2023 sulla base del “Manifesto Politecnico futuro” da cui è nata l’Associazione che raduna come soci ordinari non solo docenti e ricercatori con qualsiasi tipologia di contratto, ma anche il personale tecnico amministrativo e bibliotecario. In tale visione aperta della comunità universitaria, che include gli studenti e dottorandi come soci aggregati, si comprende una certa concezione democratica del sapere che non è fine a sé stesso ma si pone a servizio della società.
De Martin è professore ordinario presso il Dipartimento di Automatica e Informatica del Politecnico di Torino dove nel 2006 ha cofondato e co-dirige il Centro Nexa su Internet e Società. Tra i numerosi titoli è faculty associate presso il Berkman Center for Internet & Society della Harvard University. Come vicerettore del Politecnico nel 2018 ha ideato e organizzato, con Luca De Biase, Biennale Tecnologia, di cui ha curato le prime quattro edizioni. Ha scritto anche due libri, “Università futura: tra democrazia e bit” del 2017 e “Contro lo smartphone. Per una tecnologia più democratica” edito nel 2023 con la prefazione di Gustavo Zagrebelsky.
Da dove nasce l’istanza maturata all’interno di Politecnico Futuro di escludere ogni tipo di collaborazione con la ricerca in campo militare?
Politecnico Futuro è un gruppo di docenti, ricercatori e personale tecnico-amministrativo che promuove un’idea di università consapevole, oltre al resto, del suo ruolo democratico. Abbiamo notato che il Politecnico, come molte altre istituzioni, spesso reagisce in modo acritico alle opportunità di finanziamento senza chiedersi se siano compatibili con i propri valori. La nostra iniziativa nasce dalla volontà di chiederci se le attività esplicitamente militari siano coerenti con la nostra identità di università pubblica che non può essere ridotta ad essere una mera fornitrice di qualsiasi tipo di tecnologia. Contrariamente a quanto si possa pensare, la richiesta di un perimetro etico non è una forzatura esterna, ma l’applicazione di principi già codificati. Il Politecnico di Torino dispone già di un “Regolamento per l’integrità della ricerca” che dichiara “i membri della comunità universitaria del Politecnico di Torino ripudiano la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e orientano l’evoluzione tecnologica verso uno sviluppo sostenibile e pacifico”. La proposta di un nuovo modo di affrontare il tema è, dunque, una richiesta di coerenza rispetto ai valori fondanti dell’ateneo.
Quali sono le regole che proponete per limitare queste collaborazioni?
Vogliamo stabilire che le attività esplicitamente militari non debbano essere svolte all’interno del Politecnico con risorse collettive. Non entriamo nel dibattito ambiguo del dual use (doppio uso), ma ci riferiamo a progetti i cui allegati tecnici siano chiaramente connotati come militari. Sappiamo che il Politecnico ha una lunga tradizione di collaborazione con l’industria bellica, in particolare con l’allora Fiat Avio, e più in generale col mondo della difesa. La collaborazione in ambito militare è considerata “normale” e “naturale” da una parte dell’ateneo, che rispettiamo, ma alla quale chiediamo di ripensare il tema, visto anche la deriva bellica dell’intera Europa. Noi chiediamo in fondo qualcosa di molto circoscritto e, per noi, naturale: che non si progettino missili, aerei da guerra o bombe in mezzo ai nostri studenti.
Esistono degli esempi di realtà universitarie che si stanno già muovendo in questa direzione?
Un precedente importante è quello dell’Università di Pisa, che a inizio 2025 ha modificato il proprio statuto in tal senso. Inoltre, anche al Politecnico l’importante Dipartimento di Scienza Applicata ha istituito una commissione per l’integrità della ricerca che esamina gli allegati tecnici dei contratti.
Di fronte alla crisi del settore auto, come può il mondo accademico sostenere a Torino una politica industriale di pace anziché rassegnarsi a rientrare nella filiera bellica?
Il Politecnico può certamente sostenere, ma è una questione di investimenti a monte. A Torino assistiamo, ormai da decenni, al disinvestimento colossale da parte di quella che fu la Fiat. Il Politecnico può offrire – e sta già offrendo da molto tempo – competenze per sostenere il settore produttivo, anche sostenendo iniziative orientate all’uso civile, ma la decisione di incanalare fondi verso il militare è politica. Occorre perciò lavorare assieme per proporre una strategia di riallocazione dei capitali. La quota di crescita della spesa militare (attualmente orientata verso il 5% del PIL in base alla richiesta USA poi fatta propria da quasi tutti i Paesi Nato) dovrebbe essere a mio avviso orientata non solo a soddisfare le esigenze dei cittadini in ambito sanità, istruzione, pensioni, casa, ecc. ma anche essere indirizzata verso un piano straordinario di utilizzo degli impianti esistenti, a partire da Mirafiori, per usi civili. Torino non può essere costretta con il declino dell’ex Fiat all’unica alternativa possibile tra industria degli armamenti e una terziarizzazione povera legata al turismo o agli studentati di lusso.
Come si distingue nel settore informatico la ricerca militare pura dalle molte applicazioni possibili della tecnologia come dimostra l’avvento delle armi autonome?
Esiste una tassonomia della Commissione Europea che elenca dettagliatamente cosa si intende per armi e sistemi d’arma, inclusa l’informatica. Anche con l’aiuto di questo documento, riteniamo che se si leggono con attenzione gli allegati tecnici, è possibile capire se una determinata collaborazione tra il Politecnico e un’azienda o altra entità è militare oppure no. Sebbene esistano rischi di offuscamento riteniamo che stabilire dei paletti contrattuali sia comunque un passo necessario. Nel campo dell’informatica, ciò significa essere in grado di identificare contratti orientati a sviluppare di strumenti di guerra automatizzata come Lavender, Gospel o le tecnologie di Palantir, già impiegati in contesti di conflitto per la selezione degli obiettivi.
Cosa dire a chi rivendica la neutralità della tecnica rispetto al suo utilizzo?
Resta illuminante in materia un famoso articolo scritto da Primo Levi nel 1986, poco prima di morire dal titolo “Covare il cobra“. Levi invita il tecnico a chiedersi sempre se stia covando un uovo di colomba o di cobra. Il ricercatore deve porsi sempre delle domande sul contesto del proprio lavoro e rifiutarsi di “covare l’uovo di cobra”. È un invito che rimane di estrema attualità.
