Estate tropicale, infuocata dal caldo e dalle guerre: penso agli accordi raggiunti e poi respinti con l’Iran, con lo Stretto di Hormuz di nuovo in fiamme. Spesso, passeggiando per le strade della capitale della Thailandia, Bangkok, relativamente fresca in questa stagione delle piogge, prego per i morti in Iran, in Libano, in Darfur e per quelli al confine fra Bangladesh e Rakhine (ovest del Myanmar, ultimamente teatro di scontri violentissimi) e mi chiedo: «Qualcuno pregherà per i poveri che muoiono?».
La mia città, Bangkok, è sempre più bella: addirittura, per alleviare il caldo e la polvere nei cantieri che sorgono in mezzo alla città sono stati montati dei sistemi di nebulizzazione dell’acqua. «Qualcuno pensa anche agli altri» mi dico, a chi deve lavorare sotto il sole oppure spostarsi in moto, e non sta in automobili con l’aria condizionata a palla. Evviva il sindaco di Bangkok, Chadchart Sittipunt! Mi hanno detto: «Ma Bangkok è un paradiso in confronto ad altre parti del mondo!». È vero!
La Thailandia gode di pace e serenità, sebbene sia in mezzo a nazioni belligeranti. È evidente dalle Bentley, Mercedes, Ferrari e Lamborghini che ti passano accanto. Sembra un paradiso colorato, fatto di motori potenti e belle ragazze vestite con abiti parigini. Ogni tanto, però, anche qui saltano fuori notizie sconcertanti di cantanti drogati, ricchi signori che si ribaltano ubriachi in autostrada con i loro bolidi. Vite spezzate, perse: perché ad un certo punto della vita perdi tutto… e di colpo. Sembra che ogni tanto questo paradiso scoppi, si infranga, lasciando solo tanta tristezza e solitudine, e la bocca amara, a chi resta.
Abbiamo deciso con gli amici di venire ancora una volta al confine nord ovest, tra Thailandia e Myanmar. A Mae Sot, per occuparci di chi sta molto peggio di noi: 7 ore di viaggio su un pulmino stracarico, 7 persone a cui non manca nulla nella vita ma in cerca di un altro tipo di felicità. Valigie stracolme di tutto, anche di colori, giochi, vestiti, dolci e quant’altro può essere utile per i nostri amici che vivono come profughi. Una piccola scuola, una settantina di famiglie bisognose e bambini a non finire: un’esplosione di vita che ti salta addosso.
Partendo da Bangkok, mi aveva raggiunto l’ultima notizia terribile: un incendio in una discoteca, altri 30 morti, vite spezzate per sempre. L’ennesimo episodio della storia infinita di disastri nei locali notturni della capitale. Naturalmente si tratta di locali fuori norma, che mietono morti tra i giovani: una specie di paradiso artificiale che s’infrange ogni volta, tutte le volte. A Mae Sot siamo a 2 km di distanza in linea d’aria dal famoso “Swe kokko”, ovvero una città del Myanmar in cui sorgono dei centri truffa famosi nel mondo da cui partono le telefonate che ti ripuliscono il conto di banca, che seminano disperazione e povertà tra gli “sfortunati” che abboccano. Dal confine, lato Thai, vediamo i palazzi di Swe kokko da lontano. Là: soldi, divertimento e tanta disperazione; di qua dal fiume, silenzio, gente povera ma dignitosa, bimbi e famiglie che sorridono. Due paradisi, uno falso e l’altro vero.
Entriamo nella piccola e povera scuola di Mae Sot, 3 baracche, con i bimbi che ci accolgono: si gettano al collo per salutarci. Parliamo lingue diverse, ma gli occhi ci aiutano a comunicare. Siamo felici di rivederci. È una gioia intima, intensa, indescrivibile, reciproca. È il mio paradiso, che non esplode, non svanisce, che ha un certo odore (che non è però un profumo). I miei amici, quelli con cui siamo arrivati qui, sono ricchi singaporiani e comodi europei e italiani, ma si sono trasformati: hanno facce bellissime, gli occhi lucidi, e sono felici di essere qui, in questo posto sperduto ma pieno di umanità. Anche loro sono in paradiso, in mezzo ai poveri. Sono stati 4 giorni impastati di sudore, di umidità, passati a giocare e fare foto in mezzo al fango, mangiando cibi preparati con quello che c’è, ma da un’abile cuoca. E nessuno tra noi si è ammalato, stiamo tutti bene con lo stomaco. Soprattutto siamo nell’amore, nella donazione.
Mi vengono in mente le parole di Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, sull’amare tutti, amare per primi, amare l’altro come sé stesso, amare i nemici. Le ho imparate quando ero ragazzino, ora, a 65 anni, le trovo ancora ricche di vita, e produttrici di un modo di vivere che non mi ha mai deluso, mai tradito. In fondo Chiara non ha tradito nessuno di coloro che l’hanno ascoltata: non ci ha dato paradisi artificiali con sicurezze, conti in banca e giornate addormentate: niente di tutto questo. Per lei e per noi sono stati anni tosti, belli. Lo capisco ora, qui, in mezzo ai poveri, a Mae Sot, con le zanzare della dengue che mi circondano. Il paradiso di Chiara Lubich è popolato di sorelle e fratelli da amare, poveri compresi naturalmente. È un paradiso effettivo, affettivo, concreto e bello, è la felicità: perché l’amore è il sogno dei sogni. Oggi ripartiamo da Mae Sot e piangerò. Come mi accade da 16 anni a questa parte, tanti sono gli anni che veniamo qui.
Grazie Chiara che ci hai mostrato un paradiso popolato di felicità, colorato di speranza, e ricco anche di poveri. Ai confini del mondo il tuo ideale si capisce ancora di più.