Verso la metà di giugno avevo scritto del neonato Cokcroaches Janata Party (Cjp), parodia – ma nemmeno troppo – del Bharatya Janata Party (Bjp), il partito che Narendra Modi mantiene al potere in India da quattordici anni, senza una vera opposizione politica. Ebbene, proprio il cosiddetto “Partito degli scarafaggi” (Cjp) sembra essere la minaccia più seria allo strapotere, spesso strafottente, del populismo dell’Hindutva, l’ideologia che vuole l’India Paese degli indù. Quanto successo nelle ultime settimane non ha precedenti nell’ultimo decennio del Paese asiatico, eccezion fatta per la dimostrazione – anche quella paralizzante il sistema – degli agricoltori che qualche anno fa ottennero l’annullamento della proposta di riforma agraria che Modi voleva far passare grazie al suo controllo totale del Parlamento.
Questa volta a sollevarsi sono stati quelli che, forse, meno ci si poteva aspettare invadessero strade e piazze delle metropoli indiane per manifestare contro il primo ministro e il titolare del ministero dell’Educazione – Dharmendra Pradhan – che nei giorni scorsi ha dovuto cedere – ed è la prima volta che accade nel governo guidato da Modi – e rassegnare le dimissioni. È, infatti, la cosiddetta “generazione Z” che ha costretto il governo di Delhi a cedere, dopo essere stata paragonata a un insetto che, per definizione, suscita ripugnanza e, normalmente, finisce schiacciato ed eliminato.
Colpevole della maldestra affermazione era stato Surya Kant, presidente della Corte Suprema dell’Unione Indiana, che il 15 maggio scorso, con una risposta che intendeva essere ironica, aveva paragonato alcuni giovani disoccupati, appartenenti appunto alla generazione Z, a questi animali che suscitano ripugnanza. Il movimento degli “scarafaggi”, nato sui social nel giro di poche ore, ha trasformato quell’insulto in un simbolo di protesta.
Tuttavia, nessuno – nemmeno i più ottimisti – poteva prevedere il successo e la carica sociale che il Cjp ha saputo generare, portando in piazza e per le strade della capitale, prima, e di altre metropoli, poi, centinaia di migliaia di giovani. L’impatto delle manifestazioni in India è stato travolgente, soprattutto dopo che la polizia ha caricato con lathi – bastoni di bambù i cui colpi sono particolarmente dolorosi – e con lacrimogeni la folla pacifica anche se molto intraprendente dei giovani. Anche giovani delle scuole medie inferiori e superiori si sono uniti agli universitari dando vita a una fantasmagoria di iniziative: accampamenti e presidi in luoghi significativi delle città, gruppi di digiuno volontario guidati dall’esempio dell’attivista Sonam Wangchuk, cartelli di protesta di valore e senso sociale elevato. Il filo conduttore di tutte queste iniziative è sempre stato lo stesso: chiedere le dimissioni del ministro dell’Istruzione Dharmendra Pradhan per mettere il governo sotto pressione, sensibilizzandolo alla questione giovanile. Alla fine Pradhan ha dovuto cedere e ha presentato le dimissioni al primo ministro Modi che, nel periodo delle manifestazioni, si era fatto vivo solo in un’occasione con un messaggio autoregistrato e postato sui social alle 11 di notte.
Pradhan non è un personaggio qualunque nel gabinetto Modi. È membro del Bjp da lunga data, uno degli uomini più fidati del leader indiano e, da alcuni considerato come un possibile leader futuro del partito e, dunque, anche come primo ministro. Con questo la sua carriera – almeno a un certo livello – è compromessa. Tuttavia, nella sua lettera di dimissioni, Pradhan ha tenuto a sottolineare i “quattro decenni” dedicati a studenti, insegnanti e alla riforma dell’istruzione. «Ho sempre creduto fermamente – ha affermato Pradhan – che un sistema educativo forte, inclusivo e lungimirante sia il fondamento di una nazione forte». Ha riconosciuto le irregolarità nell’esame pubblico del 3 maggio 2026, che hanno rappresentato la prima scintilla di malcontento per decine di migliaia di studenti che vedono compromesse le loro aspirazioni. Infine, su X ha postato una lettera in cui afferma che «l’energia dei giovani indiani è la vera forza di questa nazione. Sono fermamente determinato a non permettere che i giovani del Paese rimangano intrappolati in una rete di confusione».
La notizia delle dimissioni del titolare del ministero dell’Educazione è arrivata direttamente a Abhijeet Dipke – il giovane che ha dato vita per primo al movimento degli “scarafaggi”, che ha provveduto a comunicarla immediatamente alle migliaia presenti a Jantar Mantar, il centro delle manifestazioni anti-governo. Dipke è stato categorico nei suoi commenti: «Ce l’abbiamo fatta. Dharmendra Pradhan si è dimesso. Questa è una grande vittoria. Dimostra che il Paese è governato dalla Costituzione. Questo è solo l’inizio».
Che cosa insegna all’India – e oserei dire al mondo – quanto accaduto in queste settimane nel Paese più popolato del pianeta e la più grande democrazia al mondo? Molti se lo stanno chiedendo e non pochi sono i commenti e le valutazioni. In una interessante disamina proposta dall’edizione online del prestigioso settimanale India Today, si afferma che le dimissioni di Dharmendra Pradhan non riguardano solo un ministro. Segnano la prima volta che il governo Modi, apparentemente invincibile, è stato costretto a una ritirata politica da un movimento giovanile spontaneo. Da qui, si deve riconoscere che è bene non sottovalutare mai il potere dei giovani, indiani in questo caso ma potremmo dire di qualsiasi latitudine. Infatti, oggi, i giovani – e non solo indiani – sono considerati come politicamente apatici, perché incollati agli smartphone e ossessionati dai social media piuttosto che dalla realtà. Le proteste del Cjp hanno ribaltato questo stereotipo. Ironicamente, proprio le piattaforme social spesso considerate una distrazione, sono diventate strumenti di mobilitazione. Video su Instagram, gruppi WhatsApp e dirette streaming su YouTube hanno diffuso le informazioni più velocemente di qualsiasi partito politico e hanno scatenato l’imprevedibile.
Inoltre, tutto è successo non grazie a un movimento guidato da veterani ideologici o politici di lungo corso in cerca di voti o potere. Al contrario, tutto è partito da giovani sconosciuti – oggi figure di primo piano – il cui futuro era stato ripetutamente compromesso da scandali sugli esami e incompetenza amministrativa. Il loro anonimato è diventato la loro più grande forza. Si tratta di una lezione fondamentale per il presente dei governi – soprattutto quelli populisti – di tutto il mondo. Il recente referendum in Italia, ne è un’altra prova, anche se meno eclatante. Ignorare i giovani è un grave errore. Infatti, la loro frustrazione latente può trasformarsi in azione collettiva. Soprattutto, i giovani indiani hanno dato prova che una leadership orizzontale può essere più efficace di quelle tradizionali fortemente gerarchiche, sempre più diffuse anche nei sistemi cosiddetti democratici.