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Interviste > Intervista

L’innovatività della cogovernance

di Daniela Ropelato

- Fonte: Città Nuova

Appena laureato a Sophia in Scienze politiche, Israel Laurentino de Sousa Junior racconta il suo percorso dal Brasile all’Italia e la sua ricerca sulla cogovernance: un modo nuovo di pensare la politica attraverso partecipazione, dialogo e corresponsabilità

Israel Laurentino de Sousa Junior alla discussione della sua tesi (foto dell’interessato)

Il 29 giugno scorso l’aula magna dell’Istituto Universitario Sophia ha fatto da cornice alla laurea di Israel Junior del Brasile, che ha difeso con ottimi risultati la sua tesi in scienze politiche dal titolo: Governança e Cogovernança: Limites e Potencialidades no Brasil Contemporâneo. Una giornata impegnativa, ma soprattutto una giornata di festa! Come tanti, anche Israel in questi anni ha messo insieme studio e lavoro dovendo sostenere autonomamente le sue spese all’estero. Soprattutto nell’ultimo anno la fatica si è fatta sentire, ma il taglio del nastro è arrivato e finalmente è possibile fare un bilancio. Discutere pubblicamente la propria tesi davanti ad una commissione costituita ad hoc non è facile, tanto più quando si tratta di un tema complesso. Ma il rigore con cui Israel ha saputo condurre la ricerca, l’attualità del tema politico e la passione con cui ha superato le diverse difficoltà che potevano fermarlo, hanno convinto commissione e pubblico presente in aula magna. Gli abbiamo chiesto di rispondere a qualche domanda per Città Nuova.

Cosa ti ha condotto a Sophia? Che posto hanno gli studi politici nel tuo percorso?

«Sono di Passira, un piccolo paese dello Stato di Pernambuco nel nord-est del Brasile, e il posto da dove veniamo dice tanto di ciascuno di noi. Prima di iscrivermi a Sophia ho studiato storia a Caruaru, presso una università moderna ad una cinquantina di chilometri di distanza. Mi trovavo bene e avrei potuto mantenere quella rotta, ma c’erano domande a cui non trovavo risposta, c’era un’inquietudine che volevo placare: perché, un Paese come il Brasile, tra le prime 10 economie del mondo, non riesce a garantire condizione di vita degne ai suoi abitati? Perché in una democrazia la distanza tra cittadini e istituzioni continua a crescere? Dove stiamo sbagliando? Sophia mi ha permesso di trasformare queste domande in un progetto di ricerca dentro una comunità accademica internazionale che vive ciò che studia».

Cosa significa studiare politica a Sophia?

«A Sophia la politica non si studia in un comparto separato: dialoga costantemente con l’economia e gli studi ambientali, ma anche con la filosofia e la comunicazione. Perché nessun sapere può bastare a se stesso ed è questa interdisciplinarità che ci permette di guardare alla transizione democratica che i nostri Paesi stanno attraversando non solo come ad un problema di ingegneria istituzionale. È qualcosa che tocca in profondità i nostri fondamenti culturali, le relazioni, la fiducia, il senso di comunità».

Pochi saprebbero dire che cosa significa cogovernance. Perché hai scelto questo tema?

«Mi è sembrata la categoria più innovativa e allo stesso tempo onesta per discutere un orientamento imprescindibile oggi per la politica democratica, la partecipazione. In Brasile è un programma di politiche esteso, ma resta tuttavia frammentato. La cogovernance rappresenta prima di tutto un orientamento unitario perché cambi qualcosa in profondità nelle modalità con cui oggi, nella democrazia locale, si attuano strumenti, luoghi, processi partecipativi. Perché stato, mercato e società non si limitino a consultarsi, ma condividano potere decisionale, conoscenze e corresponsabilità. La mia tesi ricostruisce questo percorso prima di tutto dal punto di vista concettuale, dando voce a diverse prospettive, al paradigma decoloniale, agli studi sulla crisi democratica che stiamo vivendo a livello globale, all’analisi del potere, della disuguaglianza e della concentrazione dei redditi».

Dunque il quadro teorico è quello ampiamente riconosciuto di una democrazia in difficoltà. Come può la cogovernance indicare una strada?

«È evidente che quella che viviamo è una grave crisi, lo confermano ricerche importanti a livello internazionale. Solo per citarne un diritto, la libertà di espressione: nel 2000 tale indicatore migliorava in 52 paesi e peggiorava in 5, mentre nel 2025 accade l’opposto: 44 paesi registrano un deterioramento e solo 11 dei progressi. La polarizzazione e alla sfiducia crescente nelle istituzioni non possono essere affrontate con un mero aggiustamento tecnico della rappresentanza elettorale. Il diritto di voto resta un pilastro della democrazia, ma il capitale ha grande influenza nelle decisioni. Anche il contesto geopolitico è molto più complesso. Tutto questo lacera il tessuto connettivo delle nostre società, impossibile chiedere solo a riforme procedurali di reggere questa tensione, serve una rigenerazione culturale».

Prima di addentrarci nella teoria, puoi fare qualche esempio di cogovernance oggi?

«Posso iniziare dal Brasile? La costituzione del “Comitato Pró-Brumadinho” è un esempio di una certa importanza, nel contesto di una grave emergenza: il crollo di una diga mineraria gestita da una multinazionale, a Brumadinho appunto, nel gennaio 2019 causa 272 morti liberando 12 milioni di metri cubi di fanghi tossici. Come coordinare la risposta politica, davanti a danni ambientali, sociali ed economici così vasti, che investono più enti statali, territori produttivi e comunità civili di 26 comuni? Il comitato istituito dal governo di Minas Gerais raccoglie oltre 20 organi statali, il sistema di protezione civile e le comunità colpite. Le sessioni di ascolto vengono riconosciute come spazi partecipativi formali in cui vengono discussi gli orientamenti con gli organismi tecnici idonei, fino a produrre un accordo giudiziale che si affianca al procedimento penale in corso e impegna la Vale S.A., l’azienda proprietaria della miniera, alle riparazioni economiche. Restano una serie di problemi, ma nessuno avrebbe potuto affrontare da solo un’asimmetria di questo peso tra un’azienda con enorme potere economico e politico e le comunità colpite. Diverso è il bilancio partecipativo, nato a Porto Alegre nel 1989, probabilmente uno dei processi partecipativi più conosciuti, diffuso anche in Europa. Si tratta di una piattaforma decisionale in cui i cittadini, raccolti in assemblee territoriali e tematiche, definiscono collettivamente le priorità degli investimenti pubblici nelle infrastrutture, nei servizi urbani, nell’educazione e nella sanità. Per molti anni circa il 10% del bilancio comunale è stato distribuito attraverso questi processi partecipativi. Migliaia di cittadini hanno preso parte alle assemblee, rendendo questa esperienza un importante esempio di cogovernance e di accountability democratica. Naturalmente, dal 1989 ad oggi, il bilancio partecipativo ha attraversato diverse fasi. Ci sono stati momenti di grande partecipazione e altri di difficoltà, in cui il legame tra cittadini e rappresentanti si è indebolito. Questo dimostra che la partecipazione non è un risultato acquisito una volta per tutte».

Un’immagine del disastro ambientale di Brumadinho (By Ibama from Brasil – Brumadinho, Minas Gerais, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=76936072)

E in un altro contesto geografico?

«Allora andiamo nelle Filippine, un Paese che nel periodo pandemico ha dovuto affrontare il lockdown più lungo al mondo (più di 9 mesi) senza un sistema di identità nazionale, con un’infrastruttura informativa frammentata e nessun canale consolidato per condividere dati tra le agenzie di governo, con una gestione degli aiuti caotica e permeabile alla corruzione. Nasce un progetto che raccoglie alcune disponibilità: non l’insieme ideale degli attori necessari, ma quello, pragmatico, di chi è pronto a collaborare. In una settimana prende il via “Data Science for the Nation“, un’alleanza tra governo, università, imprese e società civile, fondata sull’idea che nell’era dei big data serva “big collaboration“. Il percorso è segnato da resistenze diffuse: il governo diffida della consulenza internazionale; gli uffici legali temono rischi nell’affidare dati a un’amministrazione pubblica; un gruppo universitario esita a condividere i propri modelli per timore di violazioni del copyright; le agenzie pubbliche sono caute sull’uso dei dati. La svolta arriva concentrando gli sforzi su un obiettivo concreto: la creazione di una applicazione digitale per aiutare contadini e pescatori più esposti alla crisi economica ad accedere a informazioni, aiuti e mercati diretti. La perseveranza del gruppo genera fiducia. Il nucleo stabile agisce in nome della responsabilità verso i più fragili. Quando il lavoro volontario rischia di esaurirsi con il ritorno alle occupazioni ordinarie, dopo una fase di stallo l’applicazione viene adottata dal Ministero dell’Agricoltura in collaborazione con l’Università delle Filippine».

Ora puoi darci una definizione di cogovernance!

«Non c’è nulla di conclusivo, è evidente. Ma potremmo dire che la cogovernance è un processo di costruzione condivisa delle decisioni pubbliche, di cooperazione multi-attore e policentrico. Rispetto alla governance tradizionale, il prefisso “co” non aggiunge un coefficiente di miglioramento, chiede un salto di qualità: accanto agli attori istituzionali, anche i portatori di interesse non istituzionali (cittadini organizzati, imprenditori, mondo della cultura, della comunicazione, dell’educazione…) vengono coinvolti nella funzione di governo. Il concetto cardine è quello di corresponsabilità: cogovernance significa pensare insieme, decidere insieme, agire insieme e, soprattutto, assumersi insieme la responsabilità delle decisioni e del loro impatto. Forse riesco a spiegarmi meglio raccontando qualcosa che ho vissuto in prima persona. Mia madre è ambulante nel mercato della mia città. Anch’io ho lavorato per molti anni con lei mentre studiavo. Durante la pandemia l’amministrazione comunale ha ridotto gli assembramenti e limitato il numero delle bancarelle: l’obiettivo era comprensibile, ma la decisione aveva conseguenze gravi. Da una parte c’erano i piccoli ambulanti, come mia madre; dall’altra c’erano commercianti più solidi perché gestivano più punti vendita. Ricordo che in città non si faceva che parlare di questo. Un giorno anch’io ho potuto partecipare ad un incontro con la sindaca e alcuni assessori, con i commercianti. Non rappresentavo nessuno, ma mi è stato chiesto di spiegare una situazione che conoscevo bene; era presente anche mia madre. Ricordo come fosse oggi quella giornata. Alla fine la discussione ha portato a modificare alcuni aspetti della decisione e l’amministrazione ha adottato alcune soluzioni più equilibrate. Naturalmente un’esperienza di cogovernance è molto più articolata, ma anche quella volta abbiamo agito insieme per migliorare una decisione pubblica. Se le persone partecipano, possono dare contributi importanti».

Ciò comporta una serie di conseguenze operative…

«Infatti! Come in tutti i processi partecipativi, ci sono alcune condizioni stringenti: non si tratta semplicemente di allargare il tavolo…cogovernare implica che gli attori siano coinvolti fin dall’inizio nel processo di costruzione di politiche pubbliche, che il piano d’azione sia adottato con un accordo pubblico, che l’informazione verso la cittadinanza sia completa e trasparente. Ma vorrei sottolineare ancora una volta che tutto questo non si riduce ad una procedura. Solo se ha un fondamento valoriale la cogovernance ce la fa: l’intensificazione dei nodi della rete deve tradursi anche in una tessitura relazionale più ricca di qualità. È un cambiamento di paradigma anche relazionale tra i tre settori».

Ancora un esempio?

«Sì, e mi sta a cuore! La cogovernance esige che si riconosca un valore alto alla funzione politica: il decisore pubblico non può abdicare al proprio ruolo di garante del bene comune. Inoltre la cogovernance non è possibile in presenza di corruzione, criminalità organizzata o informazione scorretta. Per questo, nei contesti più fragili, servono passi piccoli e circoscritti. Ma è vero anche il reciproco: dove non c’è, la cogovernance è in grado di generare maggiore stabilità e trasparenza».

Il Brasile, come hai detto, è tra i Paesi più ricchi e più diseguali del mondo. La tua ricerca ha considerato a fondo questa contraddizione?

«Innanzitutto la disuguaglianza si aggrava del mondo intero. In Italia ad esempio, nel 2024 l’ISTAT ha registrato 5,7 milioni di individui in condizioni di povertà assoluta, di cui quasi 1,3 milioni erano bambini e ragazzi. La situazione peggiora tra le famiglie più numerose, oppure là dove c’è almeno uno straniero. In Brasile non è diverso; con una popolazione che è 4 volte quella dell’Italia, 12 milioni vivono in condizione di povertà estrema e oltre 50 milioni di povertà relativa, mentre l’1% più ricco del Paese possiede quasi metà della ricchezza nazionale: sono numeri che raccontano come disuguaglianza economica e crisi democratica si alimentino a vicenda. Non si può parlare di partecipazione senza affrontare le condizioni materiali che la rendono, per molti, un privilegio inaccessibile. Scegliere la cogovernance può aprire strade importanti».

Come si evita che la cogovernance legittimi le stesse élite che vorrebbe ridimensionare?

«Non stiamo parlando di processi semplici, è chiaro. E questo è il limite che più preoccupa: la cattura del processo da parte di élite organizzate e l’esclusione di quei gruppi che più ne dovrebbero beneficiare. Ma la cogovernance stabilisce alcuni presupposti per evitarlo, come l’assenza di coercizione, o l’inclusione di tutti i soggetti potenzialmente interessati. L’intenzionalità delle persone conta. Per questo insisto sul fatto che condividere potere non è uno slogan, ma richiede istituzioni stabili, trasparenza reale. E qui mi riconosco nella prospettiva del Movimento Politico per l’Unità, serve un fondamento valoriale, la fraternità come principio sociale e politico, che tenga insieme unità e diversità».

Cosa ti auguri per il tuo futuro?

«Vorrei continuare a lavorare su questi temi collegando ricerca accademica ed esperienza; del resto, ho iniziato così quando ho collaborato alla preparazione del Congresso Internazionale di Cogovernance che si è tenuto in Brasile nell’ottobre 2021. Mi piacerebbe contribuire a costruire, in Brasile e altrove, quella “grammatica comune” della cogovernance di cui la mia tesi ha provato a tracciare alcuni contorni: non un modello chiuso, ma come si dice spesso nella scienza politica un “cantiere aperto”».

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