Nel Golfo Persico sembra che non si sappia neppure più quando la guerra è cominciata e perché. Le dichiarazioni dei Signori della Guerra (di tutte le parti) si sono perse per strada. Per esempio: il nucleare iraniano è passato in secondo piano rispetto al blocco dello Stretto di Hormuz; la vendetta israeliana per il 7 ottobre 2023 e la liberazione degli ostaggi è diventata la “necessità” di allargare gli spazi di sicurezza per creare il Grande Israele; il roboante Board of Peace per la Riviera di Gaza si è trasformato nella “gestione” del mortale recinto di un grande campo profughi. Al contempo, aumenta il numero dei Paesi coinvolti loro malgrado nel conflitto. Dall’8 luglio, Trump ha rigettato il MoU (Memorandum of Understanding) da lui firmato a giugno con la solita enfasi, e sono ripresi accaniti bombardamenti di missili e droni. Tutta colpa di chi ha violato i patti, che è comunque sempre il nemico. Logica “vuole” (quella logica) che ciascuno sia sempre nemico di ciascun altro.
Riattivato il blocco navale Usa dello Stretto di Hormuz, gli ha fatto eco la contro-chiusura dello stesso Stretto da parte dell’Iran. A seguire: raid americani su basi militari e infrastrutture civili iraniane, e missili iraniani sulle basi Usa (e vicinanze civili) dei Paesi del Golfo, Giordania e Arabia Saudita comprese e nessuno escluso.
Il copione va avanti così da mesi. Qualche giornalista ha fatto il conto che dall’attacco israelo-americano all’Iran del 28 febbraio, quello che avrebbe dovuto risolvere tutto, Trump ha già annunciato più di 100 volte (letteralmente) che le capacità militari iraniane sono distrutte, annientate: una dichiarazione che proclama in media ogni 33 ore circa, da 5 mesi. Senza contare le minacce umorali che va ripetendo a profusione, e le tasse e dazi che mette e toglie ogni due per tre.
Sto cercando di comprendere come si stia evolvendo, se si sta evolvendo, la situazione interna in Iran. Mi ha aiutato a capire qualcosa un’intervista curata da Chiara Pellegrino e pubblicata da oasiscenter.eu il 14 luglio scorso. Si tratta di un colloquio con Farhad Khosrokhavar, sociologo iraniano, direttore emerito dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales (Ehess) di Parigi. Un passaggio è particolarmente interessante per capire il fenomeno dei funerali della guida suprema, Ali Khamenei.
Alla domanda sui milioni di persone presenti ai funerali di Khamenei padre, Khosrokhavar osserva fra l’altro: «I funerali hanno effettivamente richiamato circa due milioni di persone in tre grandi città: Teheran, Qom e Mashhad. Ma questo non significa in alcun modo che il regime iraniano abbia riguadagnato legittimità. Si tratta principalmente di una parte di popolazione che dipende economicamente dallo Stato. Il 5% circa degli iraniani vive a spese del regime (…) Queste persone vengono mobilitate ogni volta che il regime organizza una manifestazione». E aggiunge più avanti: «Il problema fondamentale è che gli Stati Uniti di Trump avevano promesso di aiutare i manifestanti durante le proteste del gennaio 2026, ma alla fine non l’hanno fatto. Hanno lasciato che le proteste venissero represse dal regime, uccidendo in due sole notti circa 7 mila persone. Altre stime parlano di un bilancio ancora più drammatico di 42 mila vittime». E la repressione non si è mai fermata.
Un altro articolo apparso in giugno su Foreign Affairs, a firma di Narges Bajoghli (giovane ricercatrice irano-americana) e Vali Nasr (nato a Teheran e cittadino Usa), docenti presso la Johns Hopkins University, aggiunge un’altra lettura della situazione in Iran, in una prospettiva internazionale. Fra il resto. Dopo l’uccisione della generazione di ayatollah alla quale apparteneva Ali Khamenei, la nuova generazione che è salita al potere sembra riconoscere di aver bisogno di una base sociale più ampia e diversa da quella che la sola ideologia islamica forniva. Lo affermano Bajoghli e Nasr, che aggiungono: «La Repubblica Islamica assomiglia oggi sempre meno a una teocrazia e sempre più a uno Stato autoritario nazionalista di destra».
«Secondo Teheran, il contenimento dell’Iran da parte degli Stati Uniti, durato decenni, è giunto al termine. Il nuovo ordine regionale sarà definito meno dal primato americano e più dalla multipolarità, con la Cina in un ruolo sempre più centrale e l’Iran parte integrante, anziché marginale. Teheran intende consolidare questi vantaggi in qualsiasi accordo che ponga fine alla guerra. La sua insistenza sul controllo dello Stretto di Hormuz e sulla riscossione di pedaggi dalle navi di passaggio, nonché le sue precondizioni per i colloqui – un cessate il fuoco in Libano e la fine del blocco navale statunitense – riflettono la convinzione della [nuova] leadership che la guerra abbia spostato gli equilibri di potere a suo favore».
A dispetto di quanto forse credono Trump e Netanyahu, i nuovi capi iraniani sono convinti che la guerra la stanno vincendo loro.
Ma le guerre le vince qualcuno? Io penso di no. Ma i Signori della Guerra di tutti gli schieramenti, loro sono tutti sicuri della vittoria.
