Nell’estate del 1956, dopo una parentesi di due anni a Vigo di Fassa, la Mariapoli estiva tornò a Primiero, nella valle stessa in cui era nata. Qualcosa era cambiato, ed era cresciuto soprattutto il numero di persone che arrivavano in valle per questo esperimento di mondo unito; erano persone decise a fare un’esperienza di vita nella “mariapoli”, questa ideale “città di Maria”.
Già nel novembre dell’anno prima, Chiara Lubich aveva annunciato: «Nascerà un giornale…», esprimendo l’idea di un giornale che parlasse di economia, di filosofia, di arte, di politica, di religione, di medicina, e di ogni altra cosa in modo nuovo, illuminato da quel carisma dell’unità che gettava una nuova luce su tutte le cose. L’idea di un giornale era abbastanza concreta nell’idea di Chiara Lubich la quale, in un manoscritto del maggio di quell’anno scriveva: «Vorrebbe essere un giornale popolare, dove tutti possano scrivere, dotti e indotti, piccoli e grandi, religiosi e laici, lavoratori e professionisti, uomini e donne. Accetta ogni pensiero di argomento purché il movente di chi scrive sia la profonda convinzione della necessità dell’ideale che si vuol contribuire a raggiungere».
Nell’estate del 1956, partendo da Roma, alcuni organizzatori della Mariapoli avevano provvidenzialmente caricato in macchina un ciclostile ad alcool. Anche se la cosa oggi può far sorridere, per diffondere un testo in più copie in quell’epoca, oltre la stampa, c’era solo questo rudimentale strumento meccanico che, attraverso una matrice incisa con la macchina da scrivere, rilasciava inchiostro su fogli di carta con l’impronta della matrice dattiloscritta. Il solvente dell’inchiostro era alcolico e il movimento del “tamburo” su cui girava la matrice era a manovella.
Il ciclostile fu sistemato in una sala della parrocchia di Tonadico, sotto l’abitazione del parroco, in via Scopoli 58; oggi che a Tonadico non c’è più una vera parrocchia, quella casa di via Scopoli si chiama ancora “la canonica”. Durante gli anni della guerra, mentre l’edificio scolastico era requisito dai militari, quella casa in comproprietà fra il Comune di Tonadico e la parrocchia aveva ospitato alcune classi delle scuole elementari. Poi le stanze del secondo piano, la sala S. Giacomo e la sala S. Paolo, rimasero o tornarono nella disponibilità della parrocchia ed una di esse nel ‘56 divenne base delle attività della Mariapoli; quella stanza gode peraltro di una splendida veduta sulla valle e sul torrente Canali.
Quell’anno, tra chi andava e chi veniva, Primiero contò già un migliaio di visitatori. E l’esperienza della Mariapoli era tale da non potersi limitare a quei pochi giorni o settimane in quella valle dolomitica. La città era virtuale, ma quel popolo era autentico; l’esigenza di rimanere “in rete” con quelle persone e con quel mondo si faceva palese, diffusa e concreta. Il nuovo carisma aveva già manifestato, quasi come imprescindibile necessità, il fatto di dover comunicare ai fratelli «ogni esperienza che Dio ti faceva fare». Fino ad allora le esperienze si erano comunicate attraverso un fitto scambio di “letterine”.
Fu così che il 14 luglio del 1956 nacque il primo numero di un giornalino dal titolo “Città Nuova”, e fu quel ciclostile a tirarne 70 copie. La testata recava il sottotitolo: “Per i mariapoliti”. La “città” cui il titolo allude è ovviamente la mariapoli, la “città di Maria”, questa nuova, straordinaria “città” governata dall’amore. Un articolo di presentazione, firmato “La Redazione” ma riferito a Chiara Lubich dice tra le altre cose: «Esce così Città Nuova, giornale periodico riservato ai soli mariapoliti, solo a coloro cioè che sanno apprezzare anche le notizie più piccole, che per loro sono grandi perché ormai ormai vivono nel mondo delle cose grandi, nel mondo del soprannaturale, ove esiste una misura diversa di giudizio, dove l’obolo della vedova vale più delle montagne spostate senza la carità…».
Città Nuova, dunque, nasceva quel 14 luglio e nei suoi primi numeri si pose la funzione prioritaria di foglio interno alla Mariapoli del ’56, ma l’editoriale aggiungeva: «E chissà che non sia il seme di quel famoso giornale, che da tanto attendiamo, che dovrà collegarci poi quando torneremo nei nostri paesi». E sarà proprio così. Come foglio di collegamento tra quelli che avevano vissuto l’esperienza della Mariapoli, il giornale, da marzo ad agosto 1957, avrebbe provato a chiamarsi “La Rete” ma sarebbe tornato presto al titolo originale di “Città Nuova”.
Il primo numero de “La Rete” pubblicava come editoriale lo scritto “programmatico” del maggio ’56 in cui Chiara scriveva: «Non ama avere una veste appariscente o radunare soltanto scrittori di grido: non li rimanda certo se anch’essi lavorano per la causa, ma li accoglie con lo stesso amore con cui accetta lo scritto di una mamma, d’un operaio, d’un bambino, d’un mendicante: ciò che interessa è la verità detta per amore del bene comune e dei singoli, e la verità la sa dire alle volte meglio l’illetterato che il dotto».
Quel primo numero ciclostilato del 14 luglio 1956, non doveva essere nato proprio come un esperimento se, sotto la testata, recava chiara la scritta “Anno I , n°1”. In quel mese di luglio, intanto, dopo il primo uscirono altri tre numeri del giornalino ciclostilato e in agosto se ne sarebbe aggiunto un quinto. In via Scopoli, l’infaticabile ciclostile arrivò a tirare più di 100 copie del giornalino mentre prima di lasciare la Mariapoli Chiara chiese ai focolarini presenti di provare a scrivere un articolo per capire insieme quali fossero le penne più dotate per dare continuità a quell’esperienza editoriale.
Da settembre, il ciclostile, tornato a Roma, continuò puntualmente a stampare tutte le nuove uscite del giornale. Le tirature salivano inesorabilmente, l’apparecchio ad alcool venne presto sostituito da un ciclostile elettrico, più moderno e performante che arrivò a tirare fino a tremila o quattromila copie di un solo numero del giornale. Il focolare di Don Foresi, al n° 6 di via Capocci, ospitava il ciclostile; qui si avvicendavano decine di persone a battere le matrici, stampare, impaginare, ingraffettare, piegare e poi spedire il giornale, anche oltre i confini dell’Italia e del continente.
Tra queste persone c’era anche la giovane Maria “Emmaus” Voce, reduce da Primiero e ai suoi primi contatti con il Movimento dei Focolari. In epoche recenti Emmaus avrebbe raccontato quell’esperienza ricordando l’attenzione a fare tutto bene; ad esempio, si attaccavano ben dritti i francobolli avendo appreso che le cose fatte per amore dovevano essere fatte bene. Le tirature del giornale crescevano e il lavoro s’era fatto insostenibile. I numeri erano ormai tali da sostenere l’impegno di una stampa tipografica; e così Città Nuova cominciò ad essere stampata da una tipografia del centro di Roma, lo Stabilimento Tipolitografico Vittorio Ferri.
Nacque così Città Nuova, la “prima opera dell’Opera”, come Chiara Lubich l’avrebbe più avanti definita. Il resto sono 70 anni di intensa vita e di storia nota.

