Dal 10 al 12 luglio 2026 Firenze ospiterà “Re-Imagine Peace”, un evento per aprire nuovi spazi di dialogo diretto da Noa, Gil Dor e Mira Awad. Un programma ricchissimo di eventi con la presenza di artisti, scrittori e registi provenienti da varie parti del mondo e che si concluderà con un grande concerto con artisti israeliani, palestinesi e italiani, attivisti per la pace e la partecipazione del patriarca di Gerusalemme, il cardinale Pizzaballa. Ne abbiamo parlato con la celebre artista israeliana Noa, da trent’anni attivamente impegnata nella promozione della pace, attraverso l’arte, la cultura, la musica.
Perché hai scelto proprio Firenze per “Re-Imagine Peace”?
Non è un caso che sia stata scelta Firenze, la città in cui Martin Buber e Giorgio La Pira si scrivevano riflettendo sulla possibilità della pace tra i popoli, la città in cui le tre fedi abramitiche condividono da molto tempo le stesse strade, la stessa bellezza, lo stesso cielo.
Ma in realtà è Firenze che ha scelto noi! Un anno dopo il doloroso 7 ottobre sono stata invitata a cantare a Firenze, nel giardino della Sinagoga. Ma a causa della pioggia ci siamo spostati al Teatro Verdi e lì ho visto una scena incredibile: l’imam, l’arcivescovo e il rabbino seduti in platea, uno accanto all’altro, uniti nello stesso silenzio e nello stesso dolore. Incontrando poi la sindaca Sara Funaro, abbiamo capito che dovevamo ripartire proprio dalla città del Rinascimento per “reimmaginare” una nuova realtà di pace. E poi avverto un forte legame con Giorgio La Pira grazie a un’amica, la giornalista Hulda Liberanome, che mi ha fatto conoscere questo straordinario testimone di pace.
Il Festival verrà aperto da un breve cammino interreligioso fino a San Miniato. Da questo luogo avete detto di voler costruire un ponte ideale tra le due Gerusalemme: Firenze, chiamata da Savonarola e poi da La Pira “la seconda Gerusalemme”, e la prima Gerusalemme, la città tre volte santa, perché santa per le tre religioni. Dunque, per te che ruolo e che peso hanno le religioni nella costruzione della pace oggi in Palestina, in Terra Santa, in Israele?
Un ruolo enorme. Siccome la religione è parte del problema, deve diventare necessariamente parte della soluzione. Molta violenza viene falsamente giustificata nel nome di Dio, ma la volontà divina è amore e connessione, è unità, è pace. I leader spirituali, come il Cardinale Pizzaballa che sarà con noi al festival, hanno la grande responsabilità di ricordare questo messaggio.
Come si spiega il sostegno al governo Netanyahu?
C’è una grande confusione alimentata ad arte. Purtroppo siamo in mano a un governo che agisce come una “mafia criminale” pur di restare al potere, manipolando la verità persino con migliaia di account falsi sui social per farci credere che tutto il mondo ci odi. Tuttavia, il sostegno reale non è così solido: l’opinione pubblica può cambiare molto in fretta, come ci ha insegnato Yitzhak Rabin in passato, e io resto ottimista in vista delle prossime elezioni.
Credi ancora, come sosteneva Giorgio La Pira, nella soluzione dei due Stati e in una Gerusalemme condivisa?
Assolutamente sì. Servono giustizia, la fine dell’occupazione, sicurezza e rispetto per tutti. Gerusalemme dev’essere la capitale di Israele e della Palestina, è una “stanza dell’anima”, con la sua storia, i suoi tumulti, le sue culture, la sua energia: è un’eredità condivisa anche dalla comunità internazionale. I vecchi accordi dimostrano che il dialogo è possibile, servono solo leader che abbiano coraggio, rivolti alla costruzione della pace.
Hai dichiarato di definirti sionista per amore della tua Terra. Cosa intendi esattamente?
Ogni popolo ha il diritto di autodefinirsi: vale per curdi, armeni, palestinesi e israeliani. Sono sionista semplicemente perché credo nel diritto del mio popolo ad avere il proprio posto sicuro nel mondo, esattamente come credo nel medesimo diritto per i palestinesi. Però nessuna identità giustifica la violenza: nel mio nome non ci sarà mai violenza.
Sul palco sarete tu e Mira Awad. Pensi che le donne abbiano una sensibilità speciale per la pace?
Noi donne doniamo la vita, e chi dà la vita tende per natura a proteggerla. Siamo anche quelle che soffrono di più in guerra, perché i soldati che muoiono sono i nostri figli. Come mi ha detto un’amica palestinese, se insegni a tuo figlio a uccidere, lo stai uccidendo tu stessa. Personalmente, il mio impegno per la pace è il modo migliore che conosco per fare la madre e proteggere i figli.
Qual è il ruolo dell’arte per fermare quello che hai definito il “suicidio dell’umanità”?
Gli artisti possiedono la chiave del cuore. Quando cantiamo, si aprono le porte dell’anima per ispirare le persone a vedere l’umanità nascosta nell’altro, anche in chi viene considerato un nemico. La sfida più grande oggi è proprio quella di “riumanizzarci”, comprendendo che l’altro ha le nostre stesse paure e i nostri stessi sogni. Per questo occorre il contributo di tutti: tutti abbiamo il nostro talento e tutti possiamo fare qualcosa.
Da Firenze, che messaggio lancia “Re-Imagine Peace” all’Europa e al mondo?
Il messaggio è che siamo tutti profondamente connessi. Hai mai visto una piovra tagliarsi un braccio da sola? Se capisco questa connessione, non posso ferire i palestinesi, perché ferirei me stessa. Solo se abbracceremo questa verità essenziale potremo sopravvivere e fermare la distruzione in corso. E dobbiamo, adesso, oltrepassare la ragione e il torto. Voglio ricordare i versi del poeta persiano Rumi, perché ci danno speranza: c’è un grande campo tra il giusto e l’errore; lì è dove ci incontreremo.
