Artista rumeno, nato povero, viandante con pochi soldi in tasca per arrivare a Parigi. E poi, via via, frequentando personaggi come Picasso e Apollinaire, Modigliani e Rousseau, Satie e Rodin e tanti altri, Constantin Brâncuși comincia un’avventura umana e artistica che lo porterà in India e negli Stati Uniti, in Italia e altrove, a esporre le sue opere in metallo, marmo, legno e vetro, a sognare di costruire grattacieli o templi, a fotografare le proprie sculture. Fino a diventare l’artista che rifonda la scultura moderna, morendo nel 1957 all’età di 81 anni.

Constantin Brâncuși, Testa di bambino, Bronzo 0,345 × 0,210 × 0,200 m. Museo Nazionale d’Arte della Romania © Succession Brancusi/Siae. Credit photo: Camil Iamandescu.
Artista facile e difficile, astratto e spirituale, forte e levigato. Sempre proteso verso l’alto come un figlio della spiritualità ortodossa e dell’arte bizantina, anelante all’infinito. Questa tensione verso una dimensione senza tempo emerge anche nella mostra romana aperta fino al 18 luglio ai Mercati di Traiano, ricca di prestiti internazionali e in dialogo con la possanza dell’arte antica. È una ricerca della Bellezza. Non si può chiedere a Brâncuși cosa sia la Bellezza, semplicemente perché egli non ha parole per definirla ma opere attraverso cui la rivela: qualcosa di definito e indefinito al tempo stesso, che parte da molto lontano e di cui non si sa mai dove arriverà. Ma che va cercata.
Se si guarda il volto della Musa addormentata (1919, Washington, Smithsonian Institution) si osserva una forma candida reclinata, dai lineamenti orientaleggianti – il contatto con l’arte africana e indiana è ben presente – in cui l’idealità si manifesta come purezza cristallina. Un candore che rimanda a qualcosa di astrale, una «carne senza carne», tutta luce. L’Uccello d’oro (1920, Chicago, Art Institute) svetta invece verso l’alto come una fiamma lucente in volo verso una dimensione misteriosa e lontanissima, eppure vicina. È come se l’anima dell’artista, ma anche la nostra, libera da ogni parvenza di corpo e materia, si librasse come fiamma e stella insieme verso quell’infinito che ci sovrasta, sopra, sotto e intorno a noi.
L’arte di Brancusi tende all’infinito perché, in qualche misura, lo contiene già in sé. L’Uccello nello spazio (1932-1940, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim) è la sintesi luccicante del volo: ali fuse in una sola forma, piegate nella corsa attraverso uno spazio che la scultura percorre e unifica in una luce dorata. Un’opera affascinante ed emozionante in modo silenzioso, quasi terribile. È lo spazio dell’anima universale, trascendente e immanente, incarnato in forme ridotte all’essenziale.
Quando crea Il gallo (1935, Parigi, Atelier Brâncuși), con la geometria delle ali e della cresta posta su un basamento in legno a blocchi, noi sentiamo non solo il verso dell’animale, ma il grido stesso dell’uomo rivolto al cielo. Ancora una volta tutto tende verso l’alto. La Colonna senza fine (1937-1938), nel complesso di Târgu Jiu in Romania, alta oltre 29 metri, trasforma i suoi moduli ripetuti nelle tappe di un’ascesa destinata a non concludersi mai.

Constantin Brâncuși, Modello del pilone della Porta del Bacio, Gesso, 0,330 × 0,165 × 0,170 m, Museo Nazionale d’Arte della Romania© Succession Brancusi/Siae. Credit photo: Camil Iamandescu.
La bellezza, infatti, non può che puntare a scoperte sempre nuove e sorprendenti. La bellezza di Brâncuși è anche preghiera? Forse sì. Nelle sue opere che si elevano come respiri, piccoli e grandi, di un’umanità in viaggio verso le più ignote ampiezze dello spirito.
