Nell’isola greca di Gavdos, è iniziata ad aprile la demolizione dei kavatzes, capanne di legno gestite come beni comuni da abitanti e turisti stagionali. L’attuazione delle norme di conservazione naturale ha sollevato contestazioni da parte di opposizione e collettivi. A rischio la possibilità di proteggere il patrimonio dell’isola attraverso l’abitazione a uso collettivo.
Ad aprile, la compagnia TALOS ATE e la società Vasilakis Michael hanno demolito 23 kavatzes nei pressi di Lavrakas e Ai-Yannis, per conto dell’Amministrazione decentralizzata di Creta e del Dipartimento forestale, con il supporto della polizia antisommossa.
Tra le motivazioni della demolizione, la necessità di preservare la vegetazione incontaminata e i siti ad alto valore archeologico. Parte della comunità afferma invece che la presenza attiva degli abitanti sia un elemento imprescindibile per un autentico rapporto ecologico con l’isola.
Periferia delle periferie, Gavdos è l’isola più meridionale d’Europa, il comune più piccolo dell’unità periferica di Canea, della provincia di Creta, e vanta una ricchezza naturale ormai inusuale per il continente europeo. Per via della scarsa turistificazione, l’isola ha uno stato di conservazione ecologica molto avanzato. È parte della Rete Natura 2000, che protegge a livello europeo habitat particolarmente rilevanti, come le dune di sabbia con ginepri nel mediterraneo orientale.
Come emerso dal progetto LIFE JUNICOAST svoltosi tra il 2009 e il 2013, Gavdos presenta ricche foreste di juniperus macrocarpa e juniperus phoenicea, in condizioni migliori rispetto alle altre coste greche intensamente sfruttate dal turismo.
Finora, Gavdos presenta poche strutture ricettive, ma ciò non significa che non sia visitata da persone da tutto il mondo. Anzi, vanta una tradizione decennale di turismo lento e poco invasivo. A partire dagli anni ‘70, infatti, ha iniziato ad attirare free-campers che al dilettevole delle spiagge incontaminate hanno voluto accompagnare l’utile di una vacanza con bassa impronta ecologica.
Da allora, turisti stagionali e abitanti risiedono per lunghi o brevi periodi nei kavatses, rifugi abitati “a rotazione”, non appartenenti a privati, costruiti perlopiù con i materiali di scarto portati dalle correnti sulle spiagge occidentali dell’isola, attrezzati con utensili e libri.
Sono però diversi gli stressors del luogo. Infatti, l’isola soffre il rapidissimo spopolamento (ad oggi ha circa 70 abitanti nei mesi invernali, a fronte di circa 150 residenti censiti e 3500 visitatori estivi), la mancanza di servizi di base e il processo di desertificazione. Inoltre, Gavdos è tra gli hotspot delle rotte migratorie nel Mediterraneo, essendo più vicina alle coste libiche che alla capitale Atene, ma manca delle infrastrutture per far fronte agli avvistamenti, sbarchi o salvataggi di imbarcazioni di persone migranti.
Se oggi gli arrivi a Gavdos non sono così numerosi quanto quelli del 2015, continuano a porre problemi sistemici di gestione che spingono ripetutamente Atene a bloccare “in via emergenziale” la possibilità di fare richiesta di asilo. Nel luglio 2025, l’organizzazione internazionale UNHCR ha espresso la propria preoccupazione al riguardo, sollecitando una migliore gestione della prima accoglienza.
Geograficamente isolata, Gavdos è quindi al centro delle contraddizioni della modernità. Le demolizioni dei kavatzes mostrano la contraddizione tra conservazionismo e diversità culturale.
«Questo luogo deve essere protetto in modo organizzato, con regole e responsabilità», ha affermato il sindaco Lilian Stefanaki in un comunicato stampa del 24 aprile. «Perché la protezione senza regole non è protezione, è abbandono. Esistono decine di esempi al mondo in cui aree di eccezionale valore vengono tutelate attraverso una gestione adeguata. Questa è la strada da seguire anche per Gavdos». Secondo l’ex sindaco Geli Kallinikou, però, la distruzione dei kavatses riflette l’insensibilità verso il valore ecologico e culturale della comunità residente. «Gavdos senza abitanti diventa di nuovo un isolotto roccioso preda di interessi particolari», afferma in un post su Facebook il 23 aprile, diffidando dei progetti di protezione naturale e facendo riferimento alla possibilità che anche Gavdos, senza la comunità di free campers, possa diventare preda del turismo di massa.
Kallinikou denuncia infatti la celerità da parte dell’amministrazione comunale nel rilasciare permessi alle strutture ricettive turistiche e la lentezza nel fornire sussidi alle persone senza reddito, nel concedere il diritto di voto ai residenti da oltre 20 anni e nel costruire infrastrutture residenziali per i lavoratori stagionali.
D’altra parte, la comunità di abitanti sostiene di aver contribuito e continuare a contribuire allo stato di preservazione delle foreste di ginepro. Da tempo infatti si organizza in modo assembleare per la pulizia delle spiagge, per la sensibilizzazione dei turisti alla preservazione dell’ecosistema nella scelta dei luoghi per il campeggio e dei materiali d’uso per le costruzioni, e per la prevenzione di incendi attraverso un sistema di sorveglianza.

Foto Gavdos Seafront Collective
Sembrano coincidere gli obiettivi dichiarati dall’amministrazione e dalla comunità informale di abitanti, ma i modi impiegati per raggiungerli sono opposti. La comunità di abitanti e il Gavdos Seafront Collective hanno richiesto l’apertura di un dialogo per la progettazione partecipata del piano di preservazione dell’isola, un dialogo che vedrà intersecarsi due visioni diverse di ecologia. L’una che esclude l’abitazione umana e che statalizza l’accesso al patrimonio naturalistico e culturale, l’altra che crede ancora nella possibilità di poter creare comunità autogestite, non gerarchiche, basate su un rapporto armonioso con il luogo abitato, che diventa bene comune.
Il 21 aprile, primo giorno delle programmate demolizioni, un gruppo di persone ha occupato i kavatzes, negoziando per impedire alle compagnie di operare. Il 22 aprile, con il supporto della polizia antisommossa, le demolizioni si sono svolte senza scontri. Lo stesso 22 aprile, un comunicato del Gavdos SeaFront Collective afferma: «Non stiamo rivendicando la proprietà privata. I kavatzes, in fondo, sono sempre stati di tutti. Alla fine, i kavatzes non sono neppure il vero problema. Ciò che succede a Gavdos non è un’eccezione. È la logica che trasforma ogni luogo, ogni albero, ogni bisogno umano in qualcosa da sfruttare. E contro tutto questo, ciò che rimane non è l’isolamento. Ma la solidarietà, la comunità».

Foto Gavdos-SeaFront-Collective
Il 23 aprile si è tenuta una manifestazione in Piazza Sintagma, ad Atene. Lo slogan principale: “Giù le mani da Gavdos. Il cemento ha proprietari, la natura solo amanti e protettori”.
Rimane aperta la domanda se si riuscirà a preservare, insieme agli habitat di Gavdos, anche la possibilità di accogliere visitatori fuori dagli schemi del turismo estrattivista. Se si continuerà a cantare le parole della canzone Στου κέδρου τα μπαλκόνια: «Felici quei bambini, come le rondini, / che come le rondini attraversano il mondo, / dai balconi del cedro. / Mille volte benvenuti, / mille e duemila volte benvenuti».