Linda Bilmes, docente di finanza pubblica alla Harvard Kennedy School, già ad aprile scorso sosteneva che, per gli Usa, il costo complessivo della guerra iraniana «supererà probabilmente il trilione di dollari». Nella cosiddetta scala corta anglosassone, un trilione equivale a mille miliardi, cioè 10¹². Calcolo che comprende evidentemente anche «gli effetti di lungo periodo: assistenza ai veterani, invalidità permanenti, ricostruzione delle infrastrutture e interessi sul debito». Costi che graveranno anche sulle prossime generazioni di americani. Quando iniziarono le guerre in Iraq e Afghanistan, nei primi anni ’90, «il debito detenuto dai cittadini americani era attorno ai 4 trilioni di dollari. Oggi supera i 31 trilioni». All’epoca di Saddam Hussein e dei primi Talebani «circa il 7% del bilancio federale Usa era assorbito dagli interessi. Oggi la quota è salita al 15%». Cifre riprese da Sasha Rogelberg, su Fortune di aprile, e da Alessandro Cappelli su L’Inkiesta di giugno 2026.
La stessa Linda Bilmes fa notare che gli Stati Uniti stanno ripetendo anche nella guerra contro l’Iran uno schema già visto: finanziare un conflitto attraverso nuovo debito, mentre contemporaneamente vengono mantenuti o ampliati i tagli fiscali per tranquillizzare gli elettori, in realtà caricandoli di nuovi debiti che ricadranno sulle prossime generazioni. Il contesto in cui si inserisce questa spesa “trilionaria” dovuta alla guerra è un deficit di bilancio degli Stati Uniti che a fine 2025 era di 1.775 miliardi di dollari (comprensivi di una spesa per armamenti pari al 15% del bilancio federale). E con il debito pubblico statunitense che, sempre a fine 2025, aveva raggiunto i 38,5 trilioni di dollari (dati exportusa.us del 28 gennaio 2026). Soprattutto, in meno di 20 anni il debito americano è più che raddoppiato, superando il 120% del Pil. E il ritmo di crescita del debito eccede da tempo quello dell’economia reale.
Un tempo i principali detentori di debito americano erano Cina e Giappone, oggi però la Cina ha molto ridotto la propria esposizione ed è diventata capofila dei Brics, mentre il Giappone ha iniziato a diversificare. Oltre il 70% del debito americano, diversamente dal passato è oggi detenuto da istituzioni finanziarie interne, fondi pensione e dalla Federal Reserve: se la fiducia degli investitori americani crollasse, l’intero sistema entrerebbe in crisi. E con esso l’economia del mondo intero. Un trilione di costi per la guerra iraniana non cambia certo la situazione, ma non dovrebbe almeno preoccupare un po’ il presidente? Purtroppo, pare di no. Però, nella sua logica imprevedibile, il tycoon cerca forse di rimediare emanando dazi e riducendo in modo estemporaneo qualche grossa spesa, come è nel suo stile, senza valutare le conseguenze.
Per quanto riguarda i costi sostenuti da Israele nella guerra contro Hamas, Hezbollah, Houthi e Iran, un anno fa (al tempo della guerra dei 12 giorni) il brigadiere generale Re’em Aminach, ex direttore finanziario della Difesa israeliana, in una intervista con Ynet stimava un costo medio diretto di 725 milioni di dollari al giorno. Ma i costi stimati all’epoca da Aminach non comprendevano tante altre voci: le spese forse più forti sul lungo periodo sono quelle per far fronte ai danni provocati dai missili iraniani e da quelli di Hezbollah, le spese crescenti del sistema sanitario e la pressione sull’economia di Israele: mantenere molti riservisti in armi e impegnati nell’esercito danneggia non poco i ritmi di produzione e il lavoro ordinario di un’economia ad alta intensità tecnologica come quella israeliana.
Per quanto riguarda il conflitto di Gaza, secondo stime della Banca d’Israele, il costo complessivo di due anni e mezzo di guerra, dopo l’attacco del 7 ottobre 2023, ha superato i 110 miliardi di dollari, un quinto dell’intera economia israeliana. Il ritmo di spesa è stato stimato attorno ai 100 milioni di dollari al giorno. Il lancio nei giorni scorsi di missili iraniani su Israele, poi scongiurato dall’intervento di Trump, rischiava di riportare in auge i 725 milioni di dollari al giorno di giugno 2025, quando il Wall Street Journal calcolava in 10-12 giorni il tempo massimo in cui Israele avrebbe potuto mantenere spese di quella entità senza il sostegno Usa (dal 2023 circa 36 miliardi di dollari di aiuti). Ma dopo le continue dispute fra Trump e Netanyahu di questo ultimo periodo, adesso il sostegno sembra molto meno scontato.
La pretesa avanzata lo scorso anno da Netanyahu, quella passato alla storia come “Sparta speech”, è oggi più che mai improponibile: in poche parole Netanyahu dichiarò (settembre 2025) che occorreva chiudersi in un autarchico isolamento e produrre in proprio molte più armi per sostenere la guerra. Questa sconcertante prospettiva di Netanyahu, unita a varie considerazioni non condivise dagli alleati di governo, scatenarono forti critiche anche da parte dell’opposizione e di molti imprenditori, seguite da un sensibile calo della Borsa di Tel Aviv, che suonò come un campanello d’allarme per l’economia israeliana.
