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Italia > Iniziative

Verona città laboratorio del post capitalismo

di Carlo Cefaloni

Carlo Cefaloni

Per uscire dalla notte oscura di un sistema economico che produce la guerra, occorre continuare nel cammino aperto da papa Francesco. Tracce di un dialogo promosso da comboniani e gesuiti a partire dall’analisi del sociologo Rafael Díaz Salazar. L’invito del vescovo Domenico Pompili a seguire l’esempio di Madeleine Delbrêl per mantenere aperta la ferita del desiderio di un cambiamento possibile

Esterno dell’Arena di Verona (ph Pixabay)

Poco distante dalle vie eleganti di Verona, nella parte collinare dove è nato il primo centro urbano della città, una serie di vicoli conducono alla sede storica dei comboniani. Sono conosciuti per essere dei religiosi fuori dagli schemi. Pochi giorni addietro Mattarella li ha ricevuti al Quirinale per la presentazione dell’edizione numero 50 di un diario scolastico che poi hanno esposto, sempre a Roma, in un incontro presso il centro sociale occupato Spin Time. Il testo molto ricco e documentato è uno strumento di educazione alla giustizia sociale in una prospettiva planetaria, grazie alla testimonianza diretta che questi missionari possono offrire con la loro presenza nelle ferite aperte del nostro mondo, dal Sudan dilaniato dalla guerra ai grandi conflitti ambientali dell’ America Latina fino alle periferie dello sfruttamento bracciantile del nostro Paese.

Si comprende perciò il motivo che ha spinto i comboniani a promuovere dal 5 al 6 giugno 2026 uno spazio di dialogo a più voci per dare continuità all’Arena di pace del 2024, l’evento cioè che ha mostrato Verona come città laboratorio, grazie ad una particolare congiuntura storica segnata dalla nomina di Domenico Pompili a vescovo di una diocesi dalla forte vivacità ecclesiale e culturale e dall’elezione a sindaco di Damiano Tommasi, proveniente da un percorso di impegno civile, non organico ai partiti.

L’immagine potente di papa Francesco che abbraccia l’ebreo Maoz e il palestinese Aziz dopo la loro testimonianza pubblica di ripudio dell’odio e della vendetta, ha reso evidente che quell’evento costruito con una lunga preparazione, che risale alle intuizioni di Alex Langer ricordato in un recente seminario di potente attualità, non poteva essere archiviato tra i tanti spettacoli del tabellone che si succedono sul palco dell’antica Arena romana della città veneta.

E infatti sono numerose le iniziative generate in questo percorso che ha visto, ad esempio, la nascita di una stabile scuola di pace e nonviolenza, la promozione degli incontri dei “poeti sociali”, che riprende la definizione di Francesco dei Movimenti Popolari diffusi nelle periferie del globo.

È di sicuro il tratto più inconsueto e anomalo, per chi è abituato a classificare tutto come “ideologico” o “divisivo”, questa alleanza inaugurata da Francesco e confermata con forza da Leone, tra la Chiesa e le espressioni di movimenti a forte impronta sociale ed ecologista, che vede spesso coinvolte persone che non si professano credenti per varie ragioni che affondano nella storia del Novecento.

Attivisti e attiviste non riconducibili ad un partito o a un sindacato istituzionale, ma molto noti ai centri di potere che tendono ad eliminarli, come dimostra la storia di Berta Caceres, l’attivista ambientalista honduregna assassinata nel 2016, due anni dopo aver partecipato nel 2014 in Vaticano al primo incontro dei Movimenti Popolari con Francesco. Lo stesso meccanismo impietoso sperimentato dal giovane comboniano Ezechiele Ramin, ucciso dai sicari dei latifondisti brasiliani nel 1985. Era nato a Padova nel 1953 e il suo volto sorridente, incorniciato nella barba di ordinanza di quella generazione, compare nella casa generalizia di Verona dove il 5 e 6 giugno si sono confrontate persone di diversa provenienza a partire dall’analisi offerta dal sociologo spagnolo Rafael Díaz Salazar sull’urgenza di aprire un nuovo orizzonte di pensiero e azione, capace di andare oltre il capitalismo, prendendo come bussola l’insegnamento di papa Bergoglio a partire dall’esortazione Evangelii gaudium fino alle ultime parole dettate in punto di morte sulla necessità di “disarmare le parole”.

Francesco continua ad essere un segno di contraddizione. Riconosciuto cioè come punto di riferimento da molti che si trovano formalmente fuori dalla Chiesa, ma considerato come un’eccezione da archiviare senza clamore, per non dire di peggio, all’interno di alcuni ambienti ecclesiali.

La prospettiva proposta da Salazar, professore dell’Universidad Complutense de Madrid, tra le più antiche e prestigiose in Spagna, è presa sul serio dai gesuiti del Centro studi Cristianime i Justiciae di Barcellona e da quelli del Centro San Fedele di Milano che editano la rivista Aggiornamenti sociali e hanno curato la traduzione in italiano del saggio Verso il post-capitalismo.

Per spiegare la situazione attuale, secondo il professore di Madrid, non si può parlare solo di crisi economica o geopolitica ma della “notte oscura della storia” evocando una categoria del mistico spagnolo san Giovanni della Croce. Un  tempo di smarrimento permeato da un  pessimismo sterile in grado di paralizzare l’azione profetica. Papa Francesco ci ha invitato a vincere tale tentazione, che si nutre spesso di un eccesso di diagnosi, accettando la sfida di “abitare questa notte” senza negare la gravità del tunnel, ma attingendo all’annuncio cristiano per “guadagnare la luce”, immagine ripresa dalla poetica di León Felipe.

Il magistero di Francesco non ci invita, nell’analisi di Salazar, a una semplice correzione etica del sistema. Il capitalismo contemporaneo — inclusa la variante del “capitalismo di stato” cinese — è un’entità idolatrica che non è riformabile internamente, poiché la logica del profitto assoluto nega il primato della vita e conduce alla distruzione ecologica. Il post-capitalismo, dunque, non è una velleità utopica, ma l’unica condizione di possibilità per la pace globale perché il capitalismo non può sopravvivere senza la guerra. Il motore economico che lo alimenta è determinato dal  complesso militare-industriale.

Come se ne esce?

Secondo Salazar, il cristianesimo non deve fornire una “tecnica economica” preconfezionata, e neanche deve scivolare verso pericolose forme di teocrazia o di confessionalismi politici, ma offrire una visione antropologica basata sul Vangelo, in grado di tradurre la fede in prassi politica liberatrice. Salazar la intravede in una formula che definisce eco-socialismo. Una visione radicata nell’insegnamento dei Padri della Chiesa contro l’accumulo della ricchezza che si traduce oggi nel rifiuto dell’idolatria del profitto, nella centralità della dignità del lavoro promosso dal movimento operaio e nella difesa della Terra, in atto da parte di una miriade di reti attive nelle periferie de mondo.

La Chiesa è chiamata ad accompagnare questa transizione verso il post capitalismo e i segnali che vanno in questa direzione sono molteplici. Dall’accoglienza sempre più estesa dell’enciclica Laudato Si’ alla resistenza organizzata dei Movimenti Popolari che rivendicano “Terra, Casa e Lavoro” contro la logica di dominio, fino al nuovo protagonismo delle donne nella costruzione di una società non violenta e di un’economia della cura. Altri segni dei tempi da riconoscere secondo Salazar sono l’ecumenismo profetico condiviso tra Consiglio mondiale delle Chiese e Chiesa Cattolica e l’iniziativa di Dialop sostenuta dalla Santa Sede per un dialogo strutturato tra cristiani e marxisti in grado di superare i vecchi steccati per poter convergere nell’impegno condiviso per una reale giustizia sociale.

Di contro a tali germogli di speranza si pone, secondo Salazar, l’affermarsi di una sorta di “demo-nazismo” nella crisi dell’Occidente che si rinchiude in  se stesso mantenendo standard democratici solo al suo interno, praticando verso l’esterno politiche di stampo imperialista, razzista e di sfruttamento. Il sostegno di alcuni settori cattolici a tale sistema è perciò da considerarsi “blasfemo” perché in contrasto con l’essenza stessa del Vangelo.

Un programma coerente con l’analisi proposta da Salazar è quello delineato nel testo Francesco: Parole urgenti per un mondo in guerra, promosso dall’Università Cattolica dell’Argentina, che delinea tre priorità: la critica radicale ad ogni sistema imperialista e al suo dominio economico. La promozione di una “pace disarmata e disarmante”, che rifiuti la logica della deterrenza, e la promozione della dignità dei migranti come cartina di tornasole della nostra umanità e specchio della giustizia globale.

Il passaggio al post-capitalismo richiede, quindi, un quadro culturale nuovo, che integri la franchezza profetica con l’azione politica. La Chiesa e la società civile devono farsi carico di un cambiamento reale delle strutture.

Una prospettiva molto chiara che il vescovo Pompili ha posto in evidenza nell’introdurre l’incontro sottolineando la novità da cogliere di una convergenza straordinaria tra mondi un tempo distanti che condividono un rifiuto radicale verso un sistema che produce ingiustizia strutturale e distrugge la vita ( Questa economia uccide” è l’espressione di Francesco nell’Evangelii Gaudium).

Per dare sostanza all’attuale fase del dialogo che può condurre sempre di più all’azione comune per superare la “notte oscura”, Pompili ha proposto come esempio la vita di Madeleine Delbrêl che, nel 1933, mentre l’Europa scivolava nel buio, si stabilì a Ivry, una periferia operaia comunista, con Helene Manuel e Suzanne Lacloche. Tre donne laiche che scelsero di vivere senza “protezioni ideologiche”, immergendosi nella “vita ordinaria”. Questa posizione di soglia — né totalmente interne all’istituzione, né esterne al mondo — permise loro di stare al crocevia tra marxismo e cattolicesimo. La loro non era una sorta di neutralità astratta, ma una prossimità radicale che smentiva la separazione tra sacro e secolare, trovando il divino proprio lì dove la politica lottava per il pane.

Al termine della sua vita Madeleine lanciò un allarme profetico: il pericolo non è il marxismo, ma lo spegnimento del desiderio. Temeva un mondo in cui Dio — inteso come domanda di senso radicale — non venisse negato, ma reso semplicemente inconcepibile.

In un sistema che satura ogni spazio interiore con il consumo, il rischio è l’esclusione di ogni dimensione trascendente. Per questo il dialogo fra tradizioni diverse è oggi una necessità politica e spirituale: serve a mantenere aperta la ferita del desiderio in un mondo che vorrebbe anestetizzarci.

Il vescovo ha perciò ripreso un’immagine offerta da Madeleine Delbrêl per indicare il percorso possibile verso il post capitalismo: «Una bicicletta che resta appoggiata contro un muro non è una bicicletta, è un oggetto; lo diventa solo quando qualcuno l’inforca per farla correre veloce sulla strada». L’equilibrio della bicicletta non esiste nella staticità o nella purezza dei principi, ma si raggiunge solo nello slancio cioè nelle pratiche quotidiane e nei legami che si tessono tra persone diverse verso un obiettivo comune. Tracce di una città laboratorio in costruzione.

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