Condividiamo fotografie, emozioni, pensieri e attimi della nostra quotidianità attraverso le più svariate forme di social network. È l’era della connessione, del mostrarsi “figo” e in questo tempo parlare di privacy non significa soltanto proteggere dati o informazioni personali, ma anche preservare uno spazio psicologico fondamentale per il nostro benessere emotivo.
La privacy è il diritto di determinare cosa rivelare agli altri e cosa mantenere per sé. Avere uno spazio privato rappresenta psichicamente un confine. È un’area personale che ci permette di elaborare le nostre emozioni, aprire delle riflessioni e vivere alcune esperienze senza sentirci osservati o giudicati (nel bene e nel male). A volte si contano i cuoricini o i like, come dei rinforzi positivi all’autostima, come dei complimenti che aumentano l’ego. Questo crea una sorta di dipendenza dal parere o giudizio altrui. In alcuni casi si è sotto il mirino di haters che scatenano persecuzioni giudicanti, che gratuitamente demoliscono e infieriscono sulle fragilità umane. Allo stesso tempo anche quando si va a caccia di complimenti e dell’essere “visti” c’è lo stesso meccanismo giudicante. Avere una sfera privata non significa essere asociali o distanti emotivamente, piuttosto, riconoscere che non tutto deve essere detto e condiviso.
La privacy ci garantisce dei confini personali (come una membrana semipermeabile) che regolano il modo in cui gli altri possono entrare nel nostro spazio, sia dal punto di vista fisico che emotivo. I confini ci aiutano a proteggere il nostro benessere e a costruire relazioni più nutrienti e libere da condizionamenti. Quando questa membrana è chiara ci rispettiamo e ci sentiamo rispettati dagli altri, al contrario quando i confini vengono ignorati, possiamo provare disagio, frustrazione, e rabbia.
Per molte persone è complesso stabilire dei limiti, dire di no è scomodo, esprimere un bisogno o chiedere qualcosa è difficile. Quando si inizia a ristrutturarli in un modo funzionale o si impara a metterli può apparentemente sembrare un atto egoistico, mentre è invece finalmente una forma di rispetto verso sé stessi. Succede anche che, se non si ha privacy, è facile che non si attui neanche verso gli altri, si dicono ad altre persone informazioni personali di amici e parenti senza neanche dargli importanza o accorgersene. Si dice un segreto perché si fa fatica anche a contenerlo. Si stanno superando dei confini invisibili tradendo la fiducia degli altri.
Il mondo digitale mette alla prova la nostra capacità di proteggere la privacy. Non pubblicare tutto ciò che si vive non significa avere qualcosa da nascondere, selezionare cosa mettere in piazza e cosa no è riconoscere l’importanza della propria intimità. Costruire confini sani richiede consapevolezza, ascolto di sé e, allo stesso tempo, implica imparare a rispettare i limiti degli altri, senza invadere spazi che non ci appartengono.
In definitiva, privacy e confini personali sono strumenti preziosi per il benessere psicologico. Ci aiutano a proteggerci da cose che non sono “buone” per noi, a coltivare relazioni più autentiche e a mantenere un senso identitario. Forse le ultime generazioni hanno già capito che non fa sempre bene mostrarsi (loro pubblicano molto meno pur stando online). Il valore di ciò che scegliamo di custodire è darsi valore e può diventare una forma di cura di sé.
