La domanda posta dal cardinale Roberto Repole nel messaggio del Primo Maggio ( «eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi?») rimette al centro una questione che non può più essere rimandata, né dentro la Chiesa né nel dibattito pubblico: il rapporto tra pace e lavoro.
È un nodo decisivo, tanto più per un territorio che da anni fatica a darsi una strategia di sviluppo locale davvero all’altezza delle proprie sfide. Torino, forse anche per il suo tratto sabaudo, sembra essersi troppo spesso abituata a subire in silenzio processi e decisioni che ne logorano, poco alla volta, il tessuto produttivo ed economico.
In questa breve riflessione intendo riprendere alcuni passaggi del messaggio che meritano di essere rilanciati, a partire dalla proposta conclusiva del vescovo: fare dello spazio ecclesiale un luogo reale di approfondimento e confronto condiviso sullo sviluppo dell’industria e sul futuro del territorio torinese.
Ma perché questo confronto sia vero, e non soltanto formale, occorre anzitutto liberarlo dai pregiudizi reciproci: il dialogo esiste davvero solo quando anche posizioni lontane sanno riconoscersi e rispettarsi, senza cedere alla scorciatoia dell’accusa o al riduzionismo delle etichette pregiudiziali.
Il valore autentico della democrazia non consiste solo nel decidere, in modo civile e pacifico, chi prevale in un’elezione o in un dibattito, ma nel creare spazi reali di confronto, maturazione e crescita nei luoghi in cui si formano le decisioni. La democrazia, come ci ha insegnato J. Rawls, è l’esercizio della “ragione pubblica”.
La pace, prima di tutto
C’è, a ben vedere, un’inquietudine profonda che attraversa l’intero messaggio del vescovo: fare della pace — intesa come convivenza pacifica tra le persone all’interno di una società e tra i popoli nello scenario internazionale — un obiettivo realistico e non una semplice aspirazione. È questo, anzitutto, il terreno della riflessione proposto dal card. Repole: un messaggio che affonda le proprie radici nella proposta evangelica e in un rispetto radicale per la vita umana, che non può essere sacrificata a un contesto mondiale sempre più segnato dalla logica della guerra permanente e come destino ineluttabile.
Alle parole di morte e al carico di sofferenza che i leader mondiali continuano ad alimentare ogni giorno occorre opporre, con fermezza, parole, segni e scelte capaci di riaffermare il primato della pace.
La pace non è un’illusione retorica, né un traguardo ingenuo: è un compito storico, da cercare, costruire e custodire soprattutto quando viene ferita nelle sue fondamenta. Proprio per questo non possiamo rassegnarci all’idea che essa sia un orizzonte remoto o impraticabile.
Alla fede cristiana spetta il compito di testimoniare uno sguardo altro, capace di smentire la convinzione, sempre più insinuante, secondo cui la guerra sarebbe un destino inevitabile della storia umana. In questa direzione si colloca anche il cammino compiuto dalla Chiesa cattolica, che ha progressivamente oltrepassato la categoria della guerra giusta: oggi la questione decisiva non è più domandarsi quando la guerra possa dirsi legittima, ma come rendere concreta la costruzione della pace, come ricorda anche la nota pastorale della Cei, “Educare a una pace disarmata e disarmante”, pubblicata nel dicembre 2025.
In questi giorni, una delle obiezioni più ricorrenti — anche, e talvolta soprattutto, dentro la comunità cristiana — sostiene che il messaggio evangelico appartenga a un ordine ideale, mentre la realtà in cui viviamo obbedirebbe ad altre logiche.
È un modo, più o meno esplicito, per affermare che il Vangelo e la storia procedano su binari separati. Dentro un contesto sempre più segnato dai conflitti, il riarmo viene così presentato come l’unica scelta razionale, mentre la logica evangelica, pur nobile nelle intenzioni, sarebbe priva di efficacia sul piano concreto.
Eppure, è vero il contrario. Proprio perché immersi nella realtà, e non estranei ad essa, i cristiani — alla luce del mistero dell’Incarnazione — sono chiamati a spendersi per una pace disarmante, affinché l’esistenza umana non venga colonizzata dalla ferocia e dalla violenza che ogni guerra sprigiona, soprattutto contro le fasce più fragili della popolazione.
Come potremmo abituarci all’idea che sia umano assistere alla morte di persone travolte dalla potenza distruttiva di guerre sempre più sofisticate sul piano tecnologico e sempre più spietate verso i civili inermi — donne, bambini, anziani? È davvero irreale, o addirittura ingenuo, difendere l’inviolabilità della persona umana? Non si tratta soltanto di un principio teologico proprio della fede cristiana, ma anche di un riferimento fondamentale della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (1950).
Questa lettura della posizione della comunità cristiana sui conflitti, oltre a essere riduttiva, rischia di deformarne profondamente il senso. Proprio la realtà che abbiamo davanti agli occhi ci chiede con urgenza di assumere uno sguardo diverso. Possiamo davvero abituarci alla guerra in Ucraina, alla morte quotidiana dei civili, al dramma che continua a travolgere la popolazione di Gaza, alla destabilizzazione del Medio Oriente e al pericolo di nuovi fronti, come quello che coinvolge l’Iran?
In questo orizzonte mi ha colpito la testimonianza di Alessandra Morelli, intervenuta al Seminario Nazionale di PSL di Brindisi nel febbraio 2026, dedicato ai temi della pace: un intervento nato non dalle astrazioni, ma dal contatto diretto con la ferita concreta dei conflitti, per provare a seminare uno sguardo nuovo.
Richiamando una trattativa avvenuta nelle zone di guerra dell’ex Jugoslavia, Morelli ha raccontato che il negoziato con le milizie occupanti, volto a evitare un’ulteriore carneficina di civili inermi — soprattutto donne, bambini e anziani — si sbloccò quando l’alta funzionaria dell’UNHCR richiamò con forza il rischio reale di provocare un nuovo massacro.
Quando la realtà si impone, come ci ha insegnato papa Francesco, cadono le idee astratte, i rancori, i nominalismi, le vendette e la volontà di prevalere sugli altri, soprattutto quando gli altri appaiono per ciò che sono davvero: persone indifese. Per questo l’anelito della pace non è un sentimento romantico o una parola consolatoria: è una realtà viva che, per i cristiani, nasce dal Vangelo quando incontra le ferite e la speranza della storia umana.
Possiamo davvero liquidare come ingenue o irrilevanti le parole e le testimonianze di figure come Giorgio La Pira, don Lorenzo Milani, don Tonino Bello e don Primo Mazzolari, così ampiamente riconosciute per il loro valore?
Come ha ricordato papa Leone XIV durante il suo primo viaggio in Camerun, la pace non è una parola da ripetere né uno slogan da esibire: è una realtà viva, concreta, che tocca la storia e il destino dei popoli. Per questo non nasce dalla paura, dalle minacce o dall’accumulo di armi, ma da scelte coraggiose capaci di far crescere la fiducia reciproca, sostenere lo sviluppo e dare spazio alla giustizia.
In questo senso, la riflessione cristiana sulla pace non è un sogno lontano o ingenuo, ma uno sguardo profondamente umano e realistico, che invita a credere che nei rapporti tra persone, popoli e istituzioni non debba essere la forza ad avere l’ultima parola.
Non di sola difesa vivrà l’uomo
Si tratta di un messaggio di forte ispirazione evangelica, ma al tempo stesso pienamente misurato con le condizioni del presente, che invita a sottoporre a vaglio critico l’assunto, oggi largamente dominante, secondo cui il riarmo costituirebbe una necessità ineludibile per garantire la difesa e la sicurezza, sul piano nazionale come su quello europeo.
Il cardinale Repole non ignora, in linea di principio, le ragioni di una difesa proporzionata; sollecita però una domanda più radicale: se le risorse destinate all’espansione dell’industria militare non abbiano ormai oltrepassato la soglia di quanto possa dirsi strettamente necessario.
In tale prospettiva si colloca anche l’interrogativo sul significato stesso di ReArm Europe: la formula sembra evocare, più che una autentica difesa comune europea, un rafforzamento degli arsenali nazionali, laddove una vera politica comune di difesa potrebbe invece rappresentare uno dei passaggi decisivi verso una più matura integrazione federale dell’Unione.
Questi rilievi appartengono, in parte, a un piano più propriamente tecnico. Ciò che qui preme mettere a fuoco è tuttavia la questione preliminare, quella che precede ogni discussione di ordine strategico e che il messaggio di mons. Repole richiama con particolare nettezza: la pace può essere pensata esclusivamente nei termini della difesa, o addirittura della deterrenza?
Una simile impostazione assume, implicitamente, una concezione antropologica segnata dall’idea che l’essere umano sia strutturalmente orientato all’offesa e che i rapporti tra i popoli siano destinati a iscriversi in una condizione permanente di inimicizia. In tale cornice, l’armamento reciproco finisce per apparire come l’unica razionalità possibile.
Ma proprio qui si manifesta l’aporia di questa logica: essa alimenta indefinitamente la dinamica del riarmo, senza per questo generare le condizioni sostanziali della pace. Anzi, rischia di innescare un circolo vizioso senza via d’uscita: se la guerra viene considerata inevitabile nel breve o medio periodo, allora il riarmo finisce per apparire l’unica risposta possibile di fronte a un nemico percepito come sempre più minaccioso.
La pace, infatti, nella proposta cristiana, non può essere intesa soltanto in termini negativi, come mera assenza di guerra o come equilibrio precario garantito dalla deterrenza. Essa rinvia, piuttosto, a una realtà positiva e istituzionalmente esigente, fondata sulla fiducia, sulla qualità delle relazioni, sull’amicizia sociale e sulla fraternità.
In questa prospettiva si comprendono il ruolo del diritto, anche internazionale, con i suoi dispositivi di accordo, mediazione e patto, così come quello della cooperazione concreta tra soggetti in conflitto.
L’umanità non può vivere di sola difesa: ha bisogno di un orizzonte politico e morale capace di sottrarre il rapporto con l’altro alla categoria del nemico, per restituirlo a quella dell’interlocutore con cui costruire legami, responsabilità condivise e forme di collaborazione.
Per questo ritengo il ruolo della politica assolutamente strategico: non solo per il suo valore intrinseco, ma soprattutto per la sua capacità di attivare le leve necessarie alla costruzione della pace in un contesto democratico. Come ha ben mostrato Norberto Bobbio, la democrazia è una garanzia di pace perpetua. Ho cercato di approfondire queste riflessioni in un saggio dedicato proprio al rapporto tra pace e democrazia oggi.
(prima parte- continua)