La tornata elettorale del 24 e 25 maggio 2026 ha interessato 743 comuni per un totale considerevole di 6 milioni di persone. Solo il 60% si è recato alle urne ed i risultati, in attesa dei ballottaggi che si terranno tra due settimane per alcuni dei comuni con oltre 15 mila abitanti, si prestano a considerazioni varie.
Il dato che ha fatto più notizia è la conferma del centro destra a Venezia e la vittoria schiacciante di tale coalizione a Reggio Calabria.
Come è apparso evidente dalla vittoria del No al referendum sulla magistratura, il centrosinistra non ha potuto vantare tale sconfitta del governo Meloni come un merito di un’alleanza che appare ancora incerta e pronta a dividersi nel gioco della ricerca del cosiddetto leader pronto a sfidare il prossimo anno l’attuale presidente del Consiglio nelle decisive elezioni politiche. Quelle cioè che determineranno anche il futuro inquilino del Quirinale al posto di Sergio Mattarella.
Come testimoniano gli applausi convinti dell’assemblea di Confindustria che si è tenuta a Roma martedì 26 maggio, Meloni è capace di intercettare una parte importante della società italiana, a partire dal mondo dell’imprenditoria. Il tono polemico sulle politiche dell’Unione Europea da parte del presidente degli industriali, Orsini, ha trovato pronta e preparata l’esponente più rilevante dell’area dei conservatori presenti a Bruxelles. Senza per questo venir meno, in linea con i vertici confindustriali, ai capisaldi dell’orientamento della Commissione europea guidata dalla von der Leyen sui fondi da destinare al piano di riarmo e all’orientamento favorevole all’energia nucleare, assieme al raffreddamento della spinta verso il green deal.
Il Pd ha elaborato il suo libro verde sulle politiche industriali in risposta al piano elaborato dal Ministro del Mimt Adolfo Urso, ma è una versione ancorata alle direttive generali, senza entrare nei dossier più scottanti dove il campo largo, che va dai 5 Stelle alla nebulosa centrista, è molto diviso e polarizzato al suo interno.
Il partito di Calenda, che ha molta visibilità sui media a dispetto dei consensi reali, è l’indice di un tipo di elettorato mobile: ha scelto il centrodestra a Venezia e Reggio Calabria e il centro sinistra a Mantova e Andria, mentre ad Arezzo ha sostenuto un candidato “civico” che sarà decisivo nel ballottaggio tra le due coalizioni.
La vittoria di Capecchi, dalla forte identità sociale e pacifista, a Pistoia è invece un segnale di riscatto della sinistra nella Toscana un tempo considerata un feudo rosso. Anche Prato ha confermato il centrosinistra, nonostante la crisi della precedente amministrazione e la crescita della destra nella dinamica città limitrofa con Firenze.
Un caso a parte riguarda il successo personale a Salerno di Vincenzo De Luca, che ha lasciato la presidenza della Regione Campania collocando persone fidate nella giunta del pentastellato Roberto Fico. De Luca ha raccolto, senza il simbolo del Pd, il 57% dei voti, mentre la lista di centro destra ha ottenuto il 15%. Lo stesso risultato raggiunto dalle forze di sinistra che si oppongono al sindaco che pure viene dalla storia del Pci locale.
Ogni città e paese ha ragioni particolari che spiegano la dimensione del consenso ricevuto, come dimostra il caso di Messina dove ha vinto al primo turno Federico Basile, il candidato di un movimento politico autonomo (Sud chiama Nord) guidato da Cateno De Luca, ex sindaco della città dello Stretto, che pure è riuscito a mandare degli eletti in Parlamento grazie al sistema dei collegi uninominali previsti nel Rosatellum.
In vista delle politiche, il vero tema dominante sarà infatti l’adozione o meno della nuova legge elettorale proposta dal governo e che comincia ad essere chiamata “Mellonellum”. Le commissioni parlamentari hanno cominciato a consultare gli esperti di sistemi elettorali in audizioni molto interessanti. Il nodo centrale resta l’equilibrio tra effettiva rappresentanza popolare e reale governabilità. I pareri sono diametralmente opposti. La legge elettorale, vecchia o nuova che sarà, determinerà la definizione delle coalizioni se non di nuovi partiti come la possibile Margherita 2, cioè la gamba riformista da collocare accanto al Pd versione Schlein.
Sull’altro fronte, il grande successo con il 65% dei voti di Francesco Cannizzaro a Reggio Calabria dimostra il radicamento del consenso di Forza Italia in parte del Paese nonostante la scomparsa di Berlusconi. Una dimostrazione della capacità di rappresentanza di ceti sociali e interessi che il patron di Fininvest ha saputo aggregare.
Anche se, ora, l’azionista di maggioranza della coalizione di governo resta Fratelli d’Italia, il partito che secondo i sondaggi resiste al primo posto nelle intenzioni di voto nonostante le difficoltà di collocazione sul piano internazionale dopo la deriva sempre più imprevedibile del grande alleato Donald Trump.
Da parte sua, Meloni, alla vigilia del voto, ha rivendicato la filiazione ideologica della sua comunità politica dall’insegnamento di Giorgio Almirante, ricordato come un maestro nell’anniversario della sua morte avvenuta il 22 maggio 1988. Lo storico segretario del Msi ha rappresentato per lunghi decenni una forza esclusa dall’arco costituzionale definito dai partiti dichiaratamente antifascisti. Il ruolo centrale di FdI in vista delle prossime elezioni politiche rappresenta anche il tentativo di porsi come un “partito della nazione” come lo fu la Dc, in grado di esercitare un ruolo rilevante nello spostamento dell’Europa verso destra, come dimostrano i sondaggi in Francia e i risultati dei Lander tedeschi.
Ogni elezione locale ha quindi una caratura legata al territorio ma esprime, allo stesso tempo, il riflesso di una corrente che va oltre i confini nazionali.
