Le università statunitensi sono istituzioni educative e culturali famose in tutto il mondo non solo per alcuni nomi prestigiosi — Harvard, Stanford, Yale, ecc. — ma anche per il loro bizzarro microcosmo sociale, reso iconico da libri, film, serie TV e musica. Confraternite, dormitori, feste, droghe, coinquilini, i viaggi di spring break (le vacanze di primavera) a Cancún. Nella mia alma mater, il Boston College, circolava l’ideologia del work hard, play hard, cioè “lavora sodo, divertiti altrettanto”.
Tantissimi 18enni vengono inghiottiti da questo mondo così particolare, il college, con la speranza di uscirne 4 anni dopo con amicizie profonde e un lavoro assicurato e ben retribuito. Ma costa un botto. Il costo medio annuo per studente – incluse le spese quotidiane, i libri e il materiale didattico – supera i 32 mila euro, al Boston College. Altri atenei, quelli più prestigiosi, ovviamente costano molto di più: per l’anno accademico 2026-27, Harvard costa più di 53 mila euro e Yale più di 62 mila euro, e questo solo per le tasse universitarie. Forse allora non sorprende che la fiducia del pubblico americano nell’istruzione superiore stia attraversando una crisi. Ma il costo esorbitante non è l’unico problema.
Nel 2025, il 70% degli americani riteneva che l’istruzione superiore stesse andando nella direzione sbagliata. Nel 2020 questa percentuale era del 56%. Ma sempre nel 2025, il 42% degli americani dichiarava di avere “molta” o “abbastanza” fiducia nell’istruzione superiore – un miglioramento rispetto ai due anni precedenti, quando la percentuale si attestava al 36%. Le università stanno prendendo nota del problema. Recentemente Yale ha pubblicato un “Rapporto del Comitato di Yale sulla fiducia nell’istruzione superiore”, nel quale gli autori individuano tre spiegazioni immediate per questo declino: il costo esorbitante e la percezione che l’istruzione superiore non valga più la pena; l’ambiguità del sistema di ammissione all’università; e una serie di altri problemi, tra cui i pregiudizi politici e la libertà di parola.
A mio avviso, questi ultimi due punti sono di fondamentale importanza, soprattutto oggi. Le università americane sono prevalentemente liberali e lasciano poco o nessuno spazio a una reale diversità di pensiero politico. «Le stime suggeriscono che, a livello nazionale, tra i membri del corpo docente i Democratici registrati superano i Repubblicani registrati con un rapporto di circa 10 a 1», rileva il report di Yale. «Non dovrebbe sorprendere che la fiducia nell’istruzione superiore sia diminuita soprattutto tra quegli americani che si identificano come Repubblicani o conservatori». In un ambiente del genere, non sorprende neppure che molti non si sentano liberi di esprimere ciò che pensano, per paura di essere “esclusi”.
Quanto alla libertà di parola nei campus, il contesto critico più urgente ed evidente è sicuramente il conflitto israelo-palestinese, che dopo il 7 ottobre 2023 si è manifestato in modo significativo nelle università statunitensi. Da una parte, gli studenti hanno esercitato quello che ritenevano essere il loro diritto di protestare. Dall’altra, le pressioni contrarie dell’amministrazione Trump. «Man mano che le veglie si trasformavano in proteste e le proteste ispiravano scontri e controproteste, studenti e docenti in alcuni campus si sono divisi in fazioni contrapposte, mentre gli amministratori universitari faticavano – spesso senza successo – a rispettare la libertà di espressione e, al contempo, a proteggere gli studenti, mentre gli episodi di antisemitismo e islamofobia nei campus si moltiplicavano»: così scriveva Bob Moser nel 2024 su Inside Higher Ed (una pubblicazione online di notizie, opinioni, risorse e offerte di lavoro nel settore dell’istruzione superiore. Ha registrato anche 3,5 milioni di visitatori mensili). «Le università erano in una situazione senza via d’uscita: criticate se reprimevano proteste e occupazioni, criticate anche se non lo facevano».
Per quanto riguarda Yale, sembra che su questo fronte se la sia cavata meglio rispetto ad altre università d’élite. Eppure, gli autori del rapporto propongono una serie di raccomandazioni per Yale, applicabili anche ad altri istituti di istruzione superiore. Queste includono, tra altre cose, di assumersi le proprie responsabilità, proteggere la libertà di parola, sostenere la libertà accademica, rendere l’istruzione superiore economicamente accessibile, resistere all’autocensura e comunicare in modo efficace.
«Le loro proposte riguardano quasi ogni aspetto della vita universitaria, dall’accessibilità economica e dalle opportunità di accesso alla valutazione e al pluralismo intellettuale e all’autocensura; fino al sostegno alla città che chiamiamo casa», ha scritto Maurie McInnis, rettore di Yale, a proposito del rapporto. «Ma ciò che accomuna tutte queste idee è una verità fondamentale: la fiducia non è mai garantita. La fiducia deve sempre essere conquistata». Resta da vedere se l’istruzione superiore riuscirà a riconquistare la fiducia del pubblico americano.
