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In profondità > Chiesa cattolica

La pace disarmata e disarmante di Leone XIV: papa di Chicago… e di Chiclayo

di Roberto Catalano

A un anno dall’elezione di papa Leone, una riflessione su come questo pontefice, partito “in sordina” come più orientato ad ascoltare che a parlare, stia accompagnando la Chiesa in un cambiamento d’epoca; tenendo insieme le sue diverse anime, e rimanendo fermo nell’annuncio del Vangelo

Papa Leone a Pompei nel primo anniversario del suo pontificato, 8 maggio 2026. ANSA/Cesare Abbate

Quella sera dell’8 maggio di un anno fa, ci siamo subito resi conto che Leone non sarebbe stato Francesco, almeno nello stile. Dirompente, nel 2013, era stato quel “buona sera” di Bergoglio accompagnato da quella “fine del mondo”, che faceva presagire che le cose sarebbero cambiate. Almeno alcune cose sarebbero cambiate nella Chiesa. E Francesco ci ha provato – lo avevano eletto per questo – e, sicuramente, ha portato uno stile nuovo nelle “sacre stanze” come pure nel mondo.

Prevost si è presentato sul loggione di San Pietro in silenzio: lo sguardo fisso sulla folla, una emozione evidente. Ha subito fatto intendere la sua capacità di ascolto. Uscito dal Conclave, pareva essere più orientato ad ascoltare il respiro, le grida, i canti della folla piuttosto che dire qualcosa. E, tuttavia, ha detto e anche tanto. È, poi, trapelato che, capito come sarebbe andato a finire il Conclave, durante il pranzo si era appartato per stendere un testo, da cui è subito uscita la parola che potremmo definire la cifra di quest’anno di papato del primo pontefice americano. «La pace sia con voi» e, poi, «una pace disarmata e disarmante», subito diventato uno slogan usato da più parti.

Molti osservatori, quella sera di maggio, avevano commentato con sorpresa una elezione così veloce fra poco più di cento persone che, di fatto, si conoscevano poco o, quasi, niente. Ma non era questa la sola questione di cui meravigliarsi. Questi dodici mesi hanno mostrato come un americano sul soglio di Pietro che parla costantemente di pace, invitando al dialogo e al rispetto, in un mondo dove il diritto è, ormai, solo quello del più forte, sia anch’esso una profezia.

Leone pareva essere partito in sordina: nessun gesto eclatante, nessuna “prima volta”, la specialità di Francesco in una molteplicità di settori. Un tono sempre pacato, ma altrettanto fermo, capace di indirizzare riconoscenza e ringraziamenti all’interlocutore prima di intervenire con eventuali appunti o moniti. Alcuni giornalisti mi hanno confidato che lo considerano un “papa noioso”. Eppure, giorno dopo giorno, hanno cominciato ad arrivare decisioni importanti e per niente avventate, sia nella curia che nella nomina dei vescovi. Con calma, ascoltando pastori, teologi, clero e laici, ha dato continuità alla sinodalità, grande lascito del papa argentino, forse più nell’indicazione ecclesiale che nel suo stile di conduzione della Chiesa.

Il primo viaggio lo ha fatto nel Principato di Monaco, facendo sollevare più di un dubbio, se paragonato all’andata del predecessore a Lampedusa. Eppure, assai intelligentemente, dal pulpito del “paradiso fiscale” del Mediterraneo, Prevost ha parlato delle sperequazione economiche, della povertà nel mondo delle folle e dell’estrema ricchezza di pochi straricchi: uno scandalo. Come continente per il suo primo viaggio ha scelto l’Africa abbinando quella subsahariana a quella Nord, dove in Algeria, non solo ha fatto visita ai luoghi del padre Agostino, ma si è immerso nel mondo musulmano.

Tuttavia, è nelle ultime settimane che si è delineata sempre più la valenza di questa scelta del Collegio cardinalizio. In un teatro mondiale dove la parola “guerra” è ormai ben più usata di quella “pace”, Leone ha continuato instancabilmente in ogni suo intervento a proporre le vie della pace senza accontentarsi di tornare alla “pace disarmata e disarmante”, ma invitando tutti a “disarmare i cuori”. E lui stesso ha mostrato cosa significa “disarmare il cuore” con le sue risposte pacate e mai minimamente conflittuali davanti agli attacchi di Trump e della sua amministrazione per bocca anche di cattolici, come il vice-presidente Vance. L’attuale papa ha mostrato con chiarezza e fermezza quanto il suo centro di interesse sia il Vangelo e, per nessun motivo, intenda scostarsi da esso, neppure di fronte ai cosiddetti “grandi” e alla loro supponenza prepotente.

In tempi moderni non era mai successo un attacco così frontale nei confronti del pontefice. Prevost lo ha accolto con cuore evangelico, disarmato, pronto dopo pochi giorni, a ricevere il numero tre di quella amministrazione americana che ha deciso di ingaggiare un confronto frontale col Vaticano. E se i simboli ci fanno capire qualcosa, teniamo presente il suo regalo al Segretario di Stato americano: una penna fatta di legno di ulivo, simbolo di pace, ha commentato.

Prevost con questa politica e testimonianza sta, fra l’altro, ricompattando i cattolici americani, spaccati fra Repubblicani e Democratici e, in larga maggioranza, critici del papato precedente. Ha operato scelte oculate nella nomina dei vescovi, in alcuni posti chiave, come pure del Nunzio. Un papa americano che pareva impensabile fino ad un anno fa, è il risultato del coraggio dei cardinali: un coraggio che coinvolge una buona dose di profezia in quanto non si immaginava che l’amministrazione Trump si spingesse a tanto sia a livello bellico che di scontro col Vaticano. Il papa americano sa come porsi di fronte al suo Paese e agli attuali leader, ma lo fa con la parola e la vita evangelica.

Intanto, si coglie in questo americano, che molti hanno definito il “meno americano” fra i cardinali entrati in Conclave, l’attenzione a tutte le questioni aperte da Francesco: la riforma della Curia, l’introduzione di donne al suo interno, il non scendere a compromessi sulla questione degli abusi, il ricordarsi che la Chiesa è chiamata ad essere missionaria, aperta al mondo e agli altri.

E, tuttavia, ci sono anche altre questioni che prima o poi il nuovo papa sarà chiamato ad affrontare. Per esempio, il millenarismo è una questione sempre più pericolosa che sta giustificando i grandi regimi che sembrano dettare legge oggi: quello di Trump negli USA, quello di Netanyau in Israele, ma anche quello di Putin in Russia. Il magistero di Leone dovrà affrontare questo aspetto inatteso che è arrivato a portare pastori pentecostali che pregano nello Studio Ovale della Casa Bianca imponendo le mani sul presidente Trump. E, accanto a questo, c’è la questione di un mondo – soprattutto in occidente – che non rinuncia allo spirituale, ma sembra negare il religioso e si costruisce una religione “fai da te”.

Dunque, un’agenda tutt’altro che semplice per il papa di Chicago, ma anche di Chiclayo (la cittadina peruviana dove ha esercitato la sua missione come vescovo per tanti anni), e soprattutto seguace di Agostino che aveva avuto il coraggio di accompagnare la Chiesa attraverso quel cambiamento d’epoca che sembra riproporsi oggi in modo nuovo, forse altrettanto violento, ma senza dubbio molto complesso.

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