Camminando verso l’Expo di Tel Aviv, un israeliano, sui 40 anni, mi diceva: «Oggi incontreremo delle personalità, dobbiamo approfittarne», facendomi pensare ai noti artisti, esponenti culturali e politici previsti. Ma poco dopo ha abbracciato Aziz Abu Sarah e mi ha chiesto di fargli una foto con Maoz Inon, autori di The future is peace.
Allora mi è stato chiaro chi fossero le “personalità” per gli oltre 4 mila al People’s Peace Summit. Non era scontato che si tenesse, la decisione è stata presa senza all’orizzonte un cessate il fuoco, tanto che l’invito riportava: “Secondo le direttive dell’Home Front Command”. Anche questo dice il coraggio e la determinazione della coalizione di oltre 80 organizzazioni israelo/palestinesi.
In 16 affollate sessioni parallele, esperti hanno affrontato con coraggio, chiarezza e verità temi quali “Risorgere dall’abisso”; “Rendere di nuovo grande la diplomazia”; “Dalla negazione e dal trauma alla guarigione e alla ricostruzione”.
Durante l’evento serale, si è susseguita invece gente comune, come si è definita, pre-registrata da Gaza, in collegamento dalla Cisgiordania e sul palco dei vari popoli di Israele, beduini compresi. Partendo da forti testimonianze si è ripetutamente presa posizione per una futura convivenza from the river to the sea (dal fiume Giordano al mare): parole che fino a ieri indicavano il prevalere di una parte sull’altra, ma qui pronunciate per una terra da condividere nella giustizia e nel riconoscimento dei due popoli.
Si è scandito con forza che It must be, deve essere, It can be, è possibile e It will be, avverrà, è tempo che avvenga.
La diretta è ora su YouTube (https://youtube.com/live/
Questo è un anno cruciale: elezioni generali in Israele il 27 ottobre e tentativi di arrivare ad elezioni anche in Palestina, dopo le recenti amministrative in 403 comuni, uno anche nella Striscia di Gaza, del 25 aprile scorso.
Nella terza sessione del Summit 5 membri della Knesset, ebrei e arabi, hanno detto “basta!” e preso l’impegno di costruire una coalizione di partiti sia arabi che israeliani.
La reazione senza sosta della sala, per oltre due ore, con applausi e standing ovation, ha confermato che non è iniziativa di pochi, ma del popolo, anzi dei popoli di questa terra.
Certo, il cammino è in salita dopo tanto “inferno” che ancora continua e sarà un cammino molto lungo, ma è chiaro che il futuro appartiene, senza ingenuità, agli operatori di pace.
Campeggiava una grande scritta di Martin Luther King: «Coloro che amano la pace devono imparare ad organizzarsi con altrettanta efficacia di coloro che amano la guerra». Le ultime immagini a scorrere sugli schermi sono state quelle degli accordi di pace tra Israele/Egitto 1979 e tra Israele/Giordania 1994, e le ultime parole scandite da Rabin: «It’s peace we desire».
