L’Italia è a forte rischio di recessione in uno scenario mondiale aggravato dall’attacco israelo-statunitense contro l’Iran. «La chiusura sia parziale che totale dello Stretto di Hormuz consente un’autonomia a livello globale dai 6 agli 11 mesi, di cui 2 sono già trascorsi», ha detto il direttore del Centro studi di Confindustria Alessandro Fontana in una recente audizione in Parlamento.
«Siamo in una situazione di guerra che mette a rischio una quota molto importante del petrolio mondiale», ha ribadito Fontana.
Gli ultimi dati del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute) attestano che la spesa militare mondiale ha raggiunto nel 2025 un nuovo record storico: 2.887 miliardi di dollari complessivi, con un aumento del 2,9% in termini reali rispetto al 2024.
Una serie di fatti che mette a nudo la fragilità di un sistema fondato sulle fonti fossili. Un’analisi politica seria non può ignorare il legame tra fossili e stabilità globale. Oggi viviamo in una sorta di “guerra globale permanente”, alimentata da una ristretta cerchia di poteri che lucra sul controllo delle risorse fossili ignorando il diritto internazionale.
È in tale scenario così inquietante che si può cogliere la novità della conferenza in corso dal 24 al 29 aprile 2026 nella città colombiana di Santa Marta, evento che può rappresentare l’epicentro di una rivoluzione diplomatica senza precedenti. Santa Marta rompe gli schemi perché è la prima conferenza internazionale concepita esclusivamente per l’abbandono dei combustibili fossili, nata per colmare il vuoto lasciato da decenni di governance climatica inefficace e cooperazione internazionale frammentata. Mentre le varie COP si sono impantanate in timidi compromessi sulla riduzione generica delle emissioni, qui il mirino è puntato direttamente sulla radice del problema. La conferenza non cerca di gestire il declino, ma di praticare una svolta.
La scelta di Santa Marta, il più grande porto colombiano per l’esportazione di carbone, è inoltre una sfida frontale alla narrativa dei Paesi ricchi. Dimostra che la transizione è tecnicamente e politicamente percorribile anche in economie storicamente dipendenti dall’estrattivismo, trasformando un luogo di transito del carbone nel punto di origine di un movimento permanente di cambiamento.
Il fulcro politico dell’evento è la proposta di un Trattato sulla non proliferazione dei combustibili fossili. Questa iniziativa non è un esercizio accademico, ma il frutto di sei anni di mobilitazione di una coalizione globale che unisce stati nazionali, premi Nobel e reti civiche come le italiane Gea e Rete dei Numeri Pari. L’adozione del termine “non proliferazione”, storicamente legato agli arsenali atomici, evidenzia come i fossili siano oggi la principale minaccia esistenziale per l’umanità. Il Trattato poggia su pilastri ben chiari: il blocco immediato di ogni nuovo giacimento estrattivo e una riconversione equa che garantisca energia pulita e rinnovabile per tutti, sottraendo il futuro al controllo dei grandi inquinatori.
La conferenza di Santa Marta rappresenta, perciò, un atto di resistenza che intende rimettere al centro il multilateralismo per disarmare l’economia di guerra.
Alla conferenza sono presenti anche i rappresentanti di Chiese e fedi diverse. Tra questi Alberto Franco Giraldo, religioso redentorista colombiano, responsabile della Iglesias y Minería in Colombia, rete ecumenica che cerca di affrontate le sfide poste dagli impatti e dalle violazioni dei diritti socio-ambientali causati dalle attività minerarie.
«Non può esserci transizione energetica senza giustizia climatica e senza giustizia sociale, senza ascoltare il grido della Terra e il grido dei poveri» ha affermato Giraldo intervistato dai media vaticani. «Le soluzioni non possono provenire dallo stesso sistema che genera le crisi – ha precisato il responsabile della Iglesias y Minería in Colombia. Le soluzioni non si trovano nei “business verdi” che cercano solo di modificare attività senza toccare le cause della crisi e senza assumersi le responsabilità delle proprie azioni e decisioni».
La pretesa della Conferenza di Santa Marta è quella di dar vita ad una Internazionale della Terra. Santa Marta perciò, come sottolineano i promotori, ha integrato l’autorità di oltre 50 governi, anche l’Italia, con la forza di 2.600 soggetti sociali, inclusi popoli indigeni, ONG, ricercatori e premi Nobel. Non vuole essere un forum consultivo, ma una diretta assunzione di responsabilità dove i movimenti dal basso sono riconosciuti come interlocutori diretti dei governi.
Sulle prospettive della Conferenza e gli effetti concreti a livello delle politiche energetiche avremo modo di parlarne, al ritorno dalla Colombia, con i rappresentanti delle realtà italiane che stanno lavorando sul campo.
